Antropologia dei movimenti sociali

Un convegno all’Università degli studi Milano-Bicocca con la partecipazione di studiosi di area libertaria e interesanti riflessioni. Per esempio, sulle lotte indigene in Brasile…

“Antropologia dei movimenti sociali”è il nome delle giornate di studio che si sono tenute il 30 e 31 marzo all’università degli studi di Milano Bicocca, incontro organizzato dai ricercatori del dottorato di ricerca in antropologia della contemporaneità.
Ho deciso di parlarne su “A” perché sono stati due giorni particolarmente interessanti e perché penso che antropologia e pensiero libertario abbiano parecchie cose in comune. Non è molto che gli antropologi hanno iniziato a riflettere sull’anarchismo, da molto tempo però anarchismo e antropologia si muovono sulla stessa traiettoria, le loro teorie tendono a rimbalzare l’una su l’altra, mentre è evidente che sin dall’inizio del pensiero antropologico esiste un’ affinità con l’anarchismo, in particolare nel riconoscere la varietà dei modi di pensare propri agli esseri umani (1).
Il pensiero libertario ha occupato, al contrario di altri sistemi di pensiero, un posto marginale dentro gli ambiti scientifici e accademici.
Negli ultimi anni nell’ambito dell’antropologia alcune cose stanno cambiando, vari studiosi che si sentono libertari, si sono avvicinati all’antropologia in cerca di studi specifici, sulla possibile esistenza di società senza lo stato, senza potere e dominio, società senza il patriarcato o hanno cercato di applicare il metodo antropologico per costruire una vera e propria etnografia dei movimenti sociali.
Con un’esperienza inversa, molti antropologi si sono avvicinati alle idee libertarie sulla base di ricerche sul campo, attraverso lo studio di culture “altre”, di sistemi e modi diversi di organizzare la vita sociale e di vivere lo spazio della politica.
Definire l’antropologia non è semplice, ci sono diverse correnti e tradizioni antropologiche. Per esempio le definizioni; antropologia culturale è di derivazione statunitense, antropologia sociale di provenienza britannica, ed etnologia, tipico della scuola francese.

Il posto dell’anarchismo

In generale possiamo dire che l’antropologia è un campo di sapere scientifico che studia i sistemi socio-culturali, cioè le società e le culture, prestando uno sguardo particolare per il diverso. L’antropologia è la scienza che studia l’uomo dal punto di vista sociale, culturale, fisico e dei suoi comportamenti nella società (2).
Altra cosa che distingue l’antropologia è il suo metodo di studio, reputa fondamentale la ricerca sul campo. Tradizionalmente, fondamentale per la ricerca etnografica era considerato l’incontro con l’“altro”, in un’esperienza di “campo” nella quale l’etnografo doveva oltrepassare un confine più o meno immaginario ed entrare in contatto con la realtà socio-culturale che intendeva descrivere (3).
L’anarchismo, il pensiero libertario in generale è definito come un sistema filosofico che vuole costruire una società senza dominio, più precisamente:
L’anarchismo non è una teoria omnicomprensiva e compiutamente chiusa in sé, pur essendo auto referente nel nucleo duro delle sue coordinate di riferimento. Esso postula una teoria della massima libertà individuale e insieme collettiva, scommettendo sulla coniugabilità non paradossale (seppur densa di conflitti) della libertà singolare e della libertà pubblica.
In tal senso l’anarchismo è innanzitutto una filosofia politica figlia del disincanto moderno: crede finalmente nel fatto e non solo nella pensabilità che ciascun individuo possa credere e scegliere di gestire l’organizzazione autonoma della propria vita, eletta tra altre disponibili nello spazio –tempo storico-materiale in cui si trova a vivere secondo liberi criteri personalissimi, in piena responsabilità verso l’eguale opportunità data all’altro da sé, che poi è il ciascuno a lui vicino. Ma l’anarchismo non è solo la filosofia dell’unico: è anche teoria di una forma organizzativa della società, cioè progettazione sperimentale di un assetto collettivo che regola una delle possibilità in cui si attiva il legame sociale “inventato” quotidianamente; e precisamente quella fondata sul più ampio esercizio di libertà, sull’accettazione critica e responsabile delle differenze singolari sull’eguaglianza di opzioni di forme di vita, sull’orizzontalità dei processi relazionali, specialmente quelli determinanti la formazione decisionale
(4).

