La Commissione Relazioni Internazionale FAI sull’assalto navale

Il sanguinoso attacco militare israeliano condotto il 31/5 mattina, in acque
internazionali, contro il convoglio navale di solidarietà con la
popolazione di Gaza è l’ultimo, intollerabile, atto di prevaricazione e
di violenza di un governo sempre più incapace di uscire dalle spirali
della propria politica di sopraffazione colonialistica, segnata da un
nazionalismo sempre più marcato e da un crescente integralismo.

Questa volta le vittime sono stati i solidali che , da tutte le parti
del mondo, volevano portare aiuti e sostegno umanitario ad una
popolazione stremata da un blocco, di terra e di mare, che non ha fatto
che acuirne le sofferenze dopo la criminale aggressione dell’operazione
‘Piombo fuso’.

Tutti i giorni la politica del pugno di ferro si fa sentire contro gli
oppositori della loro politica, nei territori, in Israele, contro chi si
mobilita e lotta contro il Muro, contro la distruzione delle case
palestinesi, contro gli espropri arbitrari dei terreni, contro le mille
prevaricazioni quotidiane che rendono difficile la vita della
popolazione araba di Israele e dei territori. Una politica che,
evidentemente, non riesce a realizzare compiutamente i propri obiettivi
se deve ricorrere ad un atto infame come quello del massacro degli
attivisti umanitari per dare la cifra della propria determinazione.

Ma qual’è il prezzo che le popolazioni dell’area medioorientale,
compresa quella israeliana, saranno costrette a pagare per continuare a
sopportare questa determinazione? Quale pazzia dovremo ancora registrare
prima che si arrivi ad una sostanziale inversione di rotta che riporti
la pace in quei territori martoriati? Se si arriva a considerare
un’intollerabile provocazione l’invio di un convoglio umanitario, che
risposta ci potrà essere contro le costruende centrali nucleari iraniane?

Venti di guerra riprendono a soffiare con forza in un mondo sempre più
attraversato da integralismi religiosi, da nazionalismi beceri e da
presunzioni civilizzatrici.

Gli anarchici, da sempre, rifiutano e disprezzano la guerra, fratricida
e distruttrice, e contrappongono la rivoluzione sociale come strumento
di liberazione dell’umanità; per questo hanno sempre deprecato le lotte
fra i popoli ed indicato nella lotta contro le classi dominanti la via
d’uscita alla crisi sociale. Ma non per questo sono insensibili alle
conseguenze delle politiche colonialiste e nazionaliste e se
disgraziatamente un conflitto avviene, come in terra palestinese, fra
popolo e popolo, essi sostengono quel popolo che, in quel momento,
difende la sua vita, la sua dignità, la sua indipendenza.

Da sempre gli Stati hanno diviso i popoli imponendo le frontiere. La
creazione dello Stato d’Israele non solo non ha risolto le esigenze
della popolazione ebraica residente, né di quella sfuggita ai campi di
sterminio, ma ha creato in Palestina una fortezza militarista ed
autistica, baluardo di interessi strategici degli imperialismi USA ed
UE, ed ha sviluppato una contrapposizione permanente con la popolazione
preesistente, imponendo una dominazione di tipo coloniale.

Così pure l’obiettivo della creazione di uno Stato palestinese se
apparentemente sembra un passo in avanti nella liberazione di un popolo
oppresso e sfruttato, in realtà è una nuova gabbia che rafforza i
sentimenti nazionalisti facendo perdere la consapevolezza degli
interessi di classe e dell’importanza della lotta sociale contro i
dominatori e gli sfruttatori di ogni tipo e di ogni etnia. Tutte le
lotte di liberazione nazionale l’hanno insegnato: non esiste liberazione
economica e sociale del proletariato al di fuori dalla sua
autoorganizzazione in classe e la sua cristallizzazione nelle comunità
nazionali interclassiste è la tomba di ogni progetto di un vero
cambiamento sociale basato sull’eguaglianza e sulla libertà.

Il superamento dello stato di guerra che insanguina quella regione si
potrà avere o con l’annichilimento e la distruzione di una delle due
parti, soluzione prospettata dai grandi e piccoli imperialismi nella
loro partita a scacchi per il dominio del mondo, o con la distruzione
definitiva delle barriere artificiali, etniche, politiche e religiose,
imposte ai popoli per la costruzione di una società più giusta ed umana.

L’esistenza di collettivi di palestinesi e di israeliani che si
oppongono alle politiche governative, alla costruzione del Muro, che
sostengono i disertori israeliani al servizio militare, che si
mobilitano contro il militarismo, provano una volta di più che quello
che può unire, con la solidarietà e la lotta, è più forte di quello che
divide.

E non è allora un caso che i morti di oggi siano degli attivisti
umanitari disarmati, espressione della società civile internazionale,
individuati come le pericolose avanguardie di un processo di pace e di
solidarietà che parte dal basso, in grado di erodere dalla base un
potere sempre più anacronistico, violento, antiumano.

A loro tutto il nostro sostegno e la nostra solidarietà!

Commissione di Relazioni Internazionali della FAI

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