Italia, carceri nel mirino

Nei giorni scorsi sono scesi in piazza anche gli agenti penitenziari del Sappe, il Sindacato autonomo di Polizia Penitenziaria, che hanno manifestato davanti a Montecitorio “per richiamare l’attenzione del mondo politico sulle criticità penitenziarie”
Suicidi, tentativi di rivolte e scioperi dei detenuti costituiscono ormai la quotidianità delle carceri italiane. Tutti problemi riconducibili a un’unica grande questione irrisolta: il sovraffollamento. Carcerati, associazioni di settore e agenti penitenziari hanno lanciato l’allarme diversi anni fa, ma questo non sembra scalfire la maggioranza di governo, occupata nella stesura della nuova Finanziaria. La crisi, come spesso accade, colpisce i più deboli che cadono nel dimenticatoio. Nonostante il ministro della Giustizia Alfano abbia dichiarato lo stato d’emergenza per far fronte all’aggravarsi della situazione carceraria, l’approvazione del Piano carceri sembra essere stata cancellata dall’agenda delle priorità governative.Nei giorni scorsi sono scesi in piazza gli agenti penitenziari del Sappe, il Sindacato autonomo di Polizia Penitenziaria, che hanno manifestato davanti a Montecitorio “per richiamare l’attenzione del mondo politico sulle criticità penitenziarie”. Al sit in hanno partecipato soprattutto agenti provenienti dalla Campania e dal Lazio, due delle regioni maggiormente colpite dal problema del sovraffollamento. Stando ai dati forniti dal Dap, il Dipartimento di amministrazione penitenziaria, al 31 dicembre 2009 a fronte di una capienza regolamentare di 5.311 detenuti, nelle 17 carceri campane erano presenti 7.594 prigionieri. Nei 14 istituti penitenziari del Lazio, invece, si trovavano 5.891 detenuti, a fronte di una capienza regolamentare di 4.619. Numeri al ribasso che non tengono conto dei nuovi ingressi del 2010. “Chiediamo al governo risposte concrete – ha detto Donato Capece, segretario generale del Sappe -. Allo stato attuale il ‘famoso’ Piano carceri non esiste: fino a quando non entrerà in vigore, resterà un’entità astratta. Noi agenti non possiamo più sostenere questa situazione drammatica. I detenuti superano le 68 mila unità e noi agenti abbiamo un sotto organico di 6.500 unità. Se il Piano carceri venisse approvato, verranno assunti 1.500 carabinieri e altrettanti poliziotti per controllare i detenuti che, usufruendo delle nuove misure cautelari, usciranno dal carcere. Saranno all’incirca tremila i carcerati che avranno accesso alle misure, quindi il rapporto sarebbe di un agente per detenuto ai domiciliari. Troppo. Vorremmo che questi agenti entrassero in servizio nei penitenziari, perché abbiamo bisogno di aiuto all’interno. La tensione e il nervosismo sono alle stelle e ogni giorno si rischia di esplodere, come dimostra la crescita dei suicidi tanto dei detenuti che degli agenti”.

Al centro delle critiche anche la decisione del ministro Alfano di dare il via libera alla costruzione di nuovi istituti penitenziari. Una decisione che richiede molto tempo, troppo, rispetto a quello che l’emergenza della situazione carceraria impone nell’immediato. “Ci vogliono 5 o 6 anni per costruire ex novo un carcere – continua Donato Capece – e nel frattempo i detenuti aumentano. Quando era ministro della Giustizia Mastella si era scelto di ampliare alcuni padiglioni. La gara d’appalto, che ammontava a 64,5 milioni di euro, prevedeva per la costruzione di ciascun fabbricato 600 giorni. Abbiamo già superato i mille. I luoghi scelti per l’ampliamento sono: Avellino, 200 posti, base d’asta otto milioni e 500mila euro, aggiudicato alla Igit Spa di Bruno Ciolfi, socio di Diego Anemone, l’imprenditore coinvolto negli ultimi scandali edilizi. Stesse cifre per Velletri, aggiudicato alla Gestecos Srl e per Cuneo, dove a imporsi è stata l’Eleca Spa. Trecento posti e 13 milioni di base d’asta per i padiglioni di Catanzaro, dove la gara d’appalto è stata vinta dalla Frasa Srl, di Santa Maria Capua Vetere, dove ha trionfato ancora la Igit Spa, e quello di Palermo, aggiudicata alla Gestecos Srl. Questo giro di affari spiega perché non sono nemmeno stati presi in considerazione i moduli prefabbricati che costano tre volte meno e, non essendo in cemento, sarebbero pronti molto prima”.

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