Un popolo di pazzi

Così un quotidiano ha definito i greci, che sono scesi in piazza in massa per opporsi alle misure “lacrime e sangue” dei loro governanti (e delle istituzioni internazionali “accorse per salvare il Paese”). Peccato che…

“Atene in fiamme”. Così titolavano i principali quotidiani all’indomani dello sciopero generale e delle proteste con le quali i lavoratori greci hanno accolto il piano di austerità voluto dal premier socialista Papandreu per ottenere dall’Unione Europea (UE) e dal Fondo Monetario Internazionale (FMI) il prestito di 110 miliardi necessario ad evitare la bancarotta e, incidentalmente, il conseguente tracollo delle banche europee.
Non mi interessa qui discutere – e nemmeno lo saprei fare – di economia e finanza. Mi preme tuttavia rilevare come la crisi greca abbia riportato al centro del dibattito la questione sociale. Nascosta tra le pieghe di una sfera pubblica da decenni pacificata a forza, ridotta a mero rumore di fondo nelle rievocazioni dei Sessanta e dei Settanta, come una sorta di errore dal quale il “Paese” ha saputo emendarsi, ri-emerge nei discorsi grazie al potente detonatore greco.
Basta scavare nel linguaggio che ci governa per cogliere la potenza della lobotomia della quale siamo stati vittime, ben più grave del revisionismo che rilegge la Resistenza, il Sessantotto, piazza Fontana, il Settantasette.
Da quanto tempo chi ci governa blatera di interessi “comuni” tra lavoro e capitale, di difesa della “nazione” e simili sciocchezze? Da quanto tempo ci chiedono di pagare in parti uguali il conto dei padroni, degli imprenditori pubblici, dei politici, dei militari? Da quanto tempo i più pensano che tutto questo sia “normale”? O, comunque, ineluttabile? Da quanto tempo questo sistema sociale pare il migliore, l’unico possibile?
“Il Giornale” racconta la crisi greca. Il testo, nella sua brutale semplicità, è più chiaro dei pietosi corsivi di Repubblica. “Vediamo in poche parole di dire ciò che sta avvenendo. La Grecia è fallita. Ha contratto debiti superiori alla ricchezza che produce in un anno. Ma il problema è che ogni mese deve rifinanziare questo enorme mutuo, non avendo i quattrini per farlo. L’Europa, con qualche titubanza di troppo, le ha fatto un prestito a un tasso ridotto della metà rispetto a quello che oggi Atene spunta sul mercato. In cambio, ha preteso che il governo mettesse un po’ d’ordine nei suoi conti: un bel po’ di spese in meno e qualche entrata in più. E ieri un popolo di pazzi si è riversato sulle strade per dire che non ci stava.” (1)
“Un popolo di pazzi”. Così scrive il vicedirettore de “Il Giornale”, Nicola Porro.
Una pazzia che sono in molti a temere contagiosa.

