Le lotte dei Mapuche

di Leslie Ray

Tra Argentina e Cile, la travagliata esistenza di un popolo impegnato per la propria sopravvivenza in un impari confronto con gli stati nazionali e con le imprese multinazionali. Ecco l’introduzione scritta dall’autore di un libro appena pubblicato dalle edizioni BFS.

Bío Bío chiama sorelle le nubi, e parla loro del suo corpo svuotato, prigioniero della diga. Pewen Ñuke e Pewen Wentru, gli alberi araucaria araucana, chiamano sorelle le nubi e parlano loro dei loro corpi abbattuti da macchine moderne. Mawida, la montagna, chiama sorelle le nubi e parla loro del saccheggio delle sue viscere. Mapu Ñuke, la Madre Terra, ferita e ammalata, sente il dolore dei suoi figli e figlie le cui vite sono state rubate(1).

Questo libro parla di un popolo fiero e della sua lotta a oltranza per l’identità e la dignità nelle sue relazioni con i due stati nell’angolo più a sud del Sud America, l’Argentina e il Cile. Parla della lotta intrapresa per parlare la propria lingua, la “lingua della terra”.
I Mapuche sono un popolo orgoglioso, che ha resistito agli invasori spagnoli per più di tre secoli fino a che, negli ultimi decenni del XIX secolo, capitolò di fronte a un attacco a tenaglia da parte degli eserciti delle due nuove nazioni.
Dalla capitolazione in poi hanno subìto un ridimensionamento; una letterale “riduzione”, visto che le riserve in cui furono deportati dopo la conquista erano note come reducciones. E in effetti sono stati ridotti in molti sensi e modi: ridotti alla lotta per la sopravvivenza nelle loro comunità rurali, minacciati da proprietari terrieri e da multinazionali senza scrupoli, obbligati a guadagnarsi da vivere ai margini delle città come braccianti o domestici.
Insieme all’orgoglio, un altro aspetto del carattere Mapuche è la sfiducia nei winka (i non Mapuche), e i diversi motivi verranno esposti più avanti. Scrivendolo da winka, mi sento privilegiato che molti Mapuche abbiano avuto sufficiente fiducia nel sottoscritto da affidarmi i loro pensieri e punti di vista, le loro speranze e paure, perché fossero inserite in questo libro.

Perché dovremmo imparare la lingua della terra?

“Lingua della terra” è la traduzione di mapudungun, il nome che i Mapuche danno alla propria lingua. La parola mapuche stessa significa “popolo della terra” (mapu-terra, che-popolo).
Cosa strana per noi, sempre alle prese con il dilemma di quale classificazione ci si adatti meglio. Le idee su quali etichette appiccicarci addosso – etichette razziali, culturali, religiose, geografiche o ideologiche – sono tante quante siamo noi. Per i Mapuche la questione è invece molto semplice: loro sono la gente, la gente della terra, alla terra inestricabilmente legati, e la loro lingua sgorga dalla loro connessione con la terra. Non la terra intesa puramente come suolo ma, in senso esteso, il territorio con tutto ciò che era, è e sarà associato ad esso.
Philip Wearne lo spiega bene nel suo libro Return of the Indian:

I popoli indigeni del continente americano definiscono se stessi essenzialmente mediante la loro relazione con la terra. Mentre i nomi che danno a se stessi – Inuit, Kayapó, Runa (Quechua) – spesso significano semplicemente “gente”, i nomi che danno ai loro territori per lo più denotano il concetto di “terra”. Le due cose sono inseparabili. Come rimarcò nel 1985 il World Council of Indigenous People (Concilio mondiale dei popoli indigeni), una federazione globale che ha sede in Canada: «Il modo più sicuro per uccidere noi popoli indigeni, oltre a spararci, è di separarci dalla nostra porzione di terra». […] La terra è identità – passato, presente e futuro. La terra è, in senso sia letterale che figurato, la casa degli antenati, della gente che ha dato la vita alla generazione attuale e che chiede venerazione secondo i riti e i costumi tradizionali. La terra rappresenta, secondo le parole di un attivista indigeno, «le pagine viventi della nostra storia non scritta» (2).

