Archivio per giugno, 2010

Dai reclusi di Ponte Galeria alla cosiddetta “società civile”

Posted in Uncategorized on 26/06/2010 by gattoselvaggio

A tutte le persone che vivono in questo paese
A tutti coloro che credono ai giornali e alla televisione

Qui dentro ci danno da mangiare il cibo scaduto, le celle dove dormiamo hanno materassi vecchi e quindi scegliamo di dormire per terra, tanti tra
di noi hanno la scabbia e la doccia e i bagni non funzionano.
La carta igenica viene distribuita solo 2 giorni a settimana, chi fa le pulizie non fa nulla e lascia sporchi i posti dove ci costrigono a vivere.
Il fiume vicino il parcheggio qui fuori è pieno di rane e zanzare  che danno molto fastidio tutto il giorno, ci promettono di risolvere questo problema ma continua ogni giorno.
Ci sono detenuti che vengono dai CIE e anche dal carcere che sono stati abituati a prendere la loro terapia ma qui ci danno sonniferi e tranquillanti per farci dormire tutto il giorno.
Quando chiediamo di andare in infermeria perchè stiamo male, l’Auxilium ci costringe ad aspettare e se insistiamo una banda di 8-9 poliziotti ci chiude in una stanza con le manette, s’infilano i guanti per non lasciare traccia e ci picchiano forte.
Per fare la barba devi fare una domandina e devi aspettare, 1 giorno a settimana la barba e 1 i capelli.
Non possiamo avere la lametta.

Ci chiamano ospiti ma siamo detenuti.
Quello che ci domandiamo è perchè dopo il carcere dobbiamo andare in questi centri e dopo che abbiamo scontato una pena dobbiamo stare 6 mesi in questi posti senza capire il perchè. Non ci hanno identificato in carcere? Perchè un’altra condanna di 6 mesi?
Tutti noi non siamo d’accordo per questa legge, 6 mesi sono tanti e non siamo mica animali per questo hanno fatto lo sciopero della fame tutti quelli che stanno dentro il centro e allora, la sera del 3 giugno, è cominciata così:
ci hanno detto: “se non mangi non prendi terapie” ma qui ci sono persone con malattie gravi come il diabete e se non mangiano e si curano muoiono.
Uno di noi è andato a parlare con loro e l’hanno portato dentro una stanza davanti l’infermeria dove non ci sono telecamere e l’hanno picchiato.
Così la gente ha iniziato ad urlare di lasciarlo stare.
In quel momento sono entrati quasi 50 poliziotti con il loro materiale e con un oggetto elettrico che quando tocca la gente, la gente cade per terra.
Le guardie si sono tutte spostate sopra il tetto vicino la caserma dei carabinieri qui dentro, dove sta il campo da calcio.
Dalla parte sinistra sono entrati altri 50 poliziotti.
Quando abbiamo visto poliziotti, militari, carabinieri, polizia, finanza e squadra mobile ufficio stranieri (che sono i più infami) sui tetti, uno di noi ha cercato di capire perchè stavano picchiando il ragazzo nella stanza. «Vattene via sporco » un poliziotto ha risposto così.
In quel momento siamo saliti tutti sopra le sbarre e qualcuno ha bruciato un materasso e quindi i poliziotti si sono spavenati e sono andati fuori le mura per prendere qualcuno che scappava.
Da quella notte non ci hanno fatto mangiare nè prendere medicine per due giorni.
Abbiamo preso un rubinetto vecchio e abbiamo spaccato la porta per uscire e quando la polizia ha visto che la porta era aperta hanno preso caschi e manganelli e hanno picchiato il più giovane del centro, uno egiziano. L’hanno fatto cadere per terra e ci hanno picchiati tutti anche con il gas, hanno rotto la gamba di un algerino e hanno portato via un vecchio che la sua famiglia e i sui figli sono cresciuti qui a Roma, hanno lanciato lacrimogeni e hanno detto che noi abbiamo fatto quel fumo per non  far vedere niente alle telecamere. Così hanno scritto sui giornali.

Eravamo 25 persone e alcune uscivano dalla moschea lontano dal casino, ma i giornali sabato hanno scritto che era stato organizzato tutto dentro la
moschea e ora vogliono chiuderla. La moschea non si può chiudere perchè altrimenti succederebbe un altro casino.
Veniamo da paesi poveri, paesi dove c’è la guerra e ad alcuni di noi hanno ammazzato le famiglie davanti gli occhi. Alcuni sono scappati per vedere il mondo e dimenticare tutto e hanno visto solo sbarre e cancelli.
Vogliamo lavorare per aiutare le nostre famiglie solo che la legge è un po’ dura e ci portano dentro questi centri.
Quando arriviamo per la prima volta non abbiamo neanche idea di come è l’Europa. Alcuni di noi dal mare sono stati portati direttamente qui e non hanno mai visto l’Italia.
La peggiore cosa è uscire dal carcere e finire nei centri per altri 6 mesi.
Non siamo venuti per creare problemi, soltanto per lavorare e avere una vita diversa, perchè non possiamo avere una vita come tutti?
Senza soldi non possiamo vivere e non abbiamo studiato perchè la povertà è il primo grande problema.
Ci sono persone che hanno paura delle pene e dei problemi nel proprio paese.
Per questi motivi veniamo in Europa.
La legge che hanno fatto non è giusta perchè sono queste cose che ti fanno odiare veramente l’Italia.
Se uno non ha mai fatto la galera nel paese suo, ha fatto la galera qua inItalia.
Vogliamo mettere apposto la nostra vita e aiutare le famiglie che ci aspettano.

Speriamo che potete capire queste cose che sono veramente una vergogna.

Un gruppo di detenuti del CIE di Ponte Galeria

Baruda

Annunci

L’Italia è fuori dal mondiale …. ed i nostri ministri fuori dalla galera

Posted in Uncategorized on 26/06/2010 by gattoselvaggio

Se qualcuno aveva sollevato dubbi sulla necessità del nuovo ministero per il Federalismo è subito servito. Il primo atto del nuovo ministro, l’inquisito Aldo Brancher, è stato quello di sfuggire al processo sul tentativo di scalata ad Antonveneta facendo ricorso alla legge fortemente voluta dal suo capo, il legittimo impedimento. Il neo ministro non può presentarsi al processo in quanto è troppo impegnato ad organizzare il nuovo ministero e come dargli torto considerato che si tratta di un ministero completamente inventato dal dittatore di Arcore per salvare uno dei tanti suoi fedeli amici. Certo non si può dire che Berlusconi non tratti bene i propri amici, basta giurargli eterna fedeltà e non mettere in discussione mai le sue idee e le sue proposte e state certi che il cavaliere sarà sempre disponibile a tirarli fuori dalle grinfie di qualsiasi giudice. E’ così mentre l’Italia intera è davanti alla televisione a inveire contro i miliardari omuncoli vestiti di azzurro che si fanno fagocitare da undici ragazzoni vestiti di bianco che per la prima volta giocano un mondiale, e mentre la televisione pubblica da giorni ormai si occupa per ore ed ore di come gli ex eroi del calcio italiano si allenano, di come mangiano, di quanto respirano, di come vanno al cesso e di cosa fanno, ecco che nel silenzio generale si fa un ministro e in barba alla giustiza lo si tira fuori dalle pastoie di un processo nel quale probabilmente sarebbe stato condannato. Ma a noi italiani che ci importa ? Ora siamo qui a strapparci i capelli perchè dovremo vedere il resto del mondiale senza la nostra squadra, dovremo vedere vincere quella coppa chissà la Germania o l’Argentina e addirittura vedere il Ghana, squadra fatta di giocatori strappati da poco alla savana, arrivare in semifinale. Che cosa volete che sia un ministero inventato di sana pianta per sottrarre dalle grinfie della giustizia un poveraccio come Brancher. E l’opposizione che fa ? Non si scende in piazza per protestare ? Ah no era pronta la manifestazione per il passaggio del turno della nazionale di calcio ai mondiali con tanto di bandiere tricolori, era quelle bandiere non servono piu’ e quindi non si puo’ organizzare niente. Tanto il Partito Democratico sarà per metà favorevole al legittimo impedimento del ministro e per metà contrario. Povera Italia, sindacati divisi che non riescono nemmeno a difendere gli operai di Pomigliano da un accordo capestro con la Fiat, l’opposizione divisa su tutto, il paese in lutto per l’esclusione dal mondiale di calcio, i ministri ed il loro capo che si sottraggono ai processi, ed il popolo che fa ? Aspetta di sapere di che morte dovrà morire quando sarà passata la manovra di Tremonti. .

