Congo: l’unica cosa da fare è tentare di fuggire dalla guerra

Nel paese vaga oltre un milione e mezzo di profughi che ha abbandonato le zone dove il conflitto dura da 15 anni

In totale, anche se con qualche pausa, sono più di 15 gli anni di guerra che “regalano” al Congo il primato di morti in un conflitto (certificato dall’Unicef) dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale: cinque milioni di vittime, il 90% delle quali civili. E non è finita: la popolazione delle zone nord orientali di questo paese africano ogni giorno, nell’indifferenza quasi totale, tenta di salvare la pelle, in stato di emergenza perenne. Mentre il resto del Congo ha trovato una via alla pacificazione, le regioni di Ituri e Kivu sono attraversate da un fiume di violenza che continua ad aumentare la sua corrente. Tutti contro tutti: esercito regolare, fronte democratico di liberazione del Ruanda, ribelli della formazione dell’ex generale Laurent Nkunda, truppe irregolari ugandesi, oltre alle milizie indigene dei Mai-Mai. Migliaia di donne, bambini e talora uomini sono stati stuprati, e centinaia di migliaia di persone hanno dovuto abbandonare le loro case. Nel Nord Kivu dagli scontri armati tra fazioni si è passati alla guerriglia: ogni gruppo terrorizza la popolazione e dà fuoco alle case di un villaggio per vendicare il presunto appoggio fornito dagli abitanti alla fazione rivale. Richard Domba, vescovo della città di Dungu, parla un ottimo italiano e riferisce che i resoconti di due ragazzine di 15 anni, rapite da un gruppo di ribelli ugandesi e poi miracolosamente fuggite, lo hanno sconvolto: «Le violenze che hanno subito non sono riferibili. Loro rimarranno segnate per sempre». Il vescovo congolese spiega che sono centinaia gli adolescenti che vengono prelevati a forza dai ribelli nei villaggi: «Le ragazze servono per il sesso, gli adolescenti invece sono usati per trasportare tutto l’equipaggiamento nella foresta: sono caricati come bestie e quando uno non ce la fa più viene ucciso sul posto». La missione di pace delle Nazioni Unite, la più grande al mondo con circa 17mila uomini impegnati e un costo annuo superiore a un miliardo di dollari, non è mai riuscita a evitare i massacri ed ora sta pensando a un ritiro graduale.

LA DANNAZIONE DELLA RICCHEZZA – Tranne le armi manca tutto: cibo, acqua, medicine, pietà. In compenso, e non è un caso, le zone dove si combatte sono ricche, ricchissime: con la guerra continuano a prosperare gli affari legati alle materie prime, soprattutto diamanti, oro e coltan, che prendono la via di Ruanda, Uganda e Burundi. Il dramma dell’Est del Congo è in buona misura il risultato di una competizione feroce fra vari gruppi controllati quasi sempre dall’estero per lo sfruttamento illegale delle immense risorse di questa parte del Paese.

Per mantenere il controllo (illegale) su queste risorse preziose, i Paesi confinanti creano ed usano degli pseudo gruppi ribelli. Non sono casi isolati quelli che vedono militari di opposte fazioni collaborare per lo sfruttamento delle miniere: l’oro estratto viene trasportato da aerei che decollano dagli aeroporti controllati dall’esercito. Sono stati vani gli sforzi delle autorità congolesi per mettere sotto controllo la situazione: nel 2008 il 90% dell’oro era ancora estratto e commercializzato illegalmente. Stati Uniti, Francia, Gran Bretagna e Belgio sono in competizione con la Cina in questa regione, e ognuna di queste potenze sostiene parti diverse e conflittuali del Paese, alimentando in questo modo un perenne stato di tensione.

UN MILIONE E MEZZO IN FUGA – Nel frattempo la vita della popolazione si trascina in mezzo a un inferno. Solo nella primavera 2009 si è alzata un’altra ondata di oltre 250mila sfollati, che senza poter contare su nulla si sono messi in marcia per tentare di lasciare lo scenario di guerra e si sono aggiunti alla marea di gente che vaga in cerca di una via di uscita dalle zone del conflitto: si stima che siano più di un milione e mezzo le persone in fuga solo dal Nord Kivu. Come se, nel giro di poco più di dieci anni, la popolazione di una città più grande di Milano si sparpagliasse in cerca di salvezza. «Sono assetato di pace per la popolazione del mio paese che non ne trova da anni» ha detto a Famiglia Cristiana Faustin Gahima, un esule che vive in Italia da 11 anni. Sono diverse invece le frasi dei suoi connazionali che non sono riusciti a mettersi in salvo. La pace per loro è un pensiero lontano, conta sopravvivere. Tra i pochi occidentali che li possono ascoltare, oltre ai missionari, c’è il personale di Medici senza Frontiere. Amisi, 20 anni ha raccontato di aver lasciato Kule «perché non potevo più lavorare nei campi, occupati dai militari. Sono sopravvissuto per alcuni giorni mangiando qualche frutto, poi ho deciso di tentare la fuga».

LE ULTIME NOTIZIE – Dalle ultime notizie raccolte nella zona i combattimenti nell’area di Hauts Plateaux hanno spinto altri 10 mila a fuggire dai loro villaggi (Kitoga, Mugutu, Birunga, Kangova) per cercare rifugio nella zona di Mukumba. «Le persone che hanno raggiunto la nostra struttura medica ci hanno raccontato che molti civili hanno paura di venire in ospedale, perché temono di essere aggrediti dai gruppi armati. Non esiste alcun luogo sicuro per nascondersi», dichiara Philippe Havet, capo missione di Msf. «L’Hauts Plateaux è una zona molto isolata con montagne che arrivano fino a 3mila metri di altezza e non vi sono strade ovunque. Gli scontri tra i combattenti sono molto feroci e i civili sono vittime dirette. Temiamo che molte persone potrebbero morire, perché non riescono a raggiungere l’ospedale per ricevere l’assistenza medica di cui hanno bisogno». E’ difficile dire quante persone sono ancora intrappolate ai confini della foresta, senza cibo, nelle zone di conflitto. Diverse migliaia, secondo i leader delle comunità locali. Tutti in attesa che il mondo si ricordi di loro e non solo delle miniere d’oro e di diamanti. Le vicende della Repubblica “Democratica” del Congo, per la cronaca, nella tv italiana, sono state citate in totale sette volte in un anno intero. Forse qualcosa di più si può fare.

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