Sudafrica / non solo Mondiali di calcio

Tra i ventimila giovani che a Soweto, nel 1976, protestavano contro l’insegnamento obbligatorio dell’afrikaans c’era anche una giovanissima Theresa Machabane. Qualche anno dopo sarebbe stata conosciuta come l’unica donna dei “sei di Sharpeville”, torturati e condannati a morte dal regime dell’apartheid. Sedici anni prima, ancora nel grembo materno, Theresa era sfuggita al piombo della polizia che a Sharpeville, il 21 marzo1960, sparò sui manifestanti uccidendo deliberatamente decine di donne, uomini e bambini. Sessantanove secondo i dati ufficiali. “Ma – spiega Theresa – tutti sanno che i morti furono di più”. Lei nacque quattro mesi dopo “con una manifestazione di protesta stampata nel dna e segnata nel destino”. Nel 1976 era andata a vivere con la zia a Soweto per poter studiare. Aveva sedici anni quando, insieme agli altri studenti, scese in piazza per bruciare i libri scolastici scritti in afrikaans, una lingua simile all’olandese del 1600, quando i primi colonizzatori erano sbarcati in Sudafrica. E anche stavolta la polizia sparò e uccise. Il primo a morire si chiamava Hector Peterson. La foto che lo ritrae in braccio al fratello che cerca di portarlo in salvo diventò famosa, ma Hector era già morente. Theresa si salvò perché riuscì a nascondersi in un giardino. “Gli spari –racconta – durarono per tutta la mattinata”.
I ragazzi di Soweto si rifacevano ai principi della Black Consciousness, il movimento fondato nel 1973 da Steve Biko. “Consapevolezza Nera” proponeva agli africani una rinnovata dignità, un nuovo atteggiamento per rompere con un passato di “schiavi che fanno supinamente il gioco dell’oppressore impauriti come pecore”. Arrestato a Port Elizabeth il 19 agosto 1977, Biko subì l’interrogatorio il 6 settembre. Il giorno dopo era ridotto in stato di incoscienza per le percosse e le torture. Costretto a rimanere in piedi “per piegare ogni sua resistenza”, come dichiarò uno dei carnefici davanti alla TCR (Truth and Reconciliation Commission), aveva osato sedersi. Una sfida intollerabile per i suoi carcerieri. In quelle condizioni, praticamente in coma,venne caricato su una camionetta della polizia e trasferito a Pretoria con un viaggio di oltre mille chilometri. Cinque giorni dopo era morto senza aver ripreso conoscenza. Ai suoi funerali parteciparono più di quindicimila persone e Desmond Tutu pronunciò l’orazione funebre.