Lecco, denuncia contro i Carabinieri “Mi hanno preso a calci e torturato”

Posted in Uncategorized on 24/06/2010 by gattoselvaggio

Isidro Diaz, di origini argentine ma da 23 anni in Italia: timpani perforati e distacco della retina. Viene difeso dagli stessi legali delle famiglie Cucchi e Aldrovandi

ROMA – “Vengo dall’Argentina dove la mia generazione è stata massacrata. Qui pensavo di vivere in un paese civile. Invece mi sono ritrovato ammanettato, preso a calci e pugni in testa dai carabinieri, trascinato sull’asfalto, torturato e sbattuto contro i muri della caserma senza poter vedere un medico. Insultato, con i militari che mi puntavano la pistola addosso. E ancora non so perché”. Isidro Luciano Diaz ha 41 anni, dei quali 23 vissuti in Italia dove, nel lecchese, gestisce l’allevamento di cavalli “Dal Gaucho”. Da quando il 5 aprile dell’anno scorso è stato fermato dai carabinieri vicino a Voghera, è stato operato agli occhi 6 volte per distacco della retina e ha i timpani perforati. Ferite “compatibili” col suo racconto da incubo, scrive il medico legale nella relazione che riporta alla memoria le vicende di Federico Aldrovandi, di Giuseppe Uva, Stefano Cucchi. Di giovani morti dopo essere stati malmenati da uomini in divisa, entrati vivi in caserma o in carcere e mai usciti, tragedie di cui si è occupato lo stesso studio legale, Anselmo di Ferrara, che ora difende Diaz.

“Una storia assurda. Qualunque sia l’imputazione uno deve avere tutte le garanzie, pena la rinuncia dello Stato ad essere uno stato di diritto, perché la legittimità giuridica e morale dello stato è affidata alla capacità di garantire l’incolumità delle persone affidategli”, dice sociologo Luigi Manconi che con il suo lavoro come sottosegretario alla Giustizia e poi come presidente dell’associazione a Buon diritto ha avuto una parte importante nel far emergere tutte queste vicende.

Una storia inquietante, quella raccontata da Diaz, che rischia di finire nel nulla perché la sua denuncia contro i carabinieri è a pochi passi dall’archiviazione nonostante agli atti ci sia il riconoscimento fotografico da parte dell’argentino dei militari che l’hanno aggredito. Il giudice dovrà decidere in questi giorni. Diaz, infatti, condannato a un anno poi commutato in due di libertà controllata per resistenza a pubblico ufficiale e lesioni (8 giorni di prognosi ai militari), solo dopo aver patteggiato la pena ha presentato la denuncia per percosse, allegando le immagini del suo volto stravolto dalle botte, della schiena martoriata.

Ma andiamo con ordine. Il 5 aprile di ritorno da una gara di monta di vitelli mentre è alla guida della sua Mercedes, un suv nero, Diaz viene fermato dai carabinieri sulla Torino-Piacenza. Al termine di un lungo inseguimento a folle velocità, scrivono i militari. Senza motivo, ribatte l’argentino. “Vedo che hanno le pistole in pugno, ho in macchina il coltello che mi serve per i cavalli glielo mostro per consegnarglielo. Mi sono addosso, mi ammanettano e poi calci e pugni in testa, mi trascinano sull’asfalto”. Portato in caserma continua il pestaggio, “mi trattavano come un pallone, buttandomi contro il muro. Mi dicevano: devi morire. Provo a chiamare un amico, mi strappano il cellulare. Alla fine ho firmato qualsiasi carta anche perché non mi chiamavano un medico”.

La Repubblica

Un popolo di pazzi

Posted in Uncategorized on 23/06/2010 by gattoselvaggio

Così un quotidiano ha definito i greci, che sono scesi in piazza in massa per opporsi alle misure “lacrime e sangue” dei loro governanti (e delle istituzioni internazionali “accorse per salvare il Paese”). Peccato che…

“Atene in fiamme”. Così titolavano i principali quotidiani all’indomani dello sciopero generale e delle proteste con le quali i lavoratori greci hanno accolto il piano di austerità voluto dal premier socialista Papandreu per ottenere dall’Unione Europea (UE) e dal Fondo Monetario Internazionale (FMI) il prestito di 110 miliardi necessario ad evitare la bancarotta e, incidentalmente, il conseguente tracollo delle banche europee.
Non mi interessa qui discutere – e nemmeno lo saprei fare – di economia e finanza. Mi preme tuttavia rilevare come la crisi greca abbia riportato al centro del dibattito la questione sociale. Nascosta tra le pieghe di una sfera pubblica da decenni pacificata a forza, ridotta a mero rumore di fondo nelle rievocazioni dei Sessanta e dei Settanta, come una sorta di errore dal quale il “Paese” ha saputo emendarsi, ri-emerge nei discorsi grazie al potente detonatore greco.
Basta scavare nel linguaggio che ci governa per cogliere la potenza della lobotomia della quale siamo stati vittime, ben più grave del revisionismo che rilegge la Resistenza, il Sessantotto, piazza Fontana, il Settantasette.
Da quanto tempo chi ci governa blatera di interessi “comuni” tra lavoro e capitale, di difesa della “nazione” e simili sciocchezze? Da quanto tempo ci chiedono di pagare in parti uguali il conto dei padroni, degli imprenditori pubblici, dei politici, dei militari? Da quanto tempo i più pensano che tutto questo sia “normale”? O, comunque, ineluttabile? Da quanto tempo questo sistema sociale pare il migliore, l’unico possibile?
“Il Giornale” racconta la crisi greca. Il testo, nella sua brutale semplicità, è più chiaro dei pietosi corsivi di Repubblica. “Vediamo in poche parole di dire ciò che sta avvenendo. La Grecia è fallita. Ha contratto debiti superiori alla ricchezza che produce in un anno. Ma il problema è che ogni mese deve rifinanziare questo enorme mutuo, non avendo i quattrini per farlo. L’Europa, con qualche titubanza di troppo, le ha fatto un prestito a un tasso ridotto della metà rispetto a quello che oggi Atene spunta sul mercato. In cambio, ha preteso che il governo mettesse un po’ d’ordine nei suoi conti: un bel po’ di spese in meno e qualche entrata in più. E ieri un popolo di pazzi si è riversato sulle strade per dire che non ci stava.” (1)
“Un popolo di pazzi”. Così scrive il vicedirettore de “Il Giornale”, Nicola Porro.
Una pazzia che sono in molti a temere contagiosa.

Il cattivo esempio

Può essere interessante guardarla più da vicino, la follia greca.
I lavoratori greci si oppongono alla riduzione del salario, all’allungamento dell’orario di lavoro, all’innalzamento dell’età pensionabile, alla riduzione delle garanzie, all’aumento delle tasse sui beni al consumo e sui carburanti, alla fine della contrattazione collettiva. In altre parole si oppongono ad un pacchetto di misure destinate “a cambiare per sempre la (loro) vita” (2). Si rifiutano di stare peggio, si rifiutano di pagare la crisi dei padroni. Si rifiutano di considerare “privilegi” il poco che hanno. In Grecia un giovane su cinque vive al di sotto della soglia di povertà.
I nababbi che lavorano per la pubblica amministrazione guadagna(va)no intorno ai mille euro al mese: con il piano di austerità ne prenderanno 800. L’eliminazione di straordinari e bonus porterà ad una riduzione della retribuzione di quasi due stipendi. E, loro, egoisti, piantano casino, scioperano, assediano il parlamento, gridando “bruciamolo!”.
I “realisti” di turno sostengono che non vi sia via d’uscita, che la bancarotta è alle porte. Dimenticano, volutamente, di dire che la restituzione di un prestito dipende da quanto forte e grosso è chi lo esige. La Polonia e, poi, più recentemente, l’Argentina si sono limitate a dire “non pago”, o, meglio, pago il “giusto”. L’Argentina ha offerto 30 centesimi per dollaro dovuto e i creditori hanno incassato. Della serie: meglio pochi che niente.
Qui da noi i vari giornali suonano tutti la stessa litania, sperando, sotto sotto, che i greci, con le buone o con le cattive, la smettano di resistere. E di dare il cattivo esempio. Dalle nostre parti, come dappertutto in Europa, il boccone amaro che vogliono far inghiottire tutto intero ai greci, lo abbiamo mandato giù, pezzo dopo pezzo, ormai da tempo.
Ogni volta la logica dei “sacrifici” necessari per il “bene comune” ci ha portato via un po’ di reddito, qualche manciata di libertà, i margini di autonomia presi a forza da chi, nei posti di lavoro, come nelle strade, ha lottato contro un sistema che garantisce – a volte – la sopravvivenza a chi con il suo lavoro rende ricchi i ricchi.
Il governo italiano ha approvato il piano di sostegno alla Grecia proposto dall’UE: una roba che suona bene, benissimo ma nasconde una legalissima truffa ai danni di chi lavora. In Grecia come in Italia. I soldi prestati alla Grecia per il “salvataggio” vengono dalla finanza pubblica, ossia dalle nostre tasche, ma nemmeno un euro andrà a sostenere il reddito dei cittadini di uno dei paesi più poveri d’Europa, perché tutto il malloppo di cinque miliardi e mezzo stanziati dall’Italia è destinato agli istituti di credito con cui è indebitata la Grecia, che sono soprattutto in Germania e in Francia ma anche in Italia.
Tradotto in altri termini ognuno vedrà una parte del proprio salario, quella che ai dipendenti è sottratta alla fonte, destinata al “soccorso” della Grecia, finire nelle casse delle banche tedesche, francesi o italiane. In altri termini ancora: il governo ha deciso che ogni lavoratore italiano faccia un regalo alle banche europee che hanno crediti verso la pubblica amministrazione greca. Ai lavoratori greci, non resta che ringraziare e, in silenzio, pagare. E, per loro, niente cintura di salvataggio, niente giochi a tresette finanziari. Solo lacrime e sangue. La crisi, in Grecia come da noi, morde la vita di tanti, di troppi, chiamati a pagare senza nemmeno la promessa di una ciambella di gomma. Se non arrivo alla fine del mese e non pago la bolletta della luce, resto al buio, non riscaldo l’acqua con il boiler, non accendo il computer, non alimento la batteria del telefonino… poco male visto che non ho i soldi per ricaricarlo. Se non pago il mutuo o il fitto, resto senza casa, finisco in strada.

Nostalgia del futuro

Chi perde il lavoro, e sono sempre più, prima o poi resta senza tetto. A Torino, la mia città, nell’ultimo anno sono aumentati del 22% gli sfratti per morosità. Tradotto in cifre umane significa che i procedimenti di sfratto sono stati 3029. Calcolando una media di tre persone ad abitazione, significa circa 10.000 senza casa in più. Il comune ha tagliato i fondi per il sostegno alla famiglie in difficoltà, perché preferisce spendere in operazioni più remunerative sul piano dell’immagine, come la kermesse della Sindone. E le cose non vanno certo meglio altrove. Capita persino che qualcuno ce la faccia a mettere insieme i soldi per pagare gli arretrati ma non abbia i 1.500 euro per l’avvocato e venga quindi ugualmente sfrattato.
Da noi la polverizzazione di ogni futuro altro consegna ciascuno alla solitudine della propria condizione, all’irrilevanza sociale e politica di un mal vivere che è di tanti, alla retorica razzista della Lega Nord, che peraltro pronuncia senza troppi infingimenti il lessico comune di un’intera classe politica, un lessico velenoso che ammorba a fondo il corpo sociale, che obnubila la solidarietà, che annega la distinzione tra chi ha troppo e chi nulla.
La possibilità di rompere quest’ordine ingiusto, prevaricatore, che inghiotte le vite di tanti pare dimenticata, relegata in un passato con il quale si sono recisi i legami, spezzati i fili della memoria viva, quella memoria che, ricordava in occasione del 25 aprile Roberto Prato, è inesauribile nostalgia del futuro.
Al di là del canale di Otranto hanno deciso di resistere, di non pagare la crisi, di mandare al diavolo i piani dell’UE e del Fondo Monetario Internazionale. E tutti tremano. Tremano nei consigli di amministrazione delle banche e delle aziende, nei parlamenti, nei governi. Ma quello che li preoccupa non è certo l’indice Dow Jones o il Nasdaq. Quello che li inquieta è il riemergere della questione sociale.
La posta in gioco è alta, altissima. E non si misura certo in termini di mutui e prestiti, bancarotta o “sistema paese”. È il vecchio scontro tra sfruttati e sfruttatori, che si ripropone nella sua brutale semplicità e, con altrettanta semplicità, allude ad un mondo senza più sfruttati né sfruttatori.
Robe da pazzi. Un popolo di pazzi che in questo maggio lotta per sé e per tutti.

Maria Matteo – http://www.anarca-bolo.ch/a-rivista/354/6.htm

Note

1. Nicola Porro, in Il Giornale del 6 maggio.
2. Ettore Livini, “Grecia, il piano di austerity “lacrime e sangue” del governo”, in Repubblica del 30 aprile. http://www.repubblica.it/economia/2010/04/30/news/piano_austerity_grecia-3717105/

Antropologia dei movimenti sociali

Posted in Uncategorized on 23/06/2010 by gattoselvaggio

Un convegno all’Università degli studi Milano-Bicocca con la partecipazione di studiosi di area libertaria e interesanti riflessioni. Per esempio, sulle lotte indigene in Brasile…

“Antropologia dei movimenti sociali”è il nome delle giornate di studio che si sono tenute il 30 e 31 marzo all’università degli studi di Milano Bicocca, incontro organizzato dai ricercatori del dottorato di ricerca in antropologia della contemporaneità.
Ho deciso di parlarne su “A” perché sono stati due giorni particolarmente interessanti e perché penso che antropologia e pensiero libertario abbiano parecchie cose in comune. Non è molto che gli antropologi hanno iniziato a riflettere sull’anarchismo, da molto tempo però anarchismo e antropologia si muovono sulla stessa traiettoria, le loro teorie tendono a rimbalzare l’una su l’altra, mentre è evidente che sin dall’inizio del pensiero antropologico esiste un’ affinità con l’anarchismo, in particolare nel riconoscere la varietà dei modi di pensare propri agli esseri umani (1).
Il pensiero libertario ha occupato, al contrario di altri sistemi di pensiero, un posto marginale dentro gli ambiti scientifici e accademici.
Negli ultimi anni nell’ambito dell’antropologia alcune cose stanno cambiando, vari studiosi che si sentono libertari, si sono avvicinati all’antropologia in cerca di studi specifici, sulla possibile esistenza di società senza lo stato, senza potere e dominio, società senza il patriarcato o hanno cercato di applicare il metodo antropologico per costruire una vera e propria etnografia dei movimenti sociali.
Con un’esperienza inversa, molti antropologi si sono avvicinati alle idee libertarie sulla base di ricerche sul campo, attraverso lo studio di culture “altre”, di sistemi e modi diversi di organizzare la vita sociale e di vivere lo spazio della politica.
Definire l’antropologia non è semplice, ci sono diverse correnti e tradizioni antropologiche. Per esempio le definizioni; antropologia culturale è di derivazione statunitense, antropologia sociale di provenienza britannica, ed etnologia, tipico della scuola francese.

Il posto dell’anarchismo

In generale possiamo dire che l’antropologia è un campo di sapere scientifico che studia i sistemi socio-culturali, cioè le società e le culture, prestando uno sguardo particolare per il diverso. L’antropologia è la scienza che studia l’uomo dal punto di vista sociale, culturale, fisico e dei suoi comportamenti nella società (2).
Altra cosa che distingue l’antropologia è il suo metodo di studio, reputa fondamentale la ricerca sul campo. Tradizionalmente, fondamentale per la ricerca etnografica era considerato l’incontro con l’“altro”, in un’esperienza di “campo” nella quale l’etnografo doveva oltrepassare un confine più o meno immaginario ed entrare in contatto con la realtà socio-culturale che intendeva descrivere (3).
L’anarchismo, il pensiero libertario in generale è definito come un sistema filosofico che vuole costruire una società senza dominio, più precisamente:
L’anarchismo non è una teoria omnicomprensiva e compiutamente chiusa in sé, pur essendo auto referente nel nucleo duro delle sue coordinate di riferimento. Esso postula una teoria della massima libertà individuale e insieme collettiva, scommettendo sulla coniugabilità non paradossale (seppur densa di conflitti) della libertà singolare e della libertà pubblica.
In tal senso l’anarchismo è innanzitutto una filosofia politica figlia del disincanto moderno: crede finalmente nel fatto e non solo nella pensabilità che ciascun individuo possa credere e scegliere di gestire l’organizzazione autonoma della propria vita, eletta tra altre disponibili nello spazio –tempo storico-materiale in cui si trova a vivere secondo liberi criteri personalissimi, in piena responsabilità verso l’eguale opportunità data all’altro da sé, che poi è il ciascuno a lui vicino. Ma l’anarchismo non è solo la filosofia dell’unico: è anche teoria di una forma organizzativa della società, cioè progettazione sperimentale di un assetto collettivo che regola una delle possibilità in cui si attiva il legame sociale “inventato” quotidianamente; e precisamente quella fondata sul più ampio esercizio di libertà, sull’accettazione critica e responsabile delle differenze singolari sull’eguaglianza di opzioni di forme di vita, sull’orizzontalità dei processi relazionali, specialmente quelli determinanti la formazione decisionale
(4).

Il presupposto indirettamente gerarchico

Confrontiamo le parole di Salvo Vaccaro con quelle di Clifford Geertz e troviamo uno dei motivi che mi spinge a parlare di questi possibili rapporti tra libertari e studi antropologici: Vedere noi stessi come ci vedono gli altri può essere rivelatore. Vedere che gli altri condividono con noi la medesima natura è il minimo della decenza. Ma è dalla conquista assai più difficile di vedere noi stessi tra gli altri, come un esempio locale delle forme che la vita umana ha assunto localmente, un caso tra i casi, un mondo tra i mondi, che deriva quell’apertura mentale senza la quale l’oggettività è autoincensamento e la tolleranza mistificazione (5).
Quindi ci parla di un’antropologia dialogica che cerca di annullare il presupposto indirettamente gerarchico secondo cui “noi” studiamo “loro” perché noi diversamente da loro, siamo emancipati dalle “stranezze” della cultura (6).
Tornando alla due giorni che si è tenuta all’Università degli studi di Milano Bicocca, i seminari sono stati molti, particolarmente interessante è stata la relazione di Stefano Boni, dal titolo “La politica della prassi sovversiva. L’attivismo quotidiano nato dalla frammentazione dei movimenti di critica alla globalizzazione”. Nel suo intervento Stefano Boni ci ha parlato di come dal basso si ripensa la politica oggi, di come i nuovi movimenti sociali non cercano un riconoscimento governativo ma sociale, ha rilevato la differenza che passa tra la vecchia politica retorica e le reali relazioni sociopolitiche di oggi che intercorrono tra individui nel quotidiano delle loro vite.
Viviamo un’epoca di restringimento delle storiche pratiche sovversive dei movimenti politici, sempre meno usuali sono scontri diretti e barricate, pratiche usuali invece nel conflitto tra 800\900. La società civile è sempre più passiva e impotente, l’azione diretta è sempre più criminalizzata e i movimenti radicali sempre più repressi. Quindi l’azione movimentista perde forza. Privi di scontri nel “gioco del potere” la protesta diventa sempre più telematica, irreale e impotente si vive nell’impossibilità di imporre la “volontà popolare”. Per questo cambiano i modi della lotta, secondo Boni dobbiamo rivoluzionare il vissuto quotidiano, trasformare le nostre vite prima di tutto.
Durante la sua relazione ci ha parlato di una sua ricerca sul campo nel Senese (Vivere senza padroni, elèuthera, 2006) dove ha affrontato la rimessa in discussione dell’organizzazione sociale. Ha sottolineato l’importanza di provare a vivere al di fuori degli schemi istituzionali, la necessità di trovare una forma comune, una prassi collettiva del vivere sociale.
È nel vissuto che si costruisce l’antagonismo, non nei grandi eventi mediatici del movimento. Perciò questa ricerca sul campo si sofferma sulle prassi di vita di un frammento di umanità ribelle, al di là degli stereotipi mediatici. Il movimento è la sua cultura, una cultura che è fatta di valori specifici, di un immaginario comune e comunitario, di emozioni e idiosincrasie condivise, ma anche del loro tradursi e manifestarsi in uno stile di vita. In queste modalità peculiari e distintive di fare le cose e di pensare il mondo si genera l’identità comune, il “noi” descritto in questa ricerca.
Dopo svariati mesi a contatto diretto con questi gruppi del Senese, ha descritto nella sua relazione i punti fondamentali di questo metodo di lottare cambiando la quotidianità delle nostre vite. Fondamentale il superamento dei paradigmi identitari, vivere un continuo confronto nella messa in discussione delle pratiche utilizzate, cercare di realizzare dei paradigmi identitari includenti. Indispensabile in queste pratiche una gestione delle risorse in modo libertario ed egualitario. Si riformula il modo di fare politica, diventa una lotta per la “mutazione” culturale.