Il cattivo esempio

Può essere interessante guardarla più da vicino, la follia greca.
I lavoratori greci si oppongono alla riduzione del salario, all’allungamento dell’orario di lavoro, all’innalzamento dell’età pensionabile, alla riduzione delle garanzie, all’aumento delle tasse sui beni al consumo e sui carburanti, alla fine della contrattazione collettiva. In altre parole si oppongono ad un pacchetto di misure destinate “a cambiare per sempre la (loro) vita” (2). Si rifiutano di stare peggio, si rifiutano di pagare la crisi dei padroni. Si rifiutano di considerare “privilegi” il poco che hanno. In Grecia un giovane su cinque vive al di sotto della soglia di povertà.
I nababbi che lavorano per la pubblica amministrazione guadagna(va)no intorno ai mille euro al mese: con il piano di austerità ne prenderanno 800. L’eliminazione di straordinari e bonus porterà ad una riduzione della retribuzione di quasi due stipendi. E, loro, egoisti, piantano casino, scioperano, assediano il parlamento, gridando “bruciamolo!”.
I “realisti” di turno sostengono che non vi sia via d’uscita, che la bancarotta è alle porte. Dimenticano, volutamente, di dire che la restituzione di un prestito dipende da quanto forte e grosso è chi lo esige. La Polonia e, poi, più recentemente, l’Argentina si sono limitate a dire “non pago”, o, meglio, pago il “giusto”. L’Argentina ha offerto 30 centesimi per dollaro dovuto e i creditori hanno incassato. Della serie: meglio pochi che niente.
Qui da noi i vari giornali suonano tutti la stessa litania, sperando, sotto sotto, che i greci, con le buone o con le cattive, la smettano di resistere. E di dare il cattivo esempio. Dalle nostre parti, come dappertutto in Europa, il boccone amaro che vogliono far inghiottire tutto intero ai greci, lo abbiamo mandato giù, pezzo dopo pezzo, ormai da tempo.
Ogni volta la logica dei “sacrifici” necessari per il “bene comune” ci ha portato via un po’ di reddito, qualche manciata di libertà, i margini di autonomia presi a forza da chi, nei posti di lavoro, come nelle strade, ha lottato contro un sistema che garantisce – a volte – la sopravvivenza a chi con il suo lavoro rende ricchi i ricchi.
Il governo italiano ha approvato il piano di sostegno alla Grecia proposto dall’UE: una roba che suona bene, benissimo ma nasconde una legalissima truffa ai danni di chi lavora. In Grecia come in Italia. I soldi prestati alla Grecia per il “salvataggio” vengono dalla finanza pubblica, ossia dalle nostre tasche, ma nemmeno un euro andrà a sostenere il reddito dei cittadini di uno dei paesi più poveri d’Europa, perché tutto il malloppo di cinque miliardi e mezzo stanziati dall’Italia è destinato agli istituti di credito con cui è indebitata la Grecia, che sono soprattutto in Germania e in Francia ma anche in Italia.
Tradotto in altri termini ognuno vedrà una parte del proprio salario, quella che ai dipendenti è sottratta alla fonte, destinata al “soccorso” della Grecia, finire nelle casse delle banche tedesche, francesi o italiane. In altri termini ancora: il governo ha deciso che ogni lavoratore italiano faccia un regalo alle banche europee che hanno crediti verso la pubblica amministrazione greca. Ai lavoratori greci, non resta che ringraziare e, in silenzio, pagare. E, per loro, niente cintura di salvataggio, niente giochi a tresette finanziari. Solo lacrime e sangue. La crisi, in Grecia come da noi, morde la vita di tanti, di troppi, chiamati a pagare senza nemmeno la promessa di una ciambella di gomma. Se non arrivo alla fine del mese e non pago la bolletta della luce, resto al buio, non riscaldo l’acqua con il boiler, non accendo il computer, non alimento la batteria del telefonino… poco male visto che non ho i soldi per ricaricarlo. Se non pago il mutuo o il fitto, resto senza casa, finisco in strada.

Nostalgia del futuro

Chi perde il lavoro, e sono sempre più, prima o poi resta senza tetto. A Torino, la mia città, nell’ultimo anno sono aumentati del 22% gli sfratti per morosità. Tradotto in cifre umane significa che i procedimenti di sfratto sono stati 3029. Calcolando una media di tre persone ad abitazione, significa circa 10.000 senza casa in più. Il comune ha tagliato i fondi per il sostegno alla famiglie in difficoltà, perché preferisce spendere in operazioni più remunerative sul piano dell’immagine, come la kermesse della Sindone. E le cose non vanno certo meglio altrove. Capita persino che qualcuno ce la faccia a mettere insieme i soldi per pagare gli arretrati ma non abbia i 1.500 euro per l’avvocato e venga quindi ugualmente sfrattato.
Da noi la polverizzazione di ogni futuro altro consegna ciascuno alla solitudine della propria condizione, all’irrilevanza sociale e politica di un mal vivere che è di tanti, alla retorica razzista della Lega Nord, che peraltro pronuncia senza troppi infingimenti il lessico comune di un’intera classe politica, un lessico velenoso che ammorba a fondo il corpo sociale, che obnubila la solidarietà, che annega la distinzione tra chi ha troppo e chi nulla.
La possibilità di rompere quest’ordine ingiusto, prevaricatore, che inghiotte le vite di tanti pare dimenticata, relegata in un passato con il quale si sono recisi i legami, spezzati i fili della memoria viva, quella memoria che, ricordava in occasione del 25 aprile Roberto Prato, è inesauribile nostalgia del futuro.
Al di là del canale di Otranto hanno deciso di resistere, di non pagare la crisi, di mandare al diavolo i piani dell’UE e del Fondo Monetario Internazionale. E tutti tremano. Tremano nei consigli di amministrazione delle banche e delle aziende, nei parlamenti, nei governi. Ma quello che li preoccupa non è certo l’indice Dow Jones o il Nasdaq. Quello che li inquieta è il riemergere della questione sociale.
La posta in gioco è alta, altissima. E non si misura certo in termini di mutui e prestiti, bancarotta o “sistema paese”. È il vecchio scontro tra sfruttati e sfruttatori, che si ripropone nella sua brutale semplicità e, con altrettanta semplicità, allude ad un mondo senza più sfruttati né sfruttatori.
Robe da pazzi. Un popolo di pazzi che in questo maggio lotta per sé e per tutti.

Maria Matteo – http://www.anarca-bolo.ch/a-rivista/354/6.htm

Note

1. Nicola Porro, in Il Giornale del 6 maggio.
2. Ettore Livini, “Grecia, il piano di austerity “lacrime e sangue” del governo”, in Repubblica del 30 aprile. http://www.repubblica.it/economia/2010/04/30/news/piano_austerity_grecia-3717105/

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