La rottamazione dell’intelligenza

Non bisogna pensare che quello italiano sia un caso isolato, o una controtendenza. La tendenza universale della fase finale della mutazione neoliberista era stata anticipata da Michel Foucault: nelle sue parole deve portare alla formazione del modello antropologico dell’homo oeconomicus. L’espansione delle competenze cognitive sociali per affrontare la crescente complessità del mondo tecnico e sociale, fondamentale nella storia della civiltà moderna, è stata invertita, bruscamente e drammaticamente.

«Tutti devono sapere» è lo slogan di una campagna di informazione e denuncia sulla riforma Gelmini che partirà a metà del mese di maggio nelle scuole di Bologna. Tutti devono sapere che in Italia si è avviato un processo di smantellamento del sistema di produzione e trasmissione del sapere, destinato a produrre effetti devastanti sulla vita sociale dei prossimi decenni.
Taglio di otto miliardi di finanziamenti per la scuola pubblica mentre il finanziamento alle scuole private viene triplicato. Gli effetti di questo intervento sono semplicissimi da prevedere. La scuola pubblica viene messa in condizioni di agonia, ridotta a luogo di contenimento della popolazione giovanile svantaggiata, consegnata così a un destino di rapido imbarbarimento. Alle scuole private accederanno solo i figli delle classi agiate. Nel frattempo, per completare il quadro, la nuova intellettualità [nella fascia tra i venticinque e i quaranta anni] sta migrando massicciamente verso l’estero. I nuovi intellettuali italiani non sono italiani e soprattutto non vogliono esserlo. Si sta disegnando una situazione dalla quale il paese non si riprenderà né domani né dopodomani, perché la distruzione del sistema pubblico di istruzione e il soffocamento della ricerca non sono fenomeni passeggeri e non sono neppure rimediabili nell’arco di una generazione.
Come può accadere una cosa di questo genere? Per chi, come me, è abituato a ragionare nei termini marxisti dell’analisi di classe, per chi si è abituato a pensare che viviamo in una società capitalistica in cui c’è una classe – la borghesia proprietaria – che trae il suo profitto presente e quello futuro dallo sfruttamento delle energie fisiche e mentali della società, quello che sta accadendo è incomprensibile. Il capitalismo italiano sta distruggendo il suo stesso futuro, non soltanto il futuro della società. Ma forse proprio qui sta il punto che sfugge alla nostra analisi: la borghesia non esiste più, il capitalismo borghese non esiste più. La rendita finanziaria non fonda più le sue fortune sul rapporto referenziale con l’economia reale. Non vi è più alcun rapporto tra aumento della rendita e crescita del valore socialmente disponibile. Da quando la finanza si è autonomizzata dalla sua funzione referenziale, la distruzione è diventata l’affare più redditizio per il ceto post-borghese che si è impadronito delle leve del potere. Un ceto post-borghese che potremmo definire ceto criminale, dal momento che la genesi del suo potere è essenzialmente legata alla illegalità, alla violenza, alla manipolazione.

Quello italiano è senza dubbio un quadro estremo, se comparato al quadro europeo. Pur avendo umiliato il sistema educativo francese sul piano politico e culturale nel 2009, poi nel 2010 Nicholas Sarkozy ha investito una somma notevole sulla ricerca pubblica, mentre in Italia la ricerca pubblica viene avviata all’estinzione. A livello europeo stiamo assistendo a un’intensa lotta tra la borghesia capitalista, che permane dominante in gran parte del nord protestante, e la classe criminale che si sta impadronendo del potere nei paesi barocchi, anzitutto l’Italia. La crisi dell’Unione europea è anzitutto il segnale di questa guerra, il cui esito al momento non è scontato.
Ma non bisogna pensare che quello italiano sia un caso isolato, o una controtendenza. La distruzione del sistema pubblico di formazione è una tendenza universale della fase finale della mutazione neoliberista, quella che Michel Foucault ha anticipato nel seminario del 1979 [pubblicato col titolo «Naissance de la biopolitique»], quella che nelle sue parole deve portare alla formazione del modello antropologico dell’homo oeconomicus…continua su Carta.org…

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