Una resistenza legata alla terra

Un’altra relazione molto interessante è stata quella di Alfredo Wagner Berno De Almeida dell’Universidade Federal dos Amazonas de Brasile, il titolo della sua relazione “Nuove forme organizzative dei movimenti sociali della Pan amazzonia”. Ci ha parlato dei movimenti indigeni nella Pan amazzonia, di più di tremila gruppi che lottano per la tutela del loro territorio.
Secondo De Almeida cambiano le forme della lotta, i numeri sono sempre più grandi e di pari passo mutano anche gli strumenti antropologici per analizzare società e movimenti di lotta. A cambiare non sono soltanto i movimenti ma anche il capitalismo, sempre più confliggono due diversi tipi di capitalismo quello devastante e quello verde. Il ruolo degli antropologi e biologi deve essere la difesa del patrimonio genetico e delle culture tradizionali.
Nella Pan amazzonia assistiamo a un processo di territorializzazione forte, con lotte che si avviano sempre più in modo radicale con occupazioni di terre, scioperi generali che contrastano il capitalismo che sia verde o devastante perché hanno compreso che non cambia la sostanza della sua arroganza. Il capitalismo possiede uno stock di crescite, di tutti i colori: crescita blu con la destra e i padroni, crescita rossa con la sinistra e i sindacati, crescita verde con Borloo e il suo compagno Cohn-Bendit. Non diremo mai che tutte queste politiche si equivalgono… ma la crescita blu, verde, rossa, verde, conducono tutte allo stesso muro, tutte alimentano la macchina dell’ineguaglianza sociale e al lavaggio del cervello della popolazione (7).
In queste lotte si mobilitano donne, uomini, bambini e sciamani, la cosa veramente peculiare è che appartengono alle etnie più diverse, hanno trovato un punto di unione con la lotta per la difesa del territorio, una lotta di riappropriazione ecologista. Mettono in gioco la loro vita, il loro impegno contro le deforestazioni, luoghi sacri per loro, dove da sempre trovano erbe medicinali.
De Almeida ci ha parlato di una resistenza e forme politiche legate alla terra una sorta di politicizzazione della natura e questo ha aperto nuovi scenari importanti. Terminando ha fatto una critica alle ONG che incidono negativamente su i gruppi di lotta autonoma e autoctona, producono populismo e supporto al capitalismo verde, invece ci vuole una rottura con la politica della tutela.
Molti altri sono stati gli interventi interessanti ma non basterebbe la rivista intera per sviscerarli tutti. Concludo ringraziando tutti\e gli organizzatori e i relatori delle due giornate.

Andrea Staid

Note

  1. David Graeber, Frammenti di antropologia anarchica, Elèuthera, Milano, 2006.
  2. Ugo Fabietti, Francesco Remotti (a cura di), Dizionario di antropologia, Zanichelli, Bologna, 1997.
  3. Paolo Corbetta, Metodologia e tecniche della ricerca sociale, Il Mulino, Bologna, 1999.
  4. Salvo Vaccaro, Cruciverba, Lessico per i libertari del XXI secolo, Zero in Condotta, Milano, 2001.
  5. Clifford Geertz, Interpretazione di culture, il Mulino, Bologna, 1988.
  6. Andrea Staid, Quel potere senza dominio, Libertaria, anno II, n. 4, 2010.
  7. Paul Ariès, La simplicitè volontarie contre le mithe de l’abondance, La Decouverte, Paris, 2010.

A Rivista Anarchica

Da leggere: Per una pedagogia della ricostruzione sociale

Cronache dai popoli-spazzatura

Posted in Uncategorized on 23/06/2010 by gattoselvaggio

Papua Nuova Guinea, Polo Nord, Haiti, India: molte sono le facce dello sfruttamento e del disprezzo delle popolazioni indigene, unico il volto del Potere e dell’arroganza.

1. Papua Nuova Guinea


Colonialismo cinese contro gli aborigeni

All’epoca ne aveva parlato solo qualche esponente dell’ecologia radicale (v. gli articoli su “Terra selvaggia”), ma la ribellione degli abitanti dell’isola di Bougainville negli anni novanta era costata circa 15mila morti.
Dai primi sabotaggi contro la realizzazione di una devastante miniera di rame a cielo aperto, proprietà di una società anglo-australiana, gli indigeni erano passati alla guerriglia secessionista contro Port Moresby, capitale della Papua Nuova Guinea. Su richiesta del governo, le truppe mercenarie di una società privata inglese avrebbero dovuto “bonificare” le foreste dove si nascondevano i ribelli. Fortunatamente, pochi giorni prima dalla spedizione, la società venne incriminata per aver organizzato un golpe in uno stato africano. I mercenari restarono in Gran Bretagna e la miniera da allora è rimasta chiusa.
Ma un altro colonialismo è da tempo sbarcato in Melanesia per aprire miniere (di nichel e cobalto) e distruggere foreste, minacciando i diritti e la cultura tradizionale degli indigeni. Sulla costa nord orientale di Papua Nuova Guinea è in costruzione una raffineria della Ramu NiCo per la lavorazione del nichel. Il contratto per l’estrazione del minerale era stato siglato nel 2004 dal primo ministro papuano Michael Somare a Pechino. Nel 2007 la società, controllata dal China Metallurgical Group, ha inviato squadre di operai cinesi nella foresta per costruire strade, impianti di lavorazione, uffici e dormitori per i lavoratori.
Gli abitanti dell’area, una delle regioni più arretrate ma anche più integre della Papua Nuova Guinea, si sono immediatamente ribellati armati di fionde e di machete. I pochi autoctoni assunti per lavorare nella miniera parlano di condizioni indegne di sfruttamento, mentre alcune organizzazioni locali per la difesa dell’ambiente e dei diritti delle comunità indigene hanno denunciato il sistematico “saccheggio delle nostre risorse naturali da parte dei cinesi”. L’australiano Mineral policy institute ha definito “totalmente infondati” i rassicuranti dati forniti dall’azienda mineraria in merito all’inquinamento da scorie nelle acque della baia di Basamuk.
Nel luglio 2009 la miniera è stata chiusa, anche se solo provvisoriamente, per ragioni di sicurezza.
La presenza delle State companies cinesi in Papua Nuova Guinea rientra nel grande rilancio di investimenti globali che Pechino sta effettuando in Asia, Africa e America latina. Una presenza gradita a molti governi anche perché non implica particolari richieste nel rispetto dei diritti umani, sindacali e ambientali. Come aveva documentato Parag Khanna (“I tre Imperi – Nuovi equilibri globali nel XXI secolo”) in Cina la conversione di terre arabili in spazi edificabili destinati all’industria ha impresso una forte “spinta verso l’outsourging agricolo e verso la produzione agricola offshore”. Come in Indonesia e nelle Filippine che stanno diventando una grande “risaia cinese”. Il “secondo anello della strategia di reperimento di risorse” è rappresentato dall’Oceania, in particolare dalla Melanesia, tradizionalmente legata all’Australia.
Nella Papua Nuova Guinea la penetrazione cinese ha causato una drastica accelerazione della deforestazione.
Mantenendo i ritmi di saccheggio attuali la foresta vergine dovrebbe essere completamente scomparsa entro il 2030. In cambio delle risorse naturali (minerali, legname, terreni agricoli…) il governo cinese fornisce finanziamenti per strade, ferrovie, stadi e palazzi governativi. Gran parte delle infrastrutture vengono però realizzate con mano d’opera cinese. Al seguito degli operai arrivano anche le loro famiglie che aprono bar e negozi di merci cinesi a basso costo mandando in crisi l’economia locale. Una possibile spiegazione per le recenti rivolte anticinesi scoppiate sia in Asia che in Africa e in Oceania (dal Lesotho alle isole Salomone, Tonga, India e Zambia).

