Bologna: Cinque anni dopo, crolla il teorema sui pacchi bomba

Erano molto fieri. I papaveri di Procura e Polizia, verso ora di pranzo del 26 maggio 2005, avevano attorno a sé una folla di giornalisti. Conferenza stampa in grande stile. Servito in pasto alla stampa, risultato della brillante operazione che allontanava da Bologna, se non dall’Italia, lo spettro del terrorismo anarco-insurrezionalista. Decine di perquisizioni, prove schiaccianti, sette arresti. Vari capi di imputazione, ma soprattutto per tutti un bel 270, articolo del codice penale sopravvissuto fino ad oggi dalla prima stesura fascista: associazione sovversiva. Sgominata la Federazione Anarchica Informale e la Cooperativa Artigiana Fuoco e Affini. In manette i colpevoli dei pacchi bomba spediti a destra e a sinistra per tutto il 2001. Alè.
Non passano nemmeno tre settimane e gli eroi dell’antiterrorismo prendono una bella batosta: è il 12 giugno. Il Tribunale del Riesame scarcera tutti. Le motivazioni escono qualche tempo dopo, il giudice scrive: “Non si può che constatare come non è in realtà dato sapere se la struttura Fai, abbia effettivamente preso vita, né chi, eventualmente, si nasconde dietro ad essa”. Leggi: non ne sappiamo niente. Non c’è alcuna prova che la Fai esista. Se esiste non abbiamo la più pallida idea di chi ci sia dentro. E non abbiamo alcuna prova che questi c’entrino qualcosa. Liberi tutti.
Solo due restano dentro perché coinvolti nell’inchiesta “Cervantes”, saranno poi assolti.
I tempi della giustizia italiana sono però lunghissimi, si sa. E spesso non è una cattiva notizia. Lo è stata però per i compagni rimasti impigliati in questa inchiesta. Benché il riesame abbia annullato le detenzioni cautelari, a tutti resta appiccicata la denuncia per associazione sovversiva. Per cinque anni. Finché finalmente viene convocata l’udienza preliminare, quest’anno. Dopo un primo rinvio, il 18 maggio scorso il gup non può che confermare le conclusioni del riesame. Nessuna associazione sovversiva, nessun rinvio a giudizio, del teorema accusatorio non resta niente.
Nessuno però restituirà a quelle compagne e a quei compagni i giorni passati privati della propria libertà, né tutte le conseguenze di aver visto il loro nome, ripetutamente e per cinque anni, sui giornali, associato a questa inchiesta senza capo né coda.

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