Libia, sms dall’inferno

I migranti che l’Italia respinge in alto mare verso Tripoli finiscono in un buco nero, adesso se ne accorta la magistratura italiana

”Caro Gabriele ho importanti notizie sui prigionieri somali a Gatrun: c’è stata una rivolta. La situazione è molto tesa, apprezzerei tantissimo se puoi chiamarci. Zero zero duecentodiciotto nove due sei tre quattro… Libia. Era un numero sconosciuto, ma la cosa non mi stupiva più di tanto. Non era la prima volta che mi arrivavano messaggini anonimi dalla Libia.

Da quando ero stato a Tripoli il numero del mio cellulare circolava tra gli eritrei e i somali della capitale. Entrai in una ricevitoria, comprai una scheda prepagata e chiamai. Rispose una voce sconosciuta. Un uomo. Parlava arabo. Ci capivamo a stento. Diceva che si trovava nel carcere di Gatrun. Chiesi di passarmi qualcuno che sapesse l’inglese, ma a quanto pareva nella sua cella non c’era nessuno. Disse di richiamare dopo una mezz’ora. Quando lo feci, fui stupito di sentire la voce di una donna, che oltretutto mi dava il buongiorno in italiano. Rimasi muto per qualche secondo prima di risponderle. Si chiamava Mona. Era la moglie di Abdirahman, il tipo che mi aveva risposto prima. L’italiano l’aveva imparato nel 1994 con i soldati italiani impiegati nella missione di pace Restore Hope a Mogadiscio. Erano passati 15 anni da allora, gli italiani se ne erano andati insieme a tutti i caschi blu delle Nazioni Unite, ma in Somalia la guerra non era mai finita. Prima di partire, Mona aveva lavorato con la missione di Medici senza frontiere a Mogadiscio, dove aveva fatto conoscenza con dei medici di Roma. Si ricordava ancora nomi e cognomi di tutti. Conosceva a memoria persino l’indirizzo. Mona era in quel carcere da due mesi. Si lamentava del cibo, delle guardie, della sporcizia. Era un fiume di parole. Ma un po’ per l’accento e po’ per la linea disturbata perdevo metà di quello che diceva. Una cosa però la capii bene: ”La barca degli italiani”.

Mona diceva che c’era un gruppo di somali riportati sulla barca degli italiani. Fermati in alto mare sulla rotta per Lampedusa e riportati in Libia. Erano lì in carcere con lei e Abdirahman. Abdu Wali era uno di loro. Me lo passò al telefono. ”Siamo partiti il 27 agosto, da Tripoli. Eravamo ottantuno, tutti somali. Con noi c’erano diciassette donne, sette bambini e una donna anziana”. Dopo due giorni di navigazione verso nord, il gommone aveva incontrato una motovedetta maltese. ”Ci hanno dato acqua e giubbotti di salvataggio. Gli abbiamo chiesto la direzione per Malta, non volevamo andare in Italia, l’intermediario ci aveva detto dell’accordo con la Libia e pensavamo che se fossimo arrivati a Malta non saremmo stati respinti. Allora ci hanno detto di seguirli e ci hanno accompagnato per altre cinque ore. Poi però sono arrivati gli italiani”…continua su Peace Reporter…

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: