CIE Gradisca, in 36 tentano la fuga, 17 ce la fanno

Da più parti giunge conferma di una fuga di massa dal CIE di Gradisca. 36 immigrati rinchiusi in una stanza da 8 dal personale di Connecting People, nella notte forzano una grata e dai tetti del centro si danno alla fuga in campagna; 19 vengono ripresi, 17 ce la fanno.

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Rinchiusi in 40 in una stanza da otto, sono riusciti a fuggire dal Cie. È iniziata così la seconda evasione di massa dalla struttura per immigrati in appena due settimane. L’episodio si è verificato nella notte fra mercoledì e giovedì, attorno alle 3. Ancora una volta gli immigrati rinchiusi nel Cie – in larga parte tunisini – sono riusciti ad arrampicarsi sul tetto del complesso e a tentare la fuga lanciandosi oltre il muro di cinta, nel vuoto, da oltre 4 metri d’altezza: questa volta è andata bene a 17 di loro, riusciti a far perdere rapidamente le proprie tracce nella campagna circostante avvolta dall’oscurità. Le ricerche che ne sono seguite non hanno prodotto risultati. Più o meno altrettanti, 19, sono stati invece immediatamente ripresi dalle forze dell’ordine. Nella notte fra il 5 e 6 maggio erano riusciti a darsi alla macchia in nove. Ma questa volta, oltre che per i numeri, l’evasione è clamorosa anche per la ricostruzione che ne è stata fatta nel primo pomeriggio di ieri. Un folto gruppo di clandestini, sembra in tutto 39, di etnia maghrebina e apparsi particolarmente “caldi” nelle ore precedenti, sarebbe infatti stato rinchiuso in una stanza da appena 8 posti allo scopo di limitarne le velleità di rivolta e – chissà – le possibilità di fuga. E invece la scelta si è rivelata un’arma a doppio taglio. I nordafricani – altro fatto incredibile – sono riusciti a raggiungere il tetto forzando la stessa, medesima grata utilizzata nella fuga di due settimane prima. Si tratta di un pertugio collocato in una sorta di atrio d’ingresso della cella vera e propria. Quella grata l’hanno forzata facendo leva tutti assieme, a turno, probabilmente anche grazie a qualche spranga nascosta con cura nella stanza. A quel punto, hanno agevolmente avuto accesso al tetto della struttura e hanno potuto portarsi in un attimo davanti all’ultima barriera, lasciandosi andare nel vuoto prima di correre a perdifiato nella notte. Fra loro anche l’immigrato che nei giorni scorsi si era cucito per protesta la bocca con ago e filo, venendo ricoverato d’urgenza al nosocomio goriziano. A differenza di altre occasioni, nessuno ha rimediato conseguenza nel volo oltre il muro di cinta. Solo l’immediato intervento della vigilanza, invece, ha scongiurato un’evasione più massiccia. «Essere riusciti a riprenderne la metà è già un ottimo risultato per come si era messa la situazione», riflette il segretario provinciale del Sap, Angelo Obit. Che pone l’accento sulle responsabilità dell’ente gestore, il consorzio Connecting People: «Non solo la scelta di rinchiudere 40 immigrati in una stanza da otto persone si è rivelata un autogol, anche perchè il tutto è avvenuto nello stesso atrio di due settimane prima – afferma – ma la decisione non era neppure stata comunicata al personale deputato alla sorveglianza esterna. Solo la prontezza delle forze dell’ordine ha limitato i danni: bloccare tutti i fuggitivi sarebbe stato fisicamente impossibile».

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