Archivio per settembre, 2010

CIE di Gradisca: nuova rivolta

Posted in Uncategorized on 14/09/2010 by gattoselvaggio

Lunedì 13 settembre. Intorno alle 18 partono le telefonate da dentro il CIE: è scoppiata un’ennesima rivolta.

Tutto comincia con uno sciopero della fame. Nulla che i gestori del lager non sapessero: erano giorni che i reclusi protestavano perché, dopo le sommosse e le fughe dell’estate, era scattata la punizione collettiva. Chiusi in cella senza poter uscire all’aria, se non per un’ora al giorno.

La risposta è immediata e durissima. Una ventina di poliziotti in assetto antisommossa entra nella sezione intimando di smettere lo sciopero. Il tutto condito con un po’ di manganellate distribuite nella camerata ribelle.

È la scintilla per la rivolta: materassi e lenzuola vanno a fuoco. Gli immigrati telefonano agli antirazzisti della regione per avere sostegno e far sapere quello che accade.

In sottofondo alle chiamate le urla dei detenuti, ancora rinchiusi nella camerata. Il fumo riempie la stanza: gli immigrati non riescono a respirare, ma nemmeno questo basta. Le porte restano serrate. Nessuna pietà per chi non china il capo.

Parte rapido il tam tam antirazzista: le radio di movimento mandano in diretta la voce dei ribelli intrappolati, vengono contattati i giornalisti e i compagni più vicini.

Un consigliere regionale di Rifondazione chiama il questore per informarlo che ormai quello che sta succedendo al CIE è trapelato all’esterno.

La Prefettura di Gorizia – secondo quanto riferisce l’Ansa – diffonde prontamente una diversa versione dei fatti. L’incendio all’interno del CIE sarebbe stato appiccato per coprire il tentativo di fuga di una ventina di altri reclusi, sventato dall’intervento delle forze dell’ordine.

Un paio di attivisti vanno davanti al CIE. Purtroppo, come sempre, da fuori non si vede e sente nulla. Nemmeno il fumo, perché gli incendi nel frattempo erano stati spenti. All’interno delle celle l’aria resta irrespirabile e la situazione è molto tesa.

Forse – ma la notizia non è confermata – in tarda serata un numero imprecisato di reclusi viene portato in ospedale per un principio di soffocamento.

A breve nuovi aggiornamenti.

(da una corrispondenza di un compagno triestino)

La rassegna stampa del 14.0910

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Un nuovo spettro si aggira per l’Europa: gli Zingari

Posted in Uncategorized on 14/09/2010 by gattoselvaggio

Il mainstream, oltre che la cultura tradizionale, ha ormai da tempo abituato all’idea che interi popoli siano costituiti da pericolosi criminali che rubano, rapiscono bambini esfruttano i loro figli e le loro donne.
I Rom , i sinti, insomma quelle etnie che la cultura dominante definisce sommariamente col termine di zingari, sono oggi più che mai privati della dignità di esseri umani e quindi discriminati, vessati, deportati, violentati.

In una Europa dove sempre più spira un vento destroide e xenofobo si rivedono degli scenari che possono appartenere solo alle dittature di stampo nazifascista, ma in effetti è proprio in regimi ad essi simili che si assiste alle deportazioni forzate di un intero popolo come recentemente è accaduto in Francia. Nel paese della rivoluzione illuminista, ai membri del popolo Rom presenti sul suolo francese, è stata data la possibilità di “scegliere” fra il rientro forzato nella loro terra di provenienza : la Romania, e un incentivo pecuniario per un loro “volontario” abbandono del suolo francese.

Altrettanto abberranti e fasciste sono le vere e proprie ronde anti rom, a cui si associano gli incendi nei campi, le persecuzioni e violenze di ogni genere come accade nella repubblica Magiara il fortissimo partito della locale destra dichiara apertamente di voler combattere i comunisti e i Rom e, infatti, le loro ronde (le guardie ungeresi che vestono camicie nere) spesso si rendono protagoniste di aggressioni e attentati anche mortali ai danni dei rom.