Il presupposto indirettamente gerarchico

Confrontiamo le parole di Salvo Vaccaro con quelle di Clifford Geertz e troviamo uno dei motivi che mi spinge a parlare di questi possibili rapporti tra libertari e studi antropologici: Vedere noi stessi come ci vedono gli altri può essere rivelatore. Vedere che gli altri condividono con noi la medesima natura è il minimo della decenza. Ma è dalla conquista assai più difficile di vedere noi stessi tra gli altri, come un esempio locale delle forme che la vita umana ha assunto localmente, un caso tra i casi, un mondo tra i mondi, che deriva quell’apertura mentale senza la quale l’oggettività è autoincensamento e la tolleranza mistificazione (5).
Quindi ci parla di un’antropologia dialogica che cerca di annullare il presupposto indirettamente gerarchico secondo cui “noi” studiamo “loro” perché noi diversamente da loro, siamo emancipati dalle “stranezze” della cultura (6).
Tornando alla due giorni che si è tenuta all’Università degli studi di Milano Bicocca, i seminari sono stati molti, particolarmente interessante è stata la relazione di Stefano Boni, dal titolo “La politica della prassi sovversiva. L’attivismo quotidiano nato dalla frammentazione dei movimenti di critica alla globalizzazione”. Nel suo intervento Stefano Boni ci ha parlato di come dal basso si ripensa la politica oggi, di come i nuovi movimenti sociali non cercano un riconoscimento governativo ma sociale, ha rilevato la differenza che passa tra la vecchia politica retorica e le reali relazioni sociopolitiche di oggi che intercorrono tra individui nel quotidiano delle loro vite.
Viviamo un’epoca di restringimento delle storiche pratiche sovversive dei movimenti politici, sempre meno usuali sono scontri diretti e barricate, pratiche usuali invece nel conflitto tra 800\900. La società civile è sempre più passiva e impotente, l’azione diretta è sempre più criminalizzata e i movimenti radicali sempre più repressi. Quindi l’azione movimentista perde forza. Privi di scontri nel “gioco del potere” la protesta diventa sempre più telematica, irreale e impotente si vive nell’impossibilità di imporre la “volontà popolare”. Per questo cambiano i modi della lotta, secondo Boni dobbiamo rivoluzionare il vissuto quotidiano, trasformare le nostre vite prima di tutto.
Durante la sua relazione ci ha parlato di una sua ricerca sul campo nel Senese (Vivere senza padroni, elèuthera, 2006) dove ha affrontato la rimessa in discussione dell’organizzazione sociale. Ha sottolineato l’importanza di provare a vivere al di fuori degli schemi istituzionali, la necessità di trovare una forma comune, una prassi collettiva del vivere sociale.
È nel vissuto che si costruisce l’antagonismo, non nei grandi eventi mediatici del movimento. Perciò questa ricerca sul campo si sofferma sulle prassi di vita di un frammento di umanità ribelle, al di là degli stereotipi mediatici. Il movimento è la sua cultura, una cultura che è fatta di valori specifici, di un immaginario comune e comunitario, di emozioni e idiosincrasie condivise, ma anche del loro tradursi e manifestarsi in uno stile di vita. In queste modalità peculiari e distintive di fare le cose e di pensare il mondo si genera l’identità comune, il “noi” descritto in questa ricerca.
Dopo svariati mesi a contatto diretto con questi gruppi del Senese, ha descritto nella sua relazione i punti fondamentali di questo metodo di lottare cambiando la quotidianità delle nostre vite. Fondamentale il superamento dei paradigmi identitari, vivere un continuo confronto nella messa in discussione delle pratiche utilizzate, cercare di realizzare dei paradigmi identitari includenti. Indispensabile in queste pratiche una gestione delle risorse in modo libertario ed egualitario. Si riformula il modo di fare politica, diventa una lotta per la “mutazione” culturale.

