Contro il razzismo di stato – La giornata del 23 maggio a Triboniano

REPORT DELLA GIORNATA DEL 23 MAGGIO 2010 AL CAMPO ROM DI VIA TRIBONIANO.
NASCONDINO, O GUARDIE E LADRI ?

Domenica 23 maggio era prevista un’assemblea pubblica presso il campo di Via Triboniano.

Convocata dagli abitanti del campo e dal Comitato antirazzista milanese, era intesa a fare un bilancio di quanto accaduto nei giorni precedenti e un’analisi collettiva della situazione apertasi dopo gli scontri di giovedì. I riflettori accesi intorno alla questione Triboniano, l’evidenza dell’arbitraria violenza nella gestione della piazza e lo sbugiardamento delle immancabili menzogne politico-poliziesche, facevano presupporre che l’assemblea sarebbe stata molto partecipata. Lo sapevamo noi e i nostri amici, lo sapevano anche i nostri nemici.
Alla vigilia il vicesindaco De Corato annunciava che avrebbe fatto di tutto affinché tale assemblea non potesse avere luogo, contattando questura e prefettura in questa direzione.
Detto fatto: domenica nel primo pomeriggio la zona intorno al campo è interamente militarizzata con centinaia di agenti in antisommossa, agenti della polizia locale e drappelli di digos. Chi si avvicina viene fermato, identificato, allontanato.
La barriera dell’esclusione etnica, della segregazione sociale e della partizione umana non deve essere infranta, nessuna discussione comune deve avvenire, nessuna solidarietà attiva deve potersi esprimere.
I dirigenti di piazza con tronfio autocompiacimento sono inizialmente convinti di aver fatto un buon lavoro: la barriera etnico-sociale è ribadita dallo sbarramento di scudi e caschi.
Eppure, nel corso del pomeriggio, si accorgono che qualcosa non ha funzionato: scrutando coi binocoli l’interno del campo (ben sapendo di non essere affatto, loro, i benvenuti), vedono dei movimenti, gente che fa capannello, discute, parla…
Qualcosa evidentemente è andata storta: cominciano le prime timide incursioni della Polizia Locale alla ricerca di infiltrati e sobillatori. Entrano e non trovano nessuno. Escono e la gente ricompare. E così ripetutamente. Con sempre più affanno, cominciano a setacciare il campo con dispiegamenti più massicci di poliziotti, al seguito della digos ; vanno avanti e indietro, a destra e a manca, cercano anche dentro le baracche, ma non trovano niente e nessuno.
I rom li guardano di sottecchi con indifferenza, li ignorano, non gli rivolgono nemmeno una parola. In cuor loro, sorridono al cospetto di tanta imbecillità.
Ebbene sì, noi nel campo c’eravamo. Eccome se c’eravamo. Abbiamo parlato tutto il pomeriggio con tanta gente, bevuto birre coi rom, condiviso riflessioni e valutazioni; abbiamo fatto anche una diretta radiofonica da dentro il campo, giusto per lo sfizio; e abbiamo giocato coi bambini, facendo disegni, lanciandoci la palla e soprattutto inventando una nuova versione del gioco “guardie e ladri”, quella con le sentinelle volanti: indovinate un po’, com’erano distribuite le parti?
È vero: l’assemblea plenaria del campo, come era stata intesa inizialmente, non c’è stata. E non c’è stata per un motivo ben preciso: se fossimo stati toccati all’interno del campo, sarebbe successo un macello e ieri non c’era volontà alcuna, da parte nostra (e “nostra”, qui, si riferisce a noi coi rom, ai rom con noi), di surriscaldare gli animi. Chi stava proponendo “un intollerabile linguaggio della violenza” (De Corato) erano ancora una volta lorsignori.
A partire dalle lunghe discussioni svoltesi nel corso della giornata, alla luce degli eventi e di una riunione svoltasi in serata al Torchiera con alcuni rappresentanti del campo (con buona pace di quanto riportato oggi da Il Giornale), possiamo fare le seguenti valutazioni:

1) Nei confronti delle promesse fatte dalla Moioli alla delegazione dei rom, convocata in tutta fretta venerdì sera in prefettura, nel campo è ampiamente diffuso un atteggiamento di scetticismo: la promessa di consegnare case a tutti entro settembre con una partecipazione del 50 % delle spese d’affitto per quattro anni da parte del comune, è tanto allettante quanto sospetta. Anzitutto perché fatta solo a voce e con l’esplicita richiesta di non renderla pubblica (mentre, allo stato attuale delle cose, l’unica cosa scritta resta l’ordinanza di sgombero entro il 30 giugno); in secondo luogo, perché a molti sembra un chiaro temporeggiamento per calmare gli animi oggi e poter colpire quest’estate, quando i bambini non vanno più a scuola e molti sono in vacanza; infine, perché si prevede di far rientrare la Casa della Carità in funzione di “mediazione”, e tutti nel campo conoscono molto bene le porcherie di cui sono capaci Don Colmegna e collaboratori. Questa sera (lunedì) ci sarà un altro incontro delegazione rom-comune-casa della carità di cui daremo conto prossimamente.

2) Risulta evidente, ancora una volta, il tentativo disperato di mantenere una separazione tra i rom e qualsivoglia individuo solidale: un tentativo fatto a colpi di calunnie, menzogne, demonizzazioni personali ed esibizioni muscolari. La logica del divide et impera non tramonta mai, e sembrano disposti a tutto per imporla. Registriamo comunque il fatto che, in un rovesciamento delle parti non privo di significato, abbiamo ricevuto per l’intera giornata la fattiva complicità attiva di tutti gli abitanti del campo.

3) Infine, se da un lato ritrovarsi a giocare a nascondino o a guardie e ladri è stato anche, a suo modo, divertente, dev’essere sottolineato e denunciato con forza il processo di “clandestinizzazione” coatto cui siamo stati sottoposti, inseguiti da una sorta di novella Gestapo all’interno di una zona rossa al quadrato, disegnata intorno a un campo di segregazione razziale: noi costretti comunque a divincolarci e nasconderci senza aver commesso alcun reato, altri accorsi a partecipare, bloccati a cento passi dall’ingresso d’un kampo. Ennesimo esempio dello stato d’eccezione permanente e di militarizzazione dei territori (da Pianura … a L’Aquila…) cui stanno sottoponendo tutti, e che non può passare in silenzio. Di qui l’ipotesi di convocare a breve un’assemblea pubblica per discutere di questa situazione “gestional-repressiva”, sia nella sua natura intrinseca, sia nel suo significativo nesso con la specificità della lotta dei rom di Triboniano.

Comitato Antirazzista Milanese

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