Tanzania, tra i “cacciatori dei malati di Aids” sotto una pioggia di dollari ma senza ospedali

DAR ES SALAAM – Capita sempre d’incontrare qualcuno – visitando i progetti di ActionAid in tutto il mondo, sia in Pakistan, che in Uganda o in Guatemala – il quale ti ricorda come oltre alle emergenze per le calamità naturali, la fame o la miseria che umilia e degrada milioni di esseri umani,  il lavoro più delicato e complesso per un cooperante resta comunque la politica. Che non è proselitismo, non quella cosa che conosciamo noi, ma un lavoro sottile guidato da un’idea forte e universale da diffondere e far accettare a chi non l’ha mai potuta conoscere. L’idea-guida è che la  povertà non è una condizione naturale, tanto meno un insuccesso individuale, ma il risultato della negazione e della violazione di diritti umani fondamentali.

I problemi del Fondo Mondiale. A mettere subito in chiaro le cose in questo senso è Marco Simonelli, responsabile del programma Salute e Hiv/Aids di ActioAid Italia, per anni residente in Tanzania, avendo sposato una tanzaniana. La sua esperienza sul campo serve per individuare una contraddizione invisibile, a chi è qui di passaggio, ma che rappresenta un problema per l’intero sistema sanitario di questo paese. La contraddizione ha un nome e un cognome: si chiama Fondo Mondiale per la lotta all’Aids, un grande serbatoio di 19 miliardi di dollari, alimentato da 144 paesi  –  compreso il nostro, che però ancora è in debito dei 130 milioni promessi  – costituito per debellare la piaga dell’Aids nel mondo. “Un sacco pieno zeppo di dollari  –  dicono  –  che però anziché risolvere problemi, finisce per crearne. L’emergenza Aids, fra le mille altre emergenze sanitarie e non, aspira come un’idrovora risorse, provocando così i primi due grandi problemi.

Dieci medici per 100 mila abitanti. Da una parte, quello di attrarre come una calamita i pochi medici in circolazione in questo Paese (10 ogni 100 mila abitanti) risucchiati dalle lusinghe di stipendi altissimi pagati nelle strutture sanitarie concentrate sull’Aids. La conseguenza  –  ed ecco l’altro problema  –  è lo squilibrio in un sistema sanitario già di suo povero e traballante, perché restano sguarniti settori come la pediatria, la medicina neonatale, i reparti con i malati di tubercolosi, oltre a quelli ostetrici, dove si registra un numero ancora elevatissimo di donne che muoiono di parto.

Morire di parto. “Ogni minuto, nel mondo, una donna muore per parto – ha denunciato durante un recente convegno a Roma Daniela Colombo, presidente di Aidos (Associazione Italiana Donne per lo Sviluppo) – per complicazioni durante la gravidanza o perché sottoposta ad aborti igienicamente precari”.  E la Tanzania  –  dove la metà della popolazione vive sotto la soglia di povertà, che secondo la Banca Mondiale è di 1.25 dollari al giorno – tiene alto il livello di questo insopportabile andamento. Si assiste, tuttavia, ad una lenta inversione di tendenza, che però non riesce a rendere ottimisti gli operatori. “La diminuzione del tasso di mortalità materna, anche qui in Tanzania – spiega ancora Marco Simonelli – è comunque molto lontano dal 5,5% stimato per raggiungere nel 2015 il quinto Obbiettivo di Sviluppo del Millennio, che aspirerebbe a  migliorare la salute materna e rendere possibile l’accesso universale ai servizi per la salute riproduttiva”…continua il Reportage su La Repubblica…

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