Inchiesta. Gli schiavi dei pomodori e delle mozzarelle di Bufala. Gli immigrati di Rosarno non sono soli

Andando in giro per la Campania, la Puglia, la Basilicata, si capisce presto che Rosarno non è un caso isolato. Ma è solo la punta di un iceberg. Ci si accorge che i trenta arresti di un paio di giorni fa dei caporali che sfruttavano gli immigrati servono a poco, di fronte a uno scenario raccapricciante come (e anche più) della Calabria. Affari fa un viaggio nel sud Italia, alla scoperta dei nuovi schiavi, della tratta degli esseri umani e dello sfruttamento sul lavoro con il coinvolgimento delle organizzazioni criminali.

I POMODORI IN PUGLIA E BASILICATA – Partiamo dai buonissimi pomodori della Puglia e della Lucania. Se sulle nostre tavole arrivano sughi e passate di qualità eccellente, è perché sono prodotti con il lavoro nero dei braccianti agricoli stranieri (per lo più immigrati irregolari), sottopagati e tenuti in condizioni disumane. Tutti lo sanno, soprattutto nella provincia di Foggia, ma tutti fanno finta di niente. E chi non lo sa è bene che lo sappia. Nelle roventi terre di confine tra Basilicata e Puglia la campagna del pomodoro da anni padreoneggiano i “caporali” con il loro sfruttamento.

La Puglia, d’altra parte, ha da poco tempo perso il primato della produzione di pomodori, che è passato all’Emilia Romagna, ma ne ha recentemente acquisito un altro: è in Puglia infatti che è nato il più grande stabilimento del mondo per la lavorazione del pomodoro. Questo permette di risparmiare sui costi di trasporto, perché ora i pomodori raccolti nel foggiano vengono lavorati direttamente in loco. Ma nel passaggio dai campi alla salsa o ai pelati, nessuno sembra essere obbligato a chiedersi se il cosiddetto “oro rosso” venga raccolto nel rispetto delle leggi che tutelano il lavoro dei braccianti.

LE IMMAGINI

5 EURO PER UN GIORNO DI LAVORO – Nove immigrati su dieci lavorano in nero. L’orario di lavoro parte alle 4.30 del mattino per una media di otto/dieci ore nei campi. Il salario orario lordo è compreso dai 3 ai 5 euro (da cui però va sottratta una quota – anche consistente – che il caporale, il luogotenente del padrone schiavista, tiene per sé). Ci si ammala per via delle durissime condizioni di vita e lavoro cui si è costretti  (le patologie riscontrate sono principalmente osteomuscolari, a queste si aggiungono malattie dermatologiche, respiratorie e gastroenteriche). Il 71% è sprovvisto di tessera sanitaria (secondo un recente rapporto di Medici senza frontiere). Si tratta in maggioranza di uomini giovani provenienti da paesi dell’Africa sub-sahariana, del Maghreb o dell’Est Europa, e il 90% non ha alcun contratto di lavoro, mentre il 65% degli immigrati vive in strutture abbandonate, che il 62% non dispone di servizi igienici nel luogo in cui vive, che il 64% non ha accesso all’acqua corrente e deve percorrere distanze considerevoli per raggiungere il punto d’acqua più vicino.…continua su Affari Italiani…

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