2. Polo Nord


Petrolio e belle parole

Nella regione polare artica le popolazioni indigene costituiscono il 10% della popolazione. Una possibile complicazione per le compagnie interessate alle risorse naturali (gas, petrolio…), anche se non sempre gli autoctoni si mostrano ostili. Intervenendo alla fine di gennaio ad una conferenza in Norvegia, un esponente dell’Associazione russa delle popolazioni indigene del Nord, ha prospettato una “buona cooperazione tra autoctoni e compagnie”. Anche gli inuit della Groenlandia sembrano aspettarsi un futuro di benessere dalla presenza del petrolio. E stranamente quelli che oggi negoziano con i petrolieri “sono gli stessi che negli anni settanta sembravano i più radicali oppositori allo sfruttamento delle risorse da parte delle compagnie”. La Shell starebbe affidandosi a “consiglieri e intermediari autoctoni per fare in modo che le esigenze delle popolazioni siano rispettate”. Un modo per far dimenticare all’opinione pubblica le responsabilità della compagnia anglo-olandese per l’impiccagione di nove militanti Ogoni in Nigeria nel 1995. Ma non tutto fila liscio. La Exxon è accusata di aver intenzionalmente escluso alcuni leader indigeni, ritenuti ostili, per firmare accordi con altri.
Anche l’Eni (presente nella regione artica sia in Canada che in Russia) si sforza di apparire “politicamente corretta”.
La sua ultima campagna pubblicitaria si basava su alcune parole chiave: Internazionalità (forse una via di mezzo tra l’obsoleto internazionalismo e l’abusata mondialità), ricerca e rispetto. Chiarissimo il riferimento alla ricerca, ovviamente di giacimenti. Qualche perplessità sul “rispetto” pensando al Delta del Niger o alla “fascia dell’Orinoco”, le cui scisti bituminose costituiscono uno dei più grandi depositi di idrocarburi del mondo. Si tratta di ecosistemi fragili e preziosi, abitati da popolazioni indigene i cui diritti vengono spesso calpestati dalle multinazionali.
Non molto rispettose nei confronti delle popolazioni locali sono apparse le recenti dichiarazioni dell’amministratore delegato del gruppo petrolifero, Paolo Scaroni. Intervistato sulla guerra in Iraq, ha dichiarato che “dal punto di vista della geografia petrolifera è stata una mossa decisiva, ha consentito agli americani e ai loro alleati di installarsi in uno dei paesi con maggiori potenzialità produttive e di dimostrare ai cittadini di tutto quel mondo che gli Stati Uniti e le grandi democrazie occidentali sono in grado di giocarsi queste partite”.
Chissà se i ribelli del Mend (Movimento per l’emancipazione del Delta del Niger), che il 29 gennaio hanno annunciato l’interruzione della tregua, erano a conoscenza dell’intervista pubblicata pochi giorni prima (25 gennaio 2010) su Affari & Finanza.
Tutte le compagnie legate all’industria petrolifera nel Delta del Niger –si leggeva nel comunicato – dovranno prepararsi ad un attacco generalizzato”. Il portavoce del Mend, Jomo Gbono, aveva poi richiesto alle compagnie petrolifere di sospendere ogni attività, minacciando di “radere al suolo” le loro installazioni. Nel luglio dell’anno scorso il Mend aveva fatto esplodere un oleodotto dell’Agip (Eni) e un altro della Shell. Minacce e attacchi anche contro altre compagnie presenti nel Delta (Total, Exxon-Mobil…) fino al “cessate il fuoco” del 29 ottobre 2009, concordato tra i guerriglieri e Umaru Yar’Adua. Ma da novembre il presidente della Nigeria è ricoverato in un ospedale dell’Arabia saudita e non sembra in grado di riprendere a governare. Invano un folto gruppo di esponenti politici nigeriani tenta da settimane di convincerlo a dimettersi e, con il prolungarsi dell’assenza di Umaru Yar’Adua, si va diffondendo il timore di un intervento dei militari. A quindici anni dalla morte per impiccagione di Ken Saro-Wiwa e degli altri militanti del Mosop (Movement for the Survival of the Ogoni People) il petrolio nigeriano resta ancora fonte di conflitto e di ingiustizia.
Nel frattempo sono svaniti nel nulla gli ambiziosi progetti dell’Eni sui giacimenti ugandesi, intorno al Lago Alberto, di cui la compagnia aveva rilevato il 50%. Probabilmente finiranno sotto il controllo cinese lasciando inalterate le preoccupazioni per l’ambiente e le popolazioni locali.

3. Haiti


Amputazioni made in USA

Inizialmente la polemica stava assumendo i toni dell’ennesimo scontro tra Parigi e Washington. Un episodio della rincorsa per l’egemonia (culturale e politica) sull’ex colonia francese.
L’allarme era stato dato da Annick Cojean, inviata di Le Monde, in un articolo pubblicato sul quotidiano francese il 30 gennaio.
Una cosa “mai vista. Amputazioni a migliaia. Come alla catena di montaggio. Braccia, mani, dita, gambe. Senza una radiografia. Talvolta senza anestesia”. Una scelta quella di molti medici, soprattutto statunitensi, dettata dal timore di cancrena e setticemia e dalle prevedibili difficoltà di seguire i feriti dopo un intervento. E allora “nel caos e nell’improvvisazione dei primi giorni, senza quasi il tempo per riflettere, si è deciso che per salvare la vita si poteva sacrificare un arto”. Ma poi, tra medici, infermieri e altri operatori, sono sorti i primi dubbi. Tra le testimonianze raccolte, quella di un pompiere francese che ha parlato di una equipe di medici texani che avrebbe lavorato in maniera devastante (“a causé des ravages”) praticando una “medicina di guerra”.
L’amputazione viene considerata una scelta estrema, da utilizzare quando un arto è frantumato o c’è il rischio concreto di setticemia, ma “gli americani lo hanno fatto in maniera sistematica, senza fermarsi a pensare ad un’altra soluzione”. Anche senza nominare i responsabili, il chirurgo ortopedico Francois-Xavier Verdot, arriva a conclusioni simili. Racconta di aver visto “fratture semplici alle braccia trattate con l’amputazione anche quando si sarebbero potute curare”. Ha poi espresso tutte le sue perplessità per gli effetti della “guillotine amputation”. Un metodo, definito “anglo-saxonne”, che aumenterebbe sensibilmente il rischio di infezioni perché l’osso rimane scoperto. Ancora più grave, denuncia il medico giunto nell’isola di Haiti dall’ospedale di Saint-Etienne, che “non si sia prevista una chirurgia secondaria per modellare un moncherino su cui poter fissare una protesi”. Per molti pazienti si renderà così necessaria una seconda amputazione.
Dall’incontro con un altro chirurgo ortopedico, Sophie Grosclaude, emerge una possibile spiegazione, un retroterra culturale impregnato di una certa dose di “razzismo sociale”. La dottoressa francese ha riferito dell’accesa discussione con un chirurgo statunitense in una clinica di Petionville, periferia di Port-au Prince.
“Gli ho raccontato – ha spiegato Grosclaude – che per riparare le fratture, facevo esattamente come in Francia, inserendo dei chiodi e dei fissatori esterni di cui si dispone ormai in grande quantità”. Ma l’americano ha definito i suoi metodi “folli”. E avrebbe aggiunto: “A che scopo? Questo paese è troppo povero. Non ci saranno cure serie per i vostri pazienti. È molto più semplice amputare. È pulito, definitivo…”. Allibita la dottoressa francese si è resa conto che “mi stava parlando di una sotto-popolazione! Di un popolo troppo poco evoluto per meritare la medicina degli occidentali…”

