Crisi, i militari non stringono la cinghia

La Nato raccomanda agli alleati europei di aumentare le spese per la difesa. Il caso greco
La crisi del debito pubblico strangola le nostre economie, costringendo tutti i governi a imporre drastici tagli alla spesa pubblica. Stipendi e pensioni, sanità e istruzione: la parola d’ordine dell’Unione europea e del Fondo monetario internazionale è ‘risparmiare su tutto’. O quasi tutto. C’è infatti una voce di spesa che sembra immune alle nuove misure di austerity: quelle militari. Su queste, anzi, i governi vengono addirittura sollecitati a investire di più, nonostante la crisi.Un perentorio invito in questo senso è arrivato nei giorni scorso dai vertici della Nato.
Lunedì, il segretario generale dell’Alleanza atlantica, Anders Fogh Rasmussen ha presentato con grande enfasi a Bruxelles il nuovo ‘Concetto strategico’, il documento di orientamento politico-strategico con cui periodicamente la Nato ridefinisce il suo ruolo e le sue funzioni alla luce dei cambiamenti occorsi nello scenario internazionale. La redazione del documento era stata affidata al cosiddetto ‘Gruppo di esperti’, presieduto dall’ex segretario di Stato Usa, Madeleine Albright, e all’ex amministratore delegato della compagnia petrolifera Shell, Jeroen van der Veer.

Il testo, che sarà approvato al vertice Nato di novembre, spiega come i compiti dell’Alleanza atlantica saranno sempre più impegnativi, complessi e geograficamente estesi, e raccomanda quindi un maggiore impegno economico degli Stati membri europei, bacchettandoli per la loro scarsa propensione alla spesa militare: ”Se la Nato dovrà adempiere con successo a queste sue missioni, deve fermare il precipitoso declino delle spese nazionali per la difesa (…). La carenza di investimenti in questo settore in Europa è sempre stato il principale fattore di ostacolo alla trasformazione militare (dell’Alleanza, ndr). Oggi, su ventisei alleati europei, solo sei spendono a tal fine almeno il 2 per cento del loro Pil (…). Questo produce un profondo gap tra gli Stati Uniti e il resto della Nato, uno sbilanciamento che se perdura può minare la coesione dell’Alleanza”.

Presentando il documento alla stampa, Rasmussen ha reso ancor più esplicito questo invito. ”Nonostante le grandi sfide economiche che gravano sui singoli Stati – ha detto il segretario generale della Nato riferendosi alla crisi del debito in corso – è preoccupante osservare il crescente divario nella spesa militare tra Stati Uniti (quasi 4,7 per cento del Pil, ndr) e alleati europei (in media 1,7 per cento, ndr). Ho incontrato molti capi di governo che si trovano nella necessità di ridurre i propri budget destinati alla difesa: tagli troppo pesanti mettono a rischio la sicurezza futura e potrebbero anche avere implicazioni economiche negative”.

Le pressioni a non tagliare le spese militari non risparmiano nemmeno il malridotto alleato greco.
Lo Stato ellenico spende in difesa più di qualsiasi altra nazione europea: il 3,2 per cento del Pil, contro una media dell’1,7. Venerdì, il ministro della Difesa greco, Panos Beglitis, ha annunciato la necessità di un modesto ridimensionamento del budget (da 6,8 a 6 miliardi, arrivando quindi al 2,8 per cento del Pil). Invece di ricevere il plauso internazionale – come accaduto per l’annuncio della manovra lacrime e sangue imposta al popolo greco – ad Atene sono arrivate le proteste dei governi francese e tedesco: Parigi pretende che la Grecia confermi l’acquisto di sei navi da guerra della Dcns (al costo di 2,5 miliardi) e Berlino che Atene compri altri due sottomarini della Thyssen-Krupp (150 milioni).

Per mettere al riparo l’economia italiana dalla crisi del debito, il governo Berlusconi sta approntando una manovra biennale da 25 miliardi di euro, che prevederà dolorosi tagli alla spesa sociale.
Il nostro Paese spende in armi e in guerre 23 miliardi ogni anno, ovvero circa l,5 per cento del Pil. Qualcuno potrebbe proporre di prendere da qui un po’ dei soldi che servono (rivedendo magari il faraonico programma di acquisto di 131 cacciabombardieri F-35), ma si scontrerebbe con le raccomandazioni della Nato, che come abbiamo visto guarda con disprezzo ai Paesi che spendono in difesa meno del 2 per cento del Pil. E i nostri governanti, si sa, con certa gente non vogliono fare brutta figura.

Peace Reporter

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