Mantenere le posizioni

Italia-Afghanistan e forse ritorno

Se, dopo l’attentato messo a segno il 17 maggio sulla strada tra Herat e Bala Murghab, qualcuno avesse scritto che erano stati neutralizzati due soldati italiani, non sarebbero mancate indignate proteste e interrogazioni parlamentari; eppure “neutralizzare” è il termine usato di preferenza nei bollettini di non-guerra e nei rassicuranti resoconti giornalistici sull’Afghanistan quando si parla di morti afgani.
I militari italiani non uccidono, “neutralizzano”. Espressione asettica che non sporca di sangue e non puzza di cadavere, come certi deodoranti che neutralizzano i cattivi odori.
I tanti colpi di ogni calibro sparati dai militari italiani in nove anni di conflitto sembrano sparati contro ombre, senza volto né identità: come in certi videogame il “nemico” quando viene colpito si dissolve.
Così è stato, ad esempio, lo scorso 21 aprile quando è stato reso noto che a Bala Murghab, a nord di Herat, gli alpini della Task-Force North hanno sparato sei granate di mortaio da 120 mm. e “neutralizzato con precisione la minaccia”, come riportato nel sito della Difesa.
Dallo stesso sito ministeriale si apprende che “Per l’Afghanistan è autorizzata la partecipazione di 3.227 militari italiani”: salvo dimenticanze, è un record assoluto per l’interventismo nazionale, destinato peraltro a salire dato che l’impressionante ministro La Russa ha recentemente prospettato ulteriori incrementi numerici.
Per aumentare la cortina fumogena attorno all’effettivo impiego “combat” del contingente italiano nell’ambito della missione Isaf-Nato, si continua a privilegiare l’immagine dei soldati italiani – ovviamente brava gente – impegnati esclusivamente in compiti di assistenza umanitaria, di ricostruzione e addestramento di poliziotti afgani, arrivando a sostenere che il cambio di politica deciso dall’amministrazione Obama si è ispirato alla morbida “dottrina italiana del Counter-Insurgency”.
La realtà della guerra è, come sempre, assai lontana da simili edulcorate rappresentazioni, tanto è vero che puntualmente si registra il tentativo di allontanare i testimoni scomodi, come avvenuto nei confronti di Emergency.
Fin dal 2001, in Afghanistan sono attive forze speciali italiane che hanno preso parte alle operazioni belliche, anche se pochissimo è trapelato a tal riguardo, dato che i diversi governi che si sono succeduti hanno ugualmente “coperto” queste missioni e i combattimenti a cui hanno preso parte. Questo livello di segretezza appare così elevato da far nascere il sospetto che non sia stata resa nota neppure l’esatta entità delle perdite riportate in azione dai reparti italiani d’élite equiparabili ai servizi segreti di intelligence, gli agenti dei quali rimangono di norma dei “militi ignoti”.
Il tutto ha inizio sul finire del 2001, quando partecipando all’operazione statunitense “Enduring Freedom”, assieme a forze aero-navali italiane si scoprirà l’esistenza di un nucleo imbarcato d’incursori della Marina destinati ad entrare in azione a fianco delle forze speciali Usa, svolgendo ruoli bellici tutt’ora imprecisati. Circostanza del tutto dissimulata ed ancora messa in dubbio da Germano Dottori nel suo pur circostanziato articolo “La guerra (quasi) segreta degli italiani”, recentemente pubblicato sulla rivista Limes. Fu quindi nei primi mesi del 2003 che circa mille soldati italiani – prima alpini della Taurinense, poi paracadutisti della Folgore – saranno inviati sulle montagne di Khost, con i compiti facilmente immaginabili trovandosi in piena zona di guerra, con relativi scontri a fuoco. La missione del contingente italiano “Nibbio” vide, tra l’altro, un vero e proprio attacco dal cielo, nell’ambito dell’Operazione Haven Denial, con oltre 500 parà impegnati assieme a 800 militari Usa. Altra analoga operazione (Warrior Sweep) andò in replica nel settembre con protagonisti ancora i parà italiani a fianco di commando americani e soldati governativi.
