Proibizionismo e censura preventiva

Da Giovanardi a Canapisa

Decenni di proibizionismo sulle droghe non hanno fermato la diffusione degli stupefacenti ed hanno prodotto solo lauti guadagni per le narcomafie e morte, carcere, licenziamenti e persecuzioni di ogni genere per decine di milioni di persone colpevoli di utilizzare sostanze proibite. La “guerra alla droga” è un mostro indifendibile che tuttavia da un lato garantisce agli apparati statali un potere di controllo enorme sulla parte meno conformista e meno docile della popolazione e dall’altra, grazie al valore aggiunto della proibizione, fa crescere giganteschi profitti che, notoriamente, non rimangono nelle grotte di Aladino dei narcos, ma alimentano il sistema finanziario e il circuito bancario globale.
In California, che rischia di diventare il primo Stato degli USA a consentire ai suoi cittadini di detenere e coltivare liberamente la marijuana, grazie al referendum previsto per novembre, hanno fatto scalpore le parole di Anna Hamilton, una dei capofila degli oppositori al progetto di legalizzazione, che ha candidamente dichiarato che “la fine del proibizionismo devasterà l’economia agricola del Nord della California (dove si concentrano gran parte delle coltivazioni illegali, ndr). Chi vive nel Nord della California sa che sono stati i guadagni del mercato nero della marjuana ad aver fatto la differenza tra noi e la bancarotta del resto della nazione”.
Di tanta sincerità, comunque, in genere nella propaganda proibizionista non ce n’è traccia. Il mantra che la disinformazione di regime recita da decenni dice piuttosto che le droghe sono proibite perché fanno male, e che le persone vengono perseguitate per il loro bene.
Nel frattempo, però, da un lato la ricerca scientifica (che, pur a bassa voce, continua sistematicamente a smentire i crociati della War On Drugs) e dall’altro, soprattutto, l’esperienza diretta delle persone (di chi usa o ha usato droghe illegali, ma anche di chi conosce qualcuno che lo fa o lo ha fatto) rendono sempre più improbabili e meno credibili le bugie messe in giro dalla macchina della disinformazione. Inoltre, la risonanza mediatica di vicende che hanno avuto al loro centro vittime del proibizionismo (basti pensare al caso di Stefano Cucchi, massacrato in caserma e in carcere per 20 grammi di fumo) fanno crescere la consapevolezza di quanto le leggi antidroga non servono a difendere le persone, ma a colpirle inutilmente e ferocemente. In questo contesto anche la più piccola critica è pericolosa. Così nell’Italietta iperproibizionista (che condivide con Cuba, Iran, Cina, Vietnam e Corea del Nord il dubbio vanto di essere uno dei pochi paesi al mondo a mettere sullo stesso piano droghe leggere e droghe pesanti) si sta passando rapidamente dalla disinformazione alla censura.

Nel silenzio generale della stampa (anche di quella più sinistra), è entrato in vigore all’inizio di aprile il “Codice di autoregolamentazione” per i programmi radiotelevisivi che trattano il tema della droga, che il Dipartimento antidroga della Presidenza del Consiglio (diretto dal bugiardissimo Carlo Giovanardi) ha inviato direttamente alle tv, alle radio e agli organismi di controllo…continua su Umanità Nova…

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