Budapest si prepara ai sacrifici

Conti falsi, ruberie, privatizzazioni di comodo, spreco di soldi pubblici. Il rigore è lontano. Il fiorino è crollato e le famiglie che pagano i mutui in euro o sterline si disperano

BUDAPEST- Non è come quando atterri a Varsavia o a Praga postmoderne. Il piccolo aeroporto è ancora quello costruito nell’autunno della dittatura. Viaggiando verso la città, i cartelloni pubblicitari sono nuovi  –  Toyota, Vodafone o Calzedonia  –  ma la strada è ancora quella stretta della lunga notte del comunismo.
In centro, gli splendidi palazzi e monumenti sbrecciati dall’usura del tempo – niente restauri polacchi o cèchi – quasi ti narrano in silenzio il dramma dell’Ungheria. Mal ridotti ma ancora in piedi. Non è la Grecia della bancarotta, è un paese centroeuropeo che molto più di altri fa a fatica i conti col passato che non passa, l’Ungheria epicentro volontario dell’ultimo terremoto finanziario mondiale. Un paese che ha appena regalato ai suoi nuovi leader di fiera destra nazionale una maggioranza di sogno – promettevano meno tasse e più soldi pubblici per tutti – e adesso aspetta l’addio alla promessa di sgravi fiscali e l’arrivo di pesanti sacrifici. Il premier Viktor Orban ha convocato una riunione fiume del governo da oggi a martedì.

“Sono state pronunciate frasi infelici, i nostri conti pubblici sono solidi”. Con disinvoltura da anchorman di qualche grande tv network privato, il sottosegretario Mihaly Vàrga – “il Gianni Letta ungherese”, lo chiama qualcuno – ha avviato la marcia indietro. Messaggio: non siamo la nuova Grecia, ci siamo sbagliati a dirlo. Contrordine, dopo appena 24 ore. Ventiquattrore ore in cui milioni di ungheresi che pagano mutui in franchi svizzeri, euro o sterline, hanno perso una fortuna e ora passano notti insonni. “Il fiorino è crollato per quelle poche parole, adesso dobbiamo rifare tutti i conti per noi e per i figli”, singhiozza una giovane coppia in centro. Il caro-mutuo, e il carovita per tutte le merci importate, pesa di più già da venerdì per ogni famiglia, dopo il crollo del fiorino causato dalla logorrea finanziaria della destra al potere. Gli altri sacrifici sono attesi dalla gente con ansia al calor bianco.

“Questo governo dovrebbe imparare un po’ più di chiarezza nella comunicazione con i mercati, non si può parlare ai mercati in questo modo e aspettarsi fiducia”, dice Tim Ash della Royal Bank of Scotland. La doccia scozzese è stata troppo brutale. “Hanno voluto testare i mercati internazionali”, sostiene un diplomatico occidentale, “con tutto il loro orgoglio di forza politica nuova, vergine, non compromessa col comunismo, e si sono accorti che ai mercati della loro verginità politica non glie ne importa un fico”. “Rischio default”, “rischio Grecia”, quegli allarmi lanciati dal governo del giovane, atletico premier di destra Orban, che in Europa ammira soprattutto Berlusconi, e dagli altri cavalli di razza della Fidesz, il suo partito, hanno scoperto il bluff: adesso il re della nuova destra ungherese è nudo, “si sta giocando il capitale di credibilità che ogni maggioranza conservatrice ha al suo esordio”, avvertivano ieri fonti britanniche.
Giochi spregiudicati, e scenari cupi, qui nella calda Budapest d’inizio estate. Orban aveva vinto ad aprile giurando di voltare pagina dopo un postcomunismo gestito quasi sempre da governi del partito ex comunista. Spregiudicati anche loro, corrotti da riempire tonnellate di fascicoli d’inchieste. “Abbiamo mentito al paese”, aveva riconosciuto già nel 2006 l’allora premier postcomunista (socialista) Ferenc Gyurcsany. Conti falsi, ruberie, privatizzazioni di comodo, spreco di soldi pubblici. Siamo lontani anni luce, qui a Budapest, dal rigore stile Bundesbank con cui Varsavia dall’89 corse da un’inflazione sudamericana del 2200 per cento annuo all’aggancio dello zloty al marco e poi all’euro. O al rigore da Havel in poi a Praga.

Puniremo i corrotti comunisti, e poi, in barba a Maastricht: spenderemo di più per la gente che lavora, taglieremo le tasse a tutti, aveva promesso Orban. “Alom”, sogno, è il suo slogan preferito. Poi all’esordio al potere, pochi giorni fa, ha dato priorità al “sogno” della superiore diversità del popolo ungherese. Cittadinanza a tutti i magiari doc oltre confine, sfidando i paesi vicini, e una nuova festa nazionale: il Trattato del Trianon (dopo la prima guerra mondiale) dove l’Ungheria sconfitta quale parte dell’impero asburgico perse due terzi del territorio, è il nuovo massimo anniversario costitutivo della Memoria. Più dell’Olocausto, più del 1945, più della fine del comunismo nell’89. “Spazio vitale” e “Vittoria mutilata”, insomma, miti di cupa memoria.
“Conti falsi alla greca del vecchio, corrotto governo socialista? Ma non scherziamo”, mi fa osservare un imprenditore europeo, “dall’autunno 2008 una linea di credito del Fondo monetario ha salvato l’Ungheria, a condizione di un monitoraggio mensile, come avrebbero potuto imbrogliare?”. Il clima è pesante, tra il Fmi e il nuovo potere magiaro. “Strauss Kahn è un comunista del loro sangue”, aveva detto qualche mese fa Laszlo Koever, un leader della Fidesz. “Comunista del loro sangue”, nel vecchio linguaggio della destra ungherese, vuol dire ebreo massone e plutocratico.

I sogni seducono, ma muoiono all’alba. Pochi giorni fa, la Commissione europea ha detto chiaro e tondo a Budapest che troppo oltre Maastricht non si può andare. Insomma, addio alle promesse di sgravi fiscali, e più stretta a tutto campo. Tra poche ore, con annunci di rigore pesante, verrà l’amaro risveglio. “Poi vedremo guerre di dossier e inchieste su corrotti ex governanti socialisti, ma la delusione per le promesse mancate potrà solo rafforzare Jobbik, l’ultradestra delle milizie con le divise nere”, avvertono fonti della Ue. Piccoli segnali, sembra coglierli nel formulario di registrazione degli alberghi: chiedono anche il nome di tua madre (si è ebrei da parte materna), come in Germania tra il ’33 e il ’45. Ma se protesti rinunciano ancora a conoscerlo.

La Repubblica

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