Una resistenza legata alla terra

Un’altra relazione molto interessante è stata quella di Alfredo Wagner Berno De Almeida dell’Universidade Federal dos Amazonas de Brasile, il titolo della sua relazione “Nuove forme organizzative dei movimenti sociali della Pan amazzonia”. Ci ha parlato dei movimenti indigeni nella Pan amazzonia, di più di tremila gruppi che lottano per la tutela del loro territorio.
Secondo De Almeida cambiano le forme della lotta, i numeri sono sempre più grandi e di pari passo mutano anche gli strumenti antropologici per analizzare società e movimenti di lotta. A cambiare non sono soltanto i movimenti ma anche il capitalismo, sempre più confliggono due diversi tipi di capitalismo quello devastante e quello verde. Il ruolo degli antropologi e biologi deve essere la difesa del patrimonio genetico e delle culture tradizionali.
Nella Pan amazzonia assistiamo a un processo di territorializzazione forte, con lotte che si avviano sempre più in modo radicale con occupazioni di terre, scioperi generali che contrastano il capitalismo che sia verde o devastante perché hanno compreso che non cambia la sostanza della sua arroganza. Il capitalismo possiede uno stock di crescite, di tutti i colori: crescita blu con la destra e i padroni, crescita rossa con la sinistra e i sindacati, crescita verde con Borloo e il suo compagno Cohn-Bendit. Non diremo mai che tutte queste politiche si equivalgono… ma la crescita blu, verde, rossa, verde, conducono tutte allo stesso muro, tutte alimentano la macchina dell’ineguaglianza sociale e al lavaggio del cervello della popolazione (7).
In queste lotte si mobilitano donne, uomini, bambini e sciamani, la cosa veramente peculiare è che appartengono alle etnie più diverse, hanno trovato un punto di unione con la lotta per la difesa del territorio, una lotta di riappropriazione ecologista. Mettono in gioco la loro vita, il loro impegno contro le deforestazioni, luoghi sacri per loro, dove da sempre trovano erbe medicinali.
De Almeida ci ha parlato di una resistenza e forme politiche legate alla terra una sorta di politicizzazione della natura e questo ha aperto nuovi scenari importanti. Terminando ha fatto una critica alle ONG che incidono negativamente su i gruppi di lotta autonoma e autoctona, producono populismo e supporto al capitalismo verde, invece ci vuole una rottura con la politica della tutela.
Molti altri sono stati gli interventi interessanti ma non basterebbe la rivista intera per sviscerarli tutti. Concludo ringraziando tutti\e gli organizzatori e i relatori delle due giornate.

Andrea Staid

Note

  1. David Graeber, Frammenti di antropologia anarchica, Elèuthera, Milano, 2006.
  2. Ugo Fabietti, Francesco Remotti (a cura di), Dizionario di antropologia, Zanichelli, Bologna, 1997.
  3. Paolo Corbetta, Metodologia e tecniche della ricerca sociale, Il Mulino, Bologna, 1999.
  4. Salvo Vaccaro, Cruciverba, Lessico per i libertari del XXI secolo, Zero in Condotta, Milano, 2001.
  5. Clifford Geertz, Interpretazione di culture, il Mulino, Bologna, 1988.
  6. Andrea Staid, Quel potere senza dominio, Libertaria, anno II, n. 4, 2010.
  7. Paul Ariès, La simplicitè volontarie contre le mithe de l’abondance, La Decouverte, Paris, 2010.

A Rivista Anarchica

Da leggere: Per una pedagogia della ricostruzione sociale

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