4. India


Lingue e popolazioni
minacciate dal “progresso”

Ancora negli anni ottanta alcuni studiosi baschi avevano sottolineato come la trasformazione del paesaggio tradizionale in Euskal Herria coincidesse con la perdita dell’euskara, la lingua più antica d’Europa.
Un fenomeno analogo viene oggi analizzato in molte regioni dell’India. Lo storico Rozenn Milin, fondatore del progetto Sorosoro (“soffio, parola, lingua” in araki) sostenuto dalla Fondation Chirac, è rimasto molto colpito osservando “fino a che punto le carte della biodiversità linguistica si sovrappongono a quelle della biodiversità della fauna e della flora”. E come entrambe siano minacciate nella loro sopravvivenza.
Il 4 febbraio, all’età di 85 anni, è scomparsa Boa senior, l’ultima persona in grado di parlare la lingua Bo, un tempo diffusa nell’arcipelago delle Andaman e delle Nicobar. Se le parole rappresentano una visione del mondo, questo linguaggio, in grado di indicare dozzine di varietà di bambù e centinaia di specie di uccelli, esprimeva il profondo legame delle popolazioni indigene con la natura. Ogni mattino Boa senior si rivolgeva agli uccelli e agli animali sperando in questo modo di farsi comprendere dagli spiriti degli antenati.
In India, secondo un rapporto dell’Unesco pubblicato in febbraio, le lingue minacciate sarebbero 196 su un totale di 1635. Tra queste 37 sono attualmente parlate da meno di mille persone. Nella maggior parte dei casi si tratta di lingue unicamente orali che non dispongono di dizionario e grammatica. In India il multilinguismo è un elemento fondante dell’identità nazionale, ma soltanto l’hindi, l’inglese e altre 22 lingue regionali, riconosciute dalla Costituzione, vengono utilizzate per l’insegnamento. Quindi le popolazioni con un maggiore tasso di alfabetizzazione rischiano di perdere la lingua tradizionale. Da quando il 77% dei Deori, una tribù dell’Arunachal Pradesh, è in grado di leggere e scrivere, la loro lingua viene considerata “seriamente minacciata” dall’Unesco. Un fattore decisivo, più ancora del calo demografico e della diffusione della televisione, sarebbe rappresentato dalla “diluizione sociale” provocata dalla costruzione di strade (come quelle della National mineral development corporation nelle foreste del Dantewada) che irrompono nei territori delle comunità indigene. Contemporaneamente si starebbero diffondendo nuove “lingue da contatto” come l’halbi o il chakesang, ma questo non può compensare la scomparsa delle lingue tradizionali. Da parte delle autorità indiane esisterebbe il fondato timore che una politica in difesa delle lingue minoritarie possa alimentare richieste autonomiste e separatiste.

Adivasi in resistenza

Gli Adivasi, le popolazioni indigene della “cintura delle foreste” dell’India centrale (detta anche “cintura tribale”) non rischiano di perdere soltanto linguaggio e identità.
In gioco è la loro stessa sopravvivenza.
Su questi territori si è posata la cupidigia delle multinazionali, desiderose di impossessarsi dei ricchi giacimenti di minerali grazie ai Memorandun d’intesa (Mou) stipulati con il governo. Tra i casi più drammatici, le colline dell’Orissa abitate dai kondh e ricche di bauxite. E, come per la biodiversità e le lingue ancestrali, altre due mappe coincidono. Quella della “cintura tribale” si sovrappone al “corridoio rosso”. Da decenni la resistenza degli adivasi opera in sintonia con i guerriglieri maoisti del Pci-m, conosciuti come “naxaliti” dal nome di un villaggio dove negli anni sessanta iniziò la rivolta contadina. Recentemente il loro leader, Koteswar Rao ha chiesto alla scrittrice Arundhati Roy, molto attiva in difesa degli oppressi e delle minoranze, di svolgere un ruolo di mediatrice con il governo.
Contro i naxaliti e i tribali, dal dicembre scorso è stata avviata una campagna militare denominata “Caccia Verde” con l’impiego di più di 75mila soldati.

Gianni Sartori

A – Rivista Anarchica

Sudafrica / non solo Mondiali di calcio

Posted in Uncategorized on 23/06/2010 by gattoselvaggio

Tra i ventimila giovani che a Soweto, nel 1976, protestavano contro l’insegnamento obbligatorio dell’afrikaans c’era anche una giovanissima Theresa Machabane. Qualche anno dopo sarebbe stata conosciuta come l’unica donna dei “sei di Sharpeville”, torturati e condannati a morte dal regime dell’apartheid. Sedici anni prima, ancora nel grembo materno, Theresa era sfuggita al piombo della polizia che a Sharpeville, il 21 marzo1960, sparò sui manifestanti uccidendo deliberatamente decine di donne, uomini e bambini. Sessantanove secondo i dati ufficiali. “Ma – spiega Theresa – tutti sanno che i morti furono di più”. Lei nacque quattro mesi dopo “con una manifestazione di protesta stampata nel dna e segnata nel destino”. Nel 1976 era andata a vivere con la zia a Soweto per poter studiare. Aveva sedici anni quando, insieme agli altri studenti, scese in piazza per bruciare i libri scolastici scritti in afrikaans, una lingua simile all’olandese del 1600, quando i primi colonizzatori erano sbarcati in Sudafrica. E anche stavolta la polizia sparò e uccise. Il primo a morire si chiamava Hector Peterson. La foto che lo ritrae in braccio al fratello che cerca di portarlo in salvo diventò famosa, ma Hector era già morente. Theresa si salvò perché riuscì a nascondersi in un giardino. “Gli spari –racconta – durarono per tutta la mattinata”.
I ragazzi di Soweto si rifacevano ai principi della Black Consciousness, il movimento fondato nel 1973 da Steve Biko. “Consapevolezza Nera” proponeva agli africani una rinnovata dignità, un nuovo atteggiamento per rompere con un passato di “schiavi che fanno supinamente il gioco dell’oppressore impauriti come pecore”. Arrestato a Port Elizabeth il 19 agosto 1977, Biko subì l’interrogatorio il 6 settembre. Il giorno dopo era ridotto in stato di incoscienza per le percosse e le torture. Costretto a rimanere in piedi “per piegare ogni sua resistenza”, come dichiarò uno dei carnefici davanti alla TCR (Truth and Reconciliation Commission), aveva osato sedersi. Una sfida intollerabile per i suoi carcerieri. In quelle condizioni, praticamente in coma,venne caricato su una camionetta della polizia e trasferito a Pretoria con un viaggio di oltre mille chilometri. Cinque giorni dopo era morto senza aver ripreso conoscenza. Ai suoi funerali parteciparono più di quindicimila persone e Desmond Tutu pronunciò l’orazione funebre.