Una società profondamente divisa

Dopo gli ultimi colpi di coda (stragi di manifestanti, esecuzioni capitali, squadre della morte per eliminare i dissidenti…) anche il regime dell’apartheid, dello “sviluppo separato”, finì. Con la Truth and reconcilation Commission, torturatori e vittime, miliziani degli squadroni della morte e guerriglieri, membri dei servizi segreti e parenti degli scomparsi, hanno avuto la possibilità di raccontare, parlare delle infamie commesse o subite. Non tutti ci riuscirono. Talvolta i ricordi apparivano intollerabili, ma in qualche modo il nuovo Sudafrica sembrava essersi liberato della propria storia insanguinata. Forse non completamente.
I vecchi simboli dell’odio razziale sono riapparsi il 9 aprile a Ventersdorp. Era il giorno dei funerali di Eugène Terreblanche, assassinato il 3 aprile da due neri suoi dipendenti che non erano stati pagati per il lavoro svolto. Le bandiere del Movimento di resistenza afrikaner (AWB), fondato nel 1973, si richiamano esplicitamente al nazismo, sia per i colori bianco e rosso che per la variante a tre braccia della svastica. Da molto tempo i nostalgici dell’apartheid non radunavano più di diecimila persone. Per onorare questo discendente degli ugonotti francesi si sono mobilitati non solo gli esponenti della galassia dei gruppuscoli di estrema destra, ma anche molti simpatizzanti. Forse un campanello d’allarme, una conferma che, dopo un lungo periodo di defezioni, le possibilità di reclutamento si stanno nuovamente allargando. Venute meno le speranze di poter invertire il corso della storia e di creare uno stato riservato al volk (“popolo”) afrikaner, l’estrema destra sembra trarre alimento da quella che è sempre stata una delle sue risorse principali: la paura. L’uccisione del leader razzista non sarebbe un caso isolato.
Dal 1994, anno delle prime elezioni multirazziali, numerosi altri proprietari di fattorie sono morti in circostanze analoghe. Molti di più, naturalmente, i salariati agricoli che hanno subito maltrattamenti dai proprietari bianchi. Anche Eugène Terreblanche, accusato di aver picchiato e ridotto in fin di vita un suo dipendente, era stato condannato a cinque anni di carcere. Tornato in libertà nel 2004, si definiva “born again” per aver ritrovato la fede dietro le sbarre.
Mentre Andre Visagie, segretario generale dell’AWB dichiarava che “questa morte è una dichiarazione di guerra della comunità nera del Sudafrica alla comunità bianca”, Andrew Ford, leader del BNW, non ha perso l’occasione per dirsi “in guerra con i bastardi neri”. Entrambi hanno poi invitato i paesi partecipanti ai Mondiali di calcio del 2010 a “non inviare le loro squadre”. Da Visagie altre minacce e appelli alla vendetta nei confronti di Julius Malema, leader della Lega della gioventù dell’African national congress (Anc) considerato “responsabile dell’omicidio”. Recentemente, davanti agli studenti universitari di Johannesburg, Malema avrebbe intonato una vecchia canzone della lotta antiapartheid, Dubula Amabhunu baya raypha, in cui si chiede di “uccidere i Boeri”.
L’attuale Sudafrica rimane una società profondamente divisa, con milioni di poveri (in stragrande maggioranza neri) e una minoranza, bianca e nera, di benestanti. Situazione che alimenta il diffondersi della criminalità e della violenza. Uno spiraglio potrebbe venire dalla realizzazione di quella riforma agraria che era nei programmi dell’Anc, ma che procede con estrema lentezza.
Al funerale non sono mancati aspetti folcloristici. Decine di Hell’s Angels, in fila indiana con le loro rombanti motociclette e l’enorme bandiera dell’AWB, dalle dimensioni di campo da calcio, distesa sui prati intorno alla chiesa dove si svolgeva la cerimonia. Le vicine township erano state poste sotto stretta sorveglianza per impedire spedizioni punitive da parte dei militanti razzisti.
Nello stesso giorno il Sudafrica veniva turbato dai minacciosi comunicati del ramo maghrebino di Al Qaeda. L’organizzazione di Bin Laden ha preannunciato attentati negli stadi durante i mondiali di calcio che si svolgeranno fra giugno e luglio. Il messaggio, diffuso in un sito islamico e ripreso dalla tv Usa Cbs, sembra provenire dallo stesso gruppo responsabile del sequestro di Sergio Canale e Filomena Kaboree.
Nel macabro comunicato si legge che i campionati “saranno trasmessi da decine di emittenti e attraverso i nostri attentati, in un solo momento, tutto il mondo potrà venire a conoscenza delle sofferenze dei bambini musulmani e delle nostre donne”. Cinque nazioni (Usa, Gran Bretagna, Germania, Francia, Italia) vengono segnalate in modo particolare in quanto “partecipanti alla guerra crociata contro l’Islam”. Il governo sudafricano conferma di essere già intervenuto per sventare altri piani terroristici di cui i servizi segreti erano venuti a conoscenza.
Nel frattempo proseguiva la discussione in merito al progetto di una centrale a carbone di Medupi che potrebbe avere il sostegno finanziario della Banca mondiale, in contraddizione con le intenzioni dichiarate di voler sviluppare le energie rinnovabili. A usufruire dei finanziamenti (3,7 miliardi di dollari per un costo totale di 17,3 miliardi) sarebbe la compagnia sudafricana Eskom, ma la scelta del carbone viene contestata sia dai paesi finanziatori che da molte Ong. Appare evidente l’ambiguità di alcune istituzioni internazionali come la Banca mondiale che, mentre sostengono di voler combattere il riscaldamento globale, forniscono aiuto ai progetti a base di energie fossili. Le sei unità della centrale, la quarta al mondo per dimensioni, dovrebbero raggiungere una potenza di 4800 megawatt (MW) e far aumentare del 12% il potenziale elettrico del Paese. Una giustificazione, secondo la Banca mondiale, verrebbe dalla scarsità di elettricità che grava sullo sviluppo dell’intera regione.

Anche in Cina, Brasile, India…

Il Sud Africa infatti rimane il maggior fornitore di energia verso i paesi confinanti. Secondo i responsabili del progetto “non esisterebbero alternative al carbone a breve termine”. L’anno scorso gli Stati Uniti si erano astenuti al momento di votare il progetto Medupi al consiglio dell’African Development Bank che sta già finanziandone la costruzione. Sarkozy, in un incontro dell’ottobre 2009 con Les Amis de la Terre, aveva assicurato che la Francia avrebbe vigilato affinché “i finanziamenti pubblici siano coerenti con gli obiettivi di lotta contro il cambiamento climatico”. Le associazioni ambientaliste hanno espresso ulteriore preoccupazione per l’apertura di nuove miniere che dovranno rifornire l’impianto di almeno 14,6 milioni di tonnellate annue di carbone, la quantità necessaria per far funzionare l’impianto.
Inoltre, sostengono Les Amis de la Terre “dell’elettricità prodotta da Medupi beneficeranno soprattutto le industrie minerarie e metallurgiche”. Ma il problema non è soltanto sudafricano. Secondo l’Agenzia internazionale dell’energia, in paesi come la Cina, la Russia, l’India e il Brasile, l’aumento delle capacità energetiche a base di carbone tra il 2010 e il 2020 dovrebbe arrivare a duecentocinquantamila MW.

Gianni Sartori

Fonte: A Rivista Anarchica

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