Antonio: “A 56 anni senza lavoro rivedo la mia vita e non dormo più”

Era addetto al controllo di qualità sui prodotti di telefonia, l’insolvenza della società Agile ha sventrato la sua esistenza e quella di 115 famiglie di manager e impiegati, oltre agli altri duemila in tutta Italia

“A casa mia?”. Scuote la testa. E si siede in un angolino del locale. “No, un bar va meglio, con un caffè e una sigaretta”. Forse perché, in mezzo alla gente e al rumore, costa meno fatica spiegare come si diventa fantasmi. Antonio Rizzuto, non più funzionario e non ancora disoccupato, un precario dai capelli grigi e la cravatta perfettamente annodata, avvolta quasi per inerzia come ogni mattina per entrare in ufficio da trentatré anni fino a sette mesi fa, distoglie lo sguardo, abbassa gli occhi azzurri, non è la propria vulnerabilità che gli interessa mostrare. Il suo ufficio di San Giovanni a Teduccio della società Agile – ramo It che il grande gruppo Eutelia ha ceduto nel giugno 2009 – è stato chiuso dal titolare dei locali per insolvenza dell’azienda, mentre analoghe chiusure avvenivano ad Arezzo, sede capofila, e altrove.
Un terremoto che ha lasciato senza futuro Antonio, addetto al controllo di qualità sui prodotti di telefonia, e altre 115 famiglie di manager e impiegati, oltre agli altri 2 mila in Italia. Una faccia sciupata e composta, come tante, è il simbolo di vite sventrate dalle cessioni truffa, dalle esternalizzazioni fantasma. La crisi dalle sembianze disumane, l’economia delle “cricche”.

Tutto è rimasto com’era in quei suoi cassetti, ancorati alla vecchia vita di Antonio, in via Ferrante Imparato, periferia Est. Nella sua scrivania sprangata, ha lasciato manuali e cartoleria, perfino il “giallone” e il “verdone”, i prontuari vintage degli albori della programmazione, i gingilli inutili e qualche foto di vacanza al mare con la famiglia. Una ruga gli increspa la fronte, mentre Antonio prova a ingoiare quello che spiegabile non è. E quasi si giustifica. “A casa non è facile. Se ti ritrovi a 56 anni senza più un lavoro, con lo stipendio di ottobre 2009 che ti è stato accreditato solo 30 giorni fa, non è semplice rivedere il film della tua vita davanti a tua moglie, alle tue figlie, raccontare che paghi il ticket per andare dallo psichiatra della Asl, che sono cominciati i disturbi del sonno e una vertigine che si chiama panico, che va e viene. Pago un fitto di 1.050 euro al mese: così è venuta ad abitare con noi mia suocera, partecipa con la sua pensione al budget di un ex capo di famiglia monoreddito. Ti chiedi come hai fatto a finire così. Com’è possibile che ti sei ritrovato, poche ore fa, in fila con i giovani. In competizione con loro, a fare, ad esempio, il concorso al Comune di Napoli”.

Stagione “lacrime e sangue”, Napoli, quartiere Arenella. Dentro la crisi che parcellizza i vecchi gruppi in micro scatole vuote, che moltiplica i dividendi ma cancella le storie delle persone, nella crisi fatta anche di cessioni sconsiderate e truffe e sospette “cricche” che scavano le esistenze, sta conficcata la parabola dei lavoratori di Agile, ex Eutelia, che a sua volta vengono dall’ex grande sogno Olivetti. Solo quando Antonio e tutti gli altri sono passati alla nuova srl, hanno scoperto intrecci e ombre tuttora all’esame dei magistrati. La Procura di Arezzo ha già chiesto il rinvio a giudizio per la famiglia Landi, proprietaria di Eutelia, per associazione a delinquere finalizzata al falso in bilancio, all’appropriazione indebita e alla frode fiscale. Agile, capitale di soli 96 mila euro, e Omega, controllata a sua volta dalla milanese Libeccio, dipendono tutte da Restform: una scatola vuota? È la domanda che ha messo in moto anche la Procura di Milano.

Con l’incredulità che non muta in rassegnazione, Antonio racconta: “Saremo parte civile nel processo ad Arezzo. Era autunno quando la situazione è precipitata, nel silenzio generale. Nella stessa giornata del nostro passaggio, abbiamo saputo che Agile era stata venduta a Omega, che fa capo a Libeccio, dichiarata fallita solo pochi giorni fa. Eppure, quello che capita a noi è il riscontro di un’economia basata sull’idea che le persone siano commodity, una macchina che puoi rottamare. La legge sulla cessione dei rami d’azienza presenta buchi legislativi tali da potersi liberare tout court delle risorse umane”.

Erano manager e colletti bianchi, quelli di Eutelia. “E abbiamo dovuto imparare anche un’altra lingua: la lotta”. Sono quelli che a novembre sono saliti sul tetto dell’edificio di San Giovanni a Teduccio; quelli che a Roma hanno dato vita ai sit-in con una maschera bianca, e si sono visti recapitare una multa da 2500 euro. Chissà poi come: non avendoli identificati durante il blocco stradale, si deduce che le forze dell’ordine abbiano scelto di inviare le multe a quei lavoratori che, poco prima, avevano fornito le generalità a Montecitorio e distribuito i volantini alla Camera.

Antonio tira fuori due fogli stampati. Il primo è la busta paga di ottobre, 2.181 euro, recapitata in due tranche, a febbraio e a maggio. L’altro è quello della cassa integrazione: 1.124 euro netti. “Ma se mia moglie a 50 anni non trova qualche lavoro da baby sitter, se io non mi metto a digitare le tesi di laurea, a fare il segretario in nero, se i miei fratelli e i cognati non ci prestano piccole somme…”. Passano le giornate sui “se”. “Se non avessimo messo da parte il gruzzolo, se non avessimo risparmiato sulle cene al ristorante, come faremmo?”. Stretta tra gli argini dell’ultimo stipendio del primo assegno della Cig, c’è il binario della nuova vita, straniera. “Mi sveglio, mi metto la solita cravatta per riconoscermi allo specchio malgrado i chili in meno, la testa che a volte sembra vuota, perché deve rincorrere il tutto e il niente di chi si sente ancora in grado di lavorare, ma non può licenziarsi, né cercare altro e diventa merce di sfruttamento, frammento sul mercato del lavoro nero”.

Antonio è un privilegiato, nonostante il suo ticket versato allo psichiatra. Al vicino palazzo della Scc, altra esternalizzata in tumulto della Telecom, la rete di solidarietà aziendale della Telesol, ha “adottato” sei famiglie della Agile. Sei case in cui soffia una doppia angoscia: la nuova condizione, e il timore che si possa “sapere in giro”. C’è chi, laureato, ha indossato una tuta da imbianchino e “tinteggia pareti per 70 euro all’ora, perché ha tre figli”. C’è M., la ex dipendente, che va a ritirare il latte dalle suore di Madre Teresa di Calcutta. La Telesol di Telecom, fino all’anno scorso, raccoglieva per casi come questi 24 mila euro di ticket all’anno, nel 2010 sono già scesi a 12 mila. Effetto della crisi, certo. E delle conseguenze minute dell’economia di “cricca”.

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