Imprecisato il numero dei “guerriglieri” uccisi, comunque nell’ordine di diverse decine.
Altri importanti combattimenti vengono sostenuti ed ingaggiati dalle forze speciali italiane (riunite nella Task Force 45) durante il governo di centrosinistra che cercò in ogni modo di occultare l’invio e l’attività di circa 200 specialisti dei gruppi di élite. La loro presenza venne ammessa solo alcuni mesi dopo (a seguito del ferimento di 4 Comsubin in un attentato a Farah), anche se agli osservatori più attenti e indipendenti (compreso questo giornale) non era sfuggita la loro entrata in scena, nonostante che l’allora ministro della Difesa Parisi avesse diramato precise direttive per impedire la diffusione di informazioni riguardanti la missione italiana e, in particolare, per nascondere il rilevante numero di afgani, insorgenti o presunti tali, caduti sotto il fuoco dei “nostri ragazzi” in missione di pace. Basti dire che nel corso dell’operazione Wyconda Pincer, secondo Peacereporter ma anche per le autorità locali, circa settanta combattenti afgani sarebbero stati uccisi dai soldati col tricolore sulla mimetica. Inoltre, durante il governo Prodi, viene deciso il rafforzamento tattico attraverso il dispiegamento di mezzi corazzati ed elicotteri d’attacco Mangusta utili per appoggiare le operazioni terrestri.
Anche se per tutto il 2007 i combattimenti risultano all’ordine del giorno, l’operato dei soldati italiani – per decisione governativa – rimane sottratto, oltre che all’informazione nazionale e internazionale, persino al parlamento italiano, dentro cui sembra dominare un trasversale silenzio omertoso che può contare pure sulla connivenza della sedicente “sinistra radicale” e sul defilamento pacifista.
Con il nuovo governo di centrodestra, insediatosi nella primavera del 2008, gli ammazzamenti compiuti dalle truppe italiane da motivo di cattiva coscienza diventano ragione di orgoglio guerresco, con accenti degni di un’impresa coloniale fascista.
Anche la strutturazione del contingente appare funzionale a ruoli operativi più aggressivi, con la nascita di tre Task Force (South, Center e North) e coincide con il richiamo in Afghanistan della Folgore.
Dall’imboscamento della realtà si passa quindi all’esaltazione dei combattimenti che vedono partecipi gli italiani nella provincia di Farah (Operation Shamshir Bazaar), nel distretto di Ghormach, nella provincia di Baghdis (Operation Toofan), nella valle di Musahi ed anche nell’area di Kabul, dove in un attentato contro un convoglio di blindati rimangono uccisi 6 militari italiani.
Puntualmente, il conteggio ufficiale delle perdite inflitte ai miliziani afgani riferisce di centinaia di morti.
Tale politica bellicista ha finito per essere stigmatizzata persino dal governatore della provincia di Farah che ha accusato gli italiani di fare soltanto la guerra senza svolgere alcuna attività di ricostruzione, costringendo il ministero e i comandi a dare risalto alla realizzazione di progetti nei settori sanitari e scolastici (ma anche in quello carcerario), per avvalorare la “governance” italiana, in attesa del segnale di ritirata generale.
In vista dell’avvio del ritiro, annunciato da Washington per il luglio 2011 (dopo ben dieci anni di guerra), l’importante è “mantenere le posizioni”, ma potrebbe non essere sufficiente: le esigenze della Nato per far fronte al crescere dell’insorgenza potrebbero costringere il governo italiano ad uscire, più di quanto voluto, allo scoperto.

Umanità Nova

(Per una storia dell’intervento militare italiano in Afghanistan si rimanda al dossier “Afghanistan: otto anni di guerra” su Umanità Nova nn. 38 e 39 del 2009)

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