Carcere: un tavolo per i diritti

Anche se una riflessione sulle leggi repressive attuali può migliorare la scandalosa condizione dei carcerati, l’obiettivo deve rimanere il liberarsi dalla necessità del carcere. Il carcere è e rimane comunque la più grande tortura legale esistente.

CARCERE. Le più autorevoli realtà che operano nei penitenziari italiani chiamate a convegno da Il detenuto ignoto e Radicali. Per trovare soluzioni immediate all’emergenza sovraffollamento e ridisegnare le priorità.

Tutti attorno a un tavolo per trovare soluzioni concrete all’emergenza carcere. Associazioni, cooperative sociali, volontari, agenti penitenziari e garanti dei detenuti sono intervenuti ieri in una riunione generale organizzata a Roma da Il detenuto ignoto e Radicali italiani. Il braccio operativo che materialmente gestisce la realtà degli istituti di pena italiani dimostra di sapere bene quanto è fondamentale «fare rete» e quanta pressione occorra esercitare sulla politica e sull’amministrazione penitenziaria.

Dai proclami d’urgenza (risale a gennaio la dichiarazione dello stato di emergenza nelle carceri sottoscritta dal ministro Alfano) all’ultimo decreto sulla detenzione domiciliare, che la deputata radicale Rita Bernardini definisce «svuotato di ogni contenuto», nessun segnale è stato davvero seguìto da misure efficaci. I penitenziari sono pieni come mai nella storia della Repubblica: quasi 70mila presenze, 32mila circa gli ingressi brevi in attesa della convalida d’arresto ogni anno, nei primi cinque mesi del 2010 i suicidi sono stati 27, altri tre hanno interessato agenti penitenziari, oltre 40 i tentativi di farla finita. E ora si teme l’arrivo dell’estate. «Abbiamo convocato tutti gli operatori che lavorano nelle strutture carcerarie perché il provvedimento su cui si è arenato il Parlamento riguarderà non più di 2.000 detenuti – spiega Irene Testa, segretario dell’associazione Il detenuto ignoto.- Anche in virtù del fatto che, con l’estate alle porte, temiamo che rivolte e situazioni critiche non saranno una sorpresa».

Se occorre intervenire nell’immediato, sperare che la maggioranza ritiri quelle leggi, come la ex Cirielli, maggiormente responsabili del sovraffollamento, è per tutti una prospettiva al dir poco ingenua. Ma l’assemblea ha comunque avanzato le sue proposte: limitare l’abuso della misura cautelare in carcere (oggi il 35 per cento dei ristretti è dentro in attesa del giudizio di primo grado), aumentare il ricorso alle misure alternative (dalle 40mila concesse nel 2005 si è passati oggi a circa 10mila) e, soprattutto, facilitare il recupero in comunità dei tossicodipendenti (pari a oltre il 31 per cento della popolazione carceraria).

«Stiamo lavorando per una revisione della Fini-Giovanardi – spiega Alessio Scandurra di Antigone – perché quello delle tossicodipendenze è un tema su cui ancora è possibile trovare favore nell’opinione pubblica e aperture dal governo». Si tenta ogni varco possibile, consapevoli che mancano finanziamenti e personale. Anche nelle strutture esterne che dovrebbero accogliere condannati a pene diverse dal carcere. Il garante dei detenuti del Lazio Angiolo Marroni confessa di «non essere ottimista. È il codice penale che va sostituito con uno in cui la pena della reclusione sia davvero l’extrema ratio». La presenza di don Luigi Ciotti e di don Antonio Mazzi testimonia che la sfida, poi, è soprattutto culturale.

«La sicurezza è diventata il killer che calpesta la dignità delle persone», dichiara il primo, alludendo poi alle responsabilità di una società che «di fronte a questi numeri e questi dati rinuncia a realtà e verità». «La coscienza collettiva pare assopita», avverte il presidente della Consulta penitenziaria di Roma Lillo De Mauro, e resta ancora una volta inerme di fronte alla «discarica sociale» nascosta dietro il muro di cinta.

Terranews

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