Ecoprofughi, è allarme

A oggi le persone costrette ad abbandonare la propria nazione per i cambiamenti climatici sono state 50 milioni. Nel 2050 potrebbero arrivare a 250 milioni. A svelarlo l’ultimo rapporto di Legambiente.

Nel 2050 ci saranno 250milioni di ecoprofughi. Dove li mettiamo? Per il momento Europa e Stati Uniti fanno orecchie da mercante, l’argomento è tabù mentre in sede Onu gli Stati membri si guardano bene dal trovare una definizione giuridica che estenda il diritto di asilo a chi abbandona il proprio Paese a causa del global warming. La questione è ormai all’ordine del giorno, a chiedere maggiori tutele sono le nazioni che vivono sul cosiddetto fronte dei cambiamenti climatici. Un esempio per tutti il Bangladesh, uno degli stati più colpiti dalle inondazioni al mondo.

A oggi gli le persone costrette ad abbandonare la propria nazione per calamità naturali, o progressiva desertificazione, sono 50 milioni, ma secondo le stime dell’Alto commissariato per i rifugiati (Unhcr) delle Nazioni unite nel 2050 potrebbero arrivare a 250 milioni. A riaccendere i riflettori sul tema è il rapporto di Legambiente sugli ecoprofughi presentato ieri a Firenze nell’ambito della manifestazione annuale Terra Futura. Il dossier, poi, lancia un allarme anche sullo stato avanzato di desertificazione del nostro Paese.

Negli ultimi 20 anni, infatti, in Italia si è triplicato l’inaridimento del suolo, l’associazione ambientalista stima che il 27 per cento del territorio nazionale rischia di trasformarsi in deserto. Ad essere interessate sono soprattutto le regioni meridionali, dove l’avanzata del fenomeno rappresenta già da un decennio un’emergenza ambientale. La Puglia è la regione più esposta seguita da Basilicata, Sicilia e Sardegna senza dimenticare le piccole isole. Certo è che quando un lampedusano migrerà un giorno a Roma non rischierà certo di essere respinto.

Chi invece oggi raggiunge le nostre coste fuggendo da Paesi dell’Africa australe, dove l’accesso al cibo è ridotto drasticamente dalle condizioni climatiche, si vede rimandato indietro. «Se non viene riconosciuto lo staus di rifugiati agli ecoprofughi – spiega Maurizio Gubbiotti, coordinatore della segreteria nazionale di Legambiente- non possono godere della protezione accordata a profughi e richiedenti asilo. Senza il riconoscimento non possono usufruire dei fondi destinati ai rifugiati».

Lo studio esclude dai suoi numeri, ottenuti principalmente da dati Fao e Unhcr, le vittime di altre catastrofi naturali, come i terremoti, che non sono direttamente collegate ai cambiamenti climatici. Ma da cosa fuggono allora gli ecoprofughi? «Nello Stato sudamericano della Guyana ad esempio – continua  Gubbiotti – ci sono  almeno 600mila profughi ambientali colpiti dal degrado del territorio e dalle inondazioni. La Namibia, poi, quest’anno ha avuto 4 mesi di piogge torrenziali che hanno provocato la distruzione di oltre il 70 per cento dei raccolti, oltre 350mila persone si sono già dirette altrove, principalmente verso l’Egitto.

Le migrazioni spesso creano situazioni di conflittualità. «L’India ha già lamentato di avere oltre 5 milioni di bengalesi entrati irregolarmente». Anche per questo il dossier sottolinea come ormai non siano più le guerre a creare i maggiori flussi migratori, bensì i cambiamenti climatici, senza escludere però che quest’ultimi possano generare nuovi conflitti.

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