Nella repubblica guidata da cabarettisti e veline la vita per i Rom e i Sinti non appare affatto facile, anche nel bel paese ronde, violenze e persecuzioni sono all’ordine del giorno. un dato di fatto nuovo è però la presenza di numerosi rom e sinti nelle piazze. Il quatto settembre scorso in francia così come in Italia vi sono state numerose manifestazioni con le quali i rom e i sinti hanno inteso protestare, in particolare, contro quanto accaduto in francia ma in generale per rivendicare il loro diritto all’esistenza.

ROMA

A Roma la situazione rom/sinti si configura con il continuo spostamento dei campi oltre il raccordo. Si cerca di renderli meno visibili possibile, senza tenere conto di eventuali processi di integrazione già avviati da comunità stabili come quella di Testaccio (caratterizzate ad esempio per una alta scolarizzazione) né di eventuali situazioni di conflitti etnici.
I nuovi campi sono infatti più simili a lager che a strutture idonee alla vita e socialità, sono vastissimi e raccolgono numerosissime persone. Anche di fronte a tragedie come quella del bambino morto, il sindaco di “tutti” Alemanno ha pensato di dichiarare che la soluzione sono le ruspe sui campi illegali e la deportazione di chi li vive. VIDEO

LOMBARDIA

In Lombardia ed a Milano la situazione di rom/sinti e rifugiati politici è un adeguato termometro politico di vent’anni di xenofobia nazi-leghista. La galleria degli orrori sembra essere infinita, si va da “patti per la legalità” che disciplinano i “campi legali” con regole esplicitamente punitive, all’utilizzo dei fondi europei per i rifugiati politici per finanziare la famelica industria della sicurezza meneghina, per non parlare poi delle ronde effettuate dai “caschi bianchi” e delle deportazione dei rom di Lambrate nonostante l’inserimento scolastico dei bambini. La realtà è che rom e rifugiati sono una manna politica, un cranio rotto o uno sgombero, magari eseguito da patetici nuclei speciali dei vigili urbani, valgono centinaia di voti che assicurano la permanenza in potere della banda De Corato, nonostante scandali ed infiltrazioni.
Uno sgombero da ricordare per tutti è quello di via Triboniano, dove la polizia ha caricato i Rom che si stavano recando al palazzo municipale.
Allo stesso modo i rom diventano generatori automatici di quattrini nel momento in cui la caritatevole mano della curia si propone come intermediario per “risolvere il problema”: dietro lauto compenso distingueranno gli “onesti” dai “disonesti”, li alloggeranno in comode baracche di lamiera e provvederanno a domesticarli adeguatamente, cosi che il giorno che qualcuno deciderà di costruire uno svincolo per l expo sopra le loro teste possano essere comodamente rispediti in mezzo ad una strada.

COSENZA

Una intera comunità viene perseguitata: espulsioni di massa ossia tentativi di pulizia etnica e ordinanze di sgombero del campo da parte della locale Procura, il Comune tace pur avendo la responsabilità di quanto accade: da anni il Sindaco Perugini e il suo assessore Bozzo negano la fornitura di elettricità e acqua potabile al campo, di contro le associazioni antirazziste hanno fornito una lista di possibili terreni dove ubicare un campo sosta attrezzato (il comune sostiene che nell’area in cui sono ora stanziati i Rom non è possibile la loro permanenza) ma dall’amministrazione non giungono notizie: solo silenzio mentre il presidente nazionale di opera nomadi, il cosentino Massimo Converso, personaggio contestato anche all’interno stesso di Opera nomadi e che non ha mai messo piede nel campo denigra l’operato delle associazioni. Intanto i Rom a Cosenza ricevono le continue attenzioni delle forze dell’ordine, la paura e la precarietà più assoluta la fanno da padrone nel campo cosentino.