Una società profondamente divisa

Dopo gli ultimi colpi di coda (stragi di manifestanti, esecuzioni capitali, squadre della morte per eliminare i dissidenti…) anche il regime dell’apartheid, dello “sviluppo separato”, finì. Con la Truth and reconcilation Commission, torturatori e vittime, miliziani degli squadroni della morte e guerriglieri, membri dei servizi segreti e parenti degli scomparsi, hanno avuto la possibilità di raccontare, parlare delle infamie commesse o subite. Non tutti ci riuscirono. Talvolta i ricordi apparivano intollerabili, ma in qualche modo il nuovo Sudafrica sembrava essersi liberato della propria storia insanguinata. Forse non completamente.
I vecchi simboli dell’odio razziale sono riapparsi il 9 aprile a Ventersdorp. Era il giorno dei funerali di Eugène Terreblanche, assassinato il 3 aprile da due neri suoi dipendenti che non erano stati pagati per il lavoro svolto. Le bandiere del Movimento di resistenza afrikaner (AWB), fondato nel 1973, si richiamano esplicitamente al nazismo, sia per i colori bianco e rosso che per la variante a tre braccia della svastica. Da molto tempo i nostalgici dell’apartheid non radunavano più di diecimila persone. Per onorare questo discendente degli ugonotti francesi si sono mobilitati non solo gli esponenti della galassia dei gruppuscoli di estrema destra, ma anche molti simpatizzanti. Forse un campanello d’allarme, una conferma che, dopo un lungo periodo di defezioni, le possibilità di reclutamento si stanno nuovamente allargando. Venute meno le speranze di poter invertire il corso della storia e di creare uno stato riservato al volk (“popolo”) afrikaner, l’estrema destra sembra trarre alimento da quella che è sempre stata una delle sue risorse principali: la paura. L’uccisione del leader razzista non sarebbe un caso isolato.
Dal 1994, anno delle prime elezioni multirazziali, numerosi altri proprietari di fattorie sono morti in circostanze analoghe. Molti di più, naturalmente, i salariati agricoli che hanno subito maltrattamenti dai proprietari bianchi. Anche Eugène Terreblanche, accusato di aver picchiato e ridotto in fin di vita un suo dipendente, era stato condannato a cinque anni di carcere. Tornato in libertà nel 2004, si definiva “born again” per aver ritrovato la fede dietro le sbarre.
Mentre Andre Visagie, segretario generale dell’AWB dichiarava che “questa morte è una dichiarazione di guerra della comunità nera del Sudafrica alla comunità bianca”, Andrew Ford, leader del BNW, non ha perso l’occasione per dirsi “in guerra con i bastardi neri”. Entrambi hanno poi invitato i paesi partecipanti ai Mondiali di calcio del 2010 a “non inviare le loro squadre”. Da Visagie altre minacce e appelli alla vendetta nei confronti di Julius Malema, leader della Lega della gioventù dell’African national congress (Anc) considerato “responsabile dell’omicidio”. Recentemente, davanti agli studenti universitari di Johannesburg, Malema avrebbe intonato una vecchia canzone della lotta antiapartheid, Dubula Amabhunu baya raypha, in cui si chiede di “uccidere i Boeri”.
L’attuale Sudafrica rimane una società profondamente divisa, con milioni di poveri (in stragrande maggioranza neri) e una minoranza, bianca e nera, di benestanti. Situazione che alimenta il diffondersi della criminalità e della violenza. Uno spiraglio potrebbe venire dalla realizzazione di quella riforma agraria che era nei programmi dell’Anc, ma che procede con estrema lentezza.
Al funerale non sono mancati aspetti folcloristici. Decine di Hell’s Angels, in fila indiana con le loro rombanti motociclette e l’enorme bandiera dell’AWB, dalle dimensioni di campo da calcio, distesa sui prati intorno alla chiesa dove si svolgeva la cerimonia. Le vicine township erano state poste sotto stretta sorveglianza per impedire spedizioni punitive da parte dei militanti razzisti.
Nello stesso giorno il Sudafrica veniva turbato dai minacciosi comunicati del ramo maghrebino di Al Qaeda. L’organizzazione di Bin Laden ha preannunciato attentati negli stadi durante i mondiali di calcio che si svolgeranno fra giugno e luglio. Il messaggio, diffuso in un sito islamico e ripreso dalla tv Usa Cbs, sembra provenire dallo stesso gruppo responsabile del sequestro di Sergio Canale e Filomena Kaboree.
Nel macabro comunicato si legge che i campionati “saranno trasmessi da decine di emittenti e attraverso i nostri attentati, in un solo momento, tutto il mondo potrà venire a conoscenza delle sofferenze dei bambini musulmani e delle nostre donne”. Cinque nazioni (Usa, Gran Bretagna, Germania, Francia, Italia) vengono segnalate in modo particolare in quanto “partecipanti alla guerra crociata contro l’Islam”. Il governo sudafricano conferma di essere già intervenuto per sventare altri piani terroristici di cui i servizi segreti erano venuti a conoscenza.
Nel frattempo proseguiva la discussione in merito al progetto di una centrale a carbone di Medupi che potrebbe avere il sostegno finanziario della Banca mondiale, in contraddizione con le intenzioni dichiarate di voler sviluppare le energie rinnovabili. A usufruire dei finanziamenti (3,7 miliardi di dollari per un costo totale di 17,3 miliardi) sarebbe la compagnia sudafricana Eskom, ma la scelta del carbone viene contestata sia dai paesi finanziatori che da molte Ong. Appare evidente l’ambiguità di alcune istituzioni internazionali come la Banca mondiale che, mentre sostengono di voler combattere il riscaldamento globale, forniscono aiuto ai progetti a base di energie fossili. Le sei unità della centrale, la quarta al mondo per dimensioni, dovrebbero raggiungere una potenza di 4800 megawatt (MW) e far aumentare del 12% il potenziale elettrico del Paese. Una giustificazione, secondo la Banca mondiale, verrebbe dalla scarsità di elettricità che grava sullo sviluppo dell’intera regione.

Anche in Cina, Brasile, India…

Il Sud Africa infatti rimane il maggior fornitore di energia verso i paesi confinanti. Secondo i responsabili del progetto “non esisterebbero alternative al carbone a breve termine”. L’anno scorso gli Stati Uniti si erano astenuti al momento di votare il progetto Medupi al consiglio dell’African Development Bank che sta già finanziandone la costruzione. Sarkozy, in un incontro dell’ottobre 2009 con Les Amis de la Terre, aveva assicurato che la Francia avrebbe vigilato affinché “i finanziamenti pubblici siano coerenti con gli obiettivi di lotta contro il cambiamento climatico”. Le associazioni ambientaliste hanno espresso ulteriore preoccupazione per l’apertura di nuove miniere che dovranno rifornire l’impianto di almeno 14,6 milioni di tonnellate annue di carbone, la quantità necessaria per far funzionare l’impianto.
Inoltre, sostengono Les Amis de la Terre “dell’elettricità prodotta da Medupi beneficeranno soprattutto le industrie minerarie e metallurgiche”. Ma il problema non è soltanto sudafricano. Secondo l’Agenzia internazionale dell’energia, in paesi come la Cina, la Russia, l’India e il Brasile, l’aumento delle capacità energetiche a base di carbone tra il 2010 e il 2020 dovrebbe arrivare a duecentocinquantamila MW.

Gianni Sartori

Fonte: A Rivista Anarchica