La nuova paura di Teheran “Così il regime ci spia”

Internet e cellulari, librerie e piazze, uffici e centri commerciali: nulla sfugge ai Pasdaran di Ahmadinejad. Dopo le proteste seguite alle elezioni truffa del 2009, il controllo poliziesco sulla società civile di Teheran è diventato implacabile. La gente teme arresti e torture

TEHERAN – L’autista si affretta a sistemare le valigie nel bagagliaio del pulmino sotto una violenta grandinata, anomala per Teheran in questa stagione. “Dio ci punisce, perché non punisce solo gli oppressori ma anche chi all’oppressione non si ribella” dice al piccolo gruppo di turisti appena arrivati da Francoforte – una rarità di questi tempi in Iran, poco frequentato da visitatori occidentali. I giornali tedeschi organizzano abitualmente viaggi per i loro lettori e un quotidiano berlinese ne ha organizzato uno in Iran, dove accanto al turismo sono previsti “incontri con la società civile”. È la prima volta, da quando il governo iraniano rifiuta i visti d’ingresso alla stampa mondiale dopo le elezioni del 12 giugno 2009, che un giornalista europeo può percorrere il Paese, dove ormai salvo rare eccezioni non ci sono più nemmeno i corrispondenti occidentali.

Sono le nove di sera quando si arriva all’Hotel Mashaad. Il traffico sembra meno frenetico di come lo ricordavo, la città meno pulsante. “Forse la vita non ha ancora ripreso il suo ritmo dopo le vacanze di Noruz” dice l’autista. Ma altri parlano della depressione in cui è piombata la città dopo l’ultimo tentativo fallito della popolazione di scendere in piazza nel febbraio scorso, per l’anniversario della rivoluzione. È una dittatura che non dà nell’occhio ma che è estremamente efficace quella che Ahmadinejad ha messo in piedi in questi undici mesi. I picchiatori, gli squadristi senza divisa non affollano più le strade come quando lasciai Teheran alla fine di giugno, ma la paura – il terrore di essere osservati, ascoltati, arrestati – pesa in ogni momento. La repressione brutale mostra i suoi effetti. Ognuno a Teheran ha un conoscente, un amico, un familiare che è stato arrestato, isolato, torturato e infine, nei casi più fortunati, rilasciato con l’avvertenza: ancora un gesto, ancora una parola e torni dentro per i prossimi cinque anni.

L’Hotel Mashaad è uno dei più vecchi di Teheran, la hall ha una sua dignità vecchio stampo, mobili di legno scuro e due bellissimi vasi di Isfahan. Si trova all’incrocio della via Taleghani, di fronte all’ex ambasciata americana ormai chiusa da trent’anni. La presa degli ostaggi americani segnò una svolta nella storia della Repubblica islamica, l’inizio di un confronto con l’Occidente e di un isolamento internazionale da cui Teheran non è più uscita. E che minaccia di farsi ancora più profondo nell’imminenza di nuove sanzioni…continua il Reportage su La Repubblica…

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