L’OPERA NOMADI

Eppure, diranno in molti, esiste da decenni l’Opera Nomadi che si dovrebbe occupare dell’integrazione di rom, sinti e gitani. Peccato che quest’ente sia l’ennesimo baraccone burocratico che non ha mai garantito un reale miglioramente qualitativo della vita delle comunità “nomadi”, che oramai sono in gran parte stanziali. L’Opera Nomadi ha sempre rappresentato l’ennesimo modo di spartirsi il potere e i soldi nel belpaese: gestita fin dalle origini dalla DC, ha garantito un serbatoio di voti per la stessa in cambio di piccoli favori per le comunità.
Con il crollo della DC questa forma di clientarismo è venuta a mancare,aggravando ancora di più una situazione di per se fortemente compromessa. La soluzione che molte comunità sinti e rom richiedono, smantellamento dei campi e creazione di microaree familiari in terreni comprati dalle comunità stesse, non vengono neanche prese in considerazione dalla maggior parte delle amministrazioni comunali e dalle istituzioni generali che preferiscono tenere migliaia di persone in condizioni di forte degrado per potersi garantire un facile capro espiatorio al momento buono.

http://italy.indymedia.org/

Blocco della didattica all’Alma Mater “Sostituiremo i ricercatori che aderiscono”

Posted in Uncategorized on 14/09/2010 by gattoselvaggio

Con metodi fascisti si elimina così il diritto allo sciopero…

La protesta contro la Gelmini costa caro: i ricercatori dell’Università di Bologna che non terranno lezione saranno rimpiazzati da docenti a contratto. Lo ha deciso il senato accademico inviando un ultimatum che scadrà venerdì alle dodici: “Non possiamo permetterci di bloccare corsi fondamentali”. La risposta: “E’ gravissimo”

La protesta contro la Gelmini costa caro: i ricercatori dell’Università di Bologna che aderiscono al blocco della didattica saranno sostituiti da docenti a contratto, almeno quelli dei corsi fondamentali. Lo ha deciso il Senato accademico all’unanimità. Sarà spedita una lettera a tutti i presidi di facoltà che a loro volta la gireranno ai ricercatori chiedendo se hanno intenzione di aderire al blocco della didattica o meno. La risposta dovrà arrivare entro venerdì alle 12 e chi non lo farà sarà considerato come non disponibile a fare lezione. Ogni facoltà spedirà i dati raccolti alla sede centrale che deciderà quanti e quali corsi coprire con bandi per docenti a contratto. La priorità è per i corsi fondamentali. I ricercatori: “Ci rimpiazzano, è gravissimo”.

La decisione. Tramite il prorettore alla didattica, Gianluca Fiorentini, l’Alma Mater fa sapere di avere fatto di tutto a sostegno dei ricercatori, a cui va “solidarietà politica e umana”. Insomma, “non c’è nessuna guerra”, ma chi si rifiuterà di fare lezione per protesta contro il Governo sarà rimpiazzato nella didattica. “Abbiamo il dovere di dare continuità all’attività formativa – giustifica Fiorentini – un conto è se diminuisce la qualità della didattica, un conto è il blocco totale delle lezioni. Il danno, non solo d’immagine per l’Ateneo ma anche sociale per le famiglie e la collettività, è enorme. Non possiamo creare questo danno in un momento così difficile”.

L’ultimatum. I tempi sono stretti. Alcune facoltà, come Architettura, iniziano i corsi già la prossima settimana e i bandi durano minimo 15 giorni. Anche per questo i vertici dell’Alma Mater hanno deciso di non fare slittare l’inizio dei corsi a ottobre, come chiedevano i ricercatori. “L’organizzazione della didattica è molto complessa – spiega Fiorentini – se si sposta in avanti, non si recupera più. Qualche corso può iniziare con una settimana di ritardo, ma gli insegnamenti che hanno già i docenti possono partire subito”. Insomma, afferma il prorettore, “adesso siamo arrivati a un punto che non possiamo più aspettare. A luglio il Senato aveva chiesto ai ricercatori di comunicare entro settembre quanti avevano deciso di aderire alla protesta. A inizio mese non erano ancora pronti, perchè era ancora in corso il dibattito interno e il rettore ha deciso di aspettare ancora, il che è un grande segnale d’attenzione”. Arrivati a metà settembre l’Ateneo ha deciso che non si poteva più andare oltre e ha accelerato i tempi.

I costi per i nuovi contratti. Il bando sarà per docenti interni ed esterni all’Alma Mater e sarà finanziato con fondi straordinari (ancora non è chiaro però se a carico delle casse centrali o delle singole facoltà). Di cifre nessuno ne parla e anzi Fiorentini smentisce i tre milioni di euro di cui si era vociferato nell’assemblea dei ricercatori.

I ricercatori. Anna Maria Pisi, ricercatrice e rappresentante in Senato dell’area di Scienze biologiche, geologiche e agrarie, ha contestato già tra gli scranni dell’organo accademico la decisione avallata dal rettore Ivano Dionigi. Intervistata dall’agenzia Dire spiega: “Per me è una scelta molto grave significa che come ricercatori non valiamo niente per l’Ateneo”. Tra l’altro, sottolinea, “noi ricercatori non siamo obbligati ad assumere carichi didattici. Noi siamo assunti solo per fare ricerca e le lezioni le facciamo gratuitamente”. Non è però solo la prospettiva di essere sostituiti a far saltare sulla sedia i rappresentanti dei ricercatori. Anche aver accelerato i tempi da parte dell’Ateneo ha lasciato l’amaro in bocca. “Ho chiesto di spostare il termine della risposta alla lettera a lunedì anzichè venerdì – spiega Pisi – e mi ha sostenuto anche qualche preside. Mi è stato risposto che non si poteva fare perchè non ci sarebbe stato tempo a sufficienza per i bandi. Invece aspettare un giorno in più non sarebbe stata la fine del mondo”. Con questa mossa, la paura è che la protesta si possa sgonfiare. Anche se Pisi assicura che “andremo avanti comunque: è l’unica arma che abbiamo”.

La Repubblica

”Salvate i Mapuche!”

Posted in Uncategorized on 05/09/2010 by gattoselvaggio
Nella Giornata Mondiale del Detenuto “Desaparecido” i 33 minatori seppelliti vivi in Cile, ricordano al mondo la lotta per la giustizia del popolo Mapuche.
Scritto da
Martin Iglesias
selvasorg.blogspot.com
Certe notizie anche se in superficie sono più difficilmente visibili, rispetto ad altre che devono emergere da 700 metri di crosta terrestre. A ricordarci questa banale, ma non meno importante condizione mediatica, sono proprio i 33 minatori intrappolati nella miniera San José a Copiapó, in Cile diventati, loro malgrado, gli attori principali di un operazione di riscatto dalle viscere della terra che occupa le prime pagine di tutti i notiziari mondiali da quasi un mese. I loro messaggi sono stati largamente diffusi e confortano sulle loro condizioni di vita, proponendo agli spettatori televisivi globali drammatiche immagini di volti provati dal lavoro e dalla precarietà della condizione. Alcuni messaggi, prima che visivi, sono stati cartacei e proprio il neo presidente del governo cileno, Sebastián Piñera, gli ha esibiti davanti alle telecamere mondiali, appostate sulla bocca della miniera, per dimostrare la vicinanza del governo ad una classe lavoratrice che in Cile occupa oltre 800mila addetti, molti dei quali emigrati dal Perù o dalla Bolivia e comunque rappresentanti sociali delle classi più povere. Tra questi molti sono rappresentanti dei popoli originari del continente: Mapuche, Quechua o Aymarà.Scripta Manent

Tra le missive esibite davanti alle telecamere, avide di notizie sulla salute degli intrappolati del sottosuolo, pare non abbiano avuto modo di palesarsi alcune che, evidentemente, contestavano il governo. I minatori, in due fogli di carta inizialmente censurati, si mostrano solidali con la battaglia civile intrapresa, oramai da quasi cinquanta giorni, da alcuni prigionieri mapuche in sciopero della fame e contestano le parole del premier chiedendogli per iscritto di “Stare zitto!“.
Trentatrè minatori sotterrati hanno così la pretesa di rendere visibile una battaglia civile che prosegue dalla dittatura di Augusto Pinochet (1973-1990) e intrapresa a luglio da 32 prigionieri politici, vittime di una “legge speciale antiterrorista” che in Cile discrimina i popoli originari Mapuche e annienta le loro legittime richieste di riconoscimento. La lettera propone il parallelismo tra le due tragiche storie e riporta: “Liberate i Mapuche, da 41 giorni in sciopero della fame”.
Questo grande esempio di fratellanza scaturito da 700 metri di profondità dovrebbe fare arrossire chi, il 30 agosto, nella giornata internazionale del detenuto “desaparecido”, dimentica facilmente le ingiustizie ancora presenti nella “esemplare” democrazia cilena e rifiuta di confrontarsi con una storia, forse ancora troppo recente e addomesticata, intessuta di sparizioni (oltre 900 quelle denunciate nel solo 2009), violenze e detenzioni arbitrarie proprio a carico spesso dei rappresentanti del Popolo Mapuche, un tempo unica popolazione ad avere riconosciute le loro terre come uno Stato autonomo dalle corone spagnole, e ora bollati come terroristi e perseguitati a colpi di leggi speciali e violenza poliziesca.

Peace Reporter

Cile, il governo apre ai mapuche

Posted in Uncategorized on 05/09/2010 by gattoselvaggio
Dopo anni di indifferenza, il governo ha deciso di ‘attutire’ la Legge antiterrorista applicata sin dai tempi di Pinochet contro gli oppositori. E da sempre arma inumana contro gli indigeni e i loro diritti
La protesta di un gruppo di prigionieri politici indigeni mapuche in sciopero della fame dal 12 luglio, ricordata ieri anche dai minatori cileni sepolti vivi, ha sortito il primo effetto, andando a scuotere il governo, finora indifferente. La Moneda ha infatti deciso di modificare la legge antiterrorista e limitare il raggio d’azione della giustizia militare. Parola del ministro degli interni cileno, Rodrigo Hinzpeter.Al Parlamento sarà presto presentato un progetto di legge per “perfezionare” la Ley Antiterrorista e limitare il potere dei militari, finora pressoché illimitato. Altra pesante ennesima eredità della dittatura. Venne infatti varata dal generale Augusto Pinochet (1973-1990) per perseguire gli oppositori del regime, e in venti anni di governo di centro-sinistra, la cosiddetta Concertación, nessuno l’ha toccata e per alcuni crimini è stata usata senza batter ciglio. In particolare contro gli indigeni. E questo nonostante più volte le Nazioni Unite l’abbiano criticata perché discriminante.
“Il Governo è disposto a rivedere il nostro ordinamento giuridico”, ha scandido Hinzpeter, che si è anche impegnato a cercare dei mediatore per convincere i 32 mapuche in carcere a smettere lo sciopero. Si tratta di nativi arrestati durante alcuni scontri nella Región de Araucanía (centro), dove è in atto una lotta serrata per il riconoscimento delle terre ancestrale indigene. Dal 2009, la regione è militarizzata e questo è considerato un sopruso dai mapuche, che non accettano divise e fucili, simbolo di un potere prepotente che non rispetta i diritti atavici di un popolo che dalla notte dei tempi vive in quei luoghi. Per questo si sono dichiarati prigionieri politici e rigettano il fatto di dover essere giudicati da tribunali militari.
“Il progetto di legge tende a riformare e limitare l’applicazione della giustizia militare nel nostro paese. A abbiamo un sistema in cui la legge militare scatta molto più spesso rispetto ad altri sistemi democratici. E una riforma del genere era già presente nel nostro programma di governo. La invieremo alle Camere con la massima urgenza”, ha precisato Hinzpeter a ‘El Mercurio’. Ma il ministro ha ammesso anche che la Legge Antiterrorista include una eccessiva gamma di crimini, per questo il governo inizierà un giro di incontri con tutti i partiti in modo da discutere di eventuali modifiche. Precisando però che si impegnerà affinché la riforma non ammorbidisca troppo il quadro giuridico.
Si è quindi detto preoccupato per la sorte dei Mapuche in sciopero, e ha chiesto loro ufficialmente di tornare a mangiare, interrompendo una protesta che sta mettendo in serio pericolo la loro vita.

La comunità Mapuche rappresenta quasi il dieci percento della popolazione cilena e il suo principale insediamento si trova proprio nell’ Araucanía, a circa 600 chilometri a sud di Santiago, la regione occupata da centinaia di uomini in divisa pronti a tutto pur di non far vivere con dignità quella gente.

Peace Reporter