Archivio per maggio, 2010

Cavie umane

Posted in Uncategorized on 31/05/2010 by gattoselvaggio

Tratto dal libro: “Cavie umane nel Nuovo Millennio”, ed. Medea

Più della metà dei farmaci approvati presentano gravi reazioni avverse non scoperte nelle fasi di sviluppo e ricerca precedenti alla commercializzazione (1).
I soli Stati Uniti registrano più di due milioni di casi di gravi reazioni avverse ogni anno con più di centomila casi di morte (2).
Questi dati non vengono quasi mai diffusi dai media che, di solito, si concentrano esclusivamente sugli scandali del singolo farmaco, che viene ritirato dal mercato, oppure sulla spregiudicatezza delle sperimentazioni nel terzo mondo.
Si tratta di dati che si prestano ad una doppia lettura: da una parte vi è chi sostiene l’abolizione di pratiche altamente insicure e con potenziali devastanti, dall’altra vi sono i sostenitori della ricerca farmacologica, per i quali i danni collaterali sono inevitabili sacrifici sull’altare della scienza.

Quel che conta, però, è che in entrambi i casi stiamo parlando, di farmaci che avevano passato tutti i test di sicurezza previsti dalle legislazioni nazionali e internazionali.
Più di centomila casi di morte nei soli Stati Uniti a causa di quei farmaci considerati abbastanza sicuri da essere commercializzati.

Ebbene: si consideri che nel mio lavoro vengo a contatto molto spesso con farmaci così devastanti da non ricevere neanche l’autorizzazione al commercio.
E scordatevi la sperimentazione animale come metodica di valutazione della sicurezza di un nuovo farmaco: non funziona e, in seguito, capirete il perché.
Le vere cavie sono uomini e donne talmente disperati da prestarsi alle sperimentazioni.
Questi uomini e donne si affidano a me, o a persone come me, per essere sottoposti a esperimento.
In alcuni casi si tratta di persone sane che, in cambio di soldi, assumono, le nuove molecole sviluppate in laboratorio affinché ne sia valutata l’efficacia o la pericolosità; in altri casi si tratta di persone già malate che si offrono gratuitamente per alimentare una speranza.

Dopo una prima fase di prove su animali, che non fornisce dati utili ma che è necessaria esclusivamente ad ottenere le autorizzazioni per procedere alle sperimentazioni successive, iniziano, per un obbligo di legge, le sperimentazioni umane.

Il vero scandalo non sono i morti da farmaci in commercio che, rispetto a qualche decennio fa, sono molto minori. Non sono i farmaci che vengono ritirati dal mercato perché più dannosi che benefici. Non sono i singoli casi di reazioni allergiche.
Il vero scandalo sono le sperimentazioni prima della messa in commercio.
Il vero scandalo sono le prove su uomini e donne di molecole nuove di cui non si sa praticamente nulla; sono le false speranze che si danno ai malati che si offrono come cavia; sono gli uomini tranquillizzati da inutili dati su animali.

E sono le leggi che permettono tutto questo. Le legislazioni che regolamentano la sperimentazione sull’uomo sono sostanzialmente simili per l’Unione Europea, da cui derivano poi le singole leggi nazionali, e per gli Stati Uniti. In Svizzera, patria di molte multinazionali del farmaco, la legge attuale sostanzialmente trascura la tutela delle cavie umane, tanto che è al vaglio un nuovo progetto di legge sulla ricerca sull’essere umano.
(…)

Le Investigator’s Brochure
Al cambio attuale si parla di circa 700 euro = 1043 dollari = 1200 franchi svizzeri.
Tanto vale la vita di una cavia umana.
Un cane beagle (razza canina utilizzata nei laboratori) costa circa 300 euro.

Ormai ogni volta che mi arriva in mano una nuova Investigator’s Brochure mi vengono i sudori freddi.
Le Investigator’s Brochure sono tra le cose più segrete che possano esistere.
Sono dei dossier delle industrie del farmaco che raccolgono TUTTE le informazioni su una nuova molecola non ancora in commercio