L’identità dei Mapuche risiede nella terra, con la quale hanno una relazione profonda. Noi, dall’altra parte, siamo moderni e sofisticati cittadini del mondo. Cosa avrebbe a che fare la loro lotta con la nostra vita? Ci spostiamo in scatole metalliche e viviamo in ambienti con aria condizionata, guardiamo il mondo attraverso vetrate, il cemento ci protegge da quello stesso mondo. Rischiamo di passare la maggior parte della vita senza il contatto con quella terra dalla quale veniamo e alla quale inevitabilmente torneremo.
In questo preciso momento, dall’altra parte del pianeta, i Mapuche stanno combattendo per riconquistare la loro terra, che gli è stata tolta un secolo, un decennio, oppure mesi, settimane o giorni fa.
Così come stiamo perdendo contatto con la terra, stiamo perdendo anche contatto con i suoi ritmi. La ciclicità del tempo dall’alba al crepuscolo e poi di nuovo all’alba, e i sottili cambiamenti delle stagioni, sono del tutto indifferenti per noi; dai tempi del canto del gallo, attraverso i rintocchi dell’orologio della fabbrica, siamo infine approdati alle cifre digitali sullo schermo di un pc.
In contrasto con il tempo ciclico della natura, con la sua intrinseca attesa di un rinnovamento e di un ritorno, la moderna lancetta del tempo non si muove in cerchio ma inesorabilmente in avanti, e questo noi lo definiamo progresso. Con l’orologio digitale sono sparite anche le lancette e il loro girare. Ora il tempo è un numero che cresce sempre.
I Mapuche fanno parte degli “eretici” (3) che rifiutano simili concezioni di un tempo piatto e lineare. La loro celebrazione dell’anno nuovo, che si tiene il 24 giugno, è chiamata Wiñoy Tripantu, “il ritorno dell’anno”, quando il ciclo ricomincia.
Viene naturale concludere che noi, nel mondo “sviluppato”, abbiamo perso il senso di unione con la terra e la percezione del tempo ciclico che deriva da questo legame; scordando tutto ciò, ha perso di significato il nostro posto nel tempo e nella storia. Forse questo non significa niente per chi è costantemente abbagliato da un mercato ricco di possibilità di acquisto, da tutte le informazioni a disposizione ventiquattr’ore su ventiquattro, o dal ronzìo di una comunicazione istantanea globale. Ma se avete un minimo sentore che il cosiddetto “progresso” per ogni guadagno procura una perdita, allora potreste volermi accompagnare insieme ai Mapuche nel loro viaggio di riscatto.
In Argentina e in Cile durante alcuni periodi gli insegnamenti di storia sono stati impartiti con grande fervore, e la glorificazione dello stato promossa con zelo. Nel momento in cui stavo rimuginando sull’idea di scrivere un libro sui Mapuche, trovai per caso un testo di storia su una bancarella di libri usati a Buenos Aires; una scoperta che contribuì a mettermi davanti ad una tastiera. Sfogliando le pagine che trattavano della “necessità” della Conquista del deserto (nome con cui si indica il ruolo ricoperto dall’Argentina nell’azione a tenaglia anti-Mapuche), lessi queste parole:

Eravamo praticamente senza possesso di gran parte del nostro paese. I reparti di frontiera avevano penosamente fallito nella loro missione di contenere il selvaggio che occupava una vasta area del territorio argentino e che costituiva una minaccia e una vergogna nazionale4.
Argomentazioni di questo tipo non sono affatto insolite in Argentina e in Cile anche al giorno d’oggi; coloro che venivano considerati selvaggi sono ancora visti da molti come una “vergogna nazionale”.
Simili “libri di storia”, e i pregiudizi sottesi di chi li ha scritti, non lasciano alcuno spazio per un punto di vista differente. In un certo senso questo mio libro è il tentativo di rivendicare quello spazio…continua su A Rivista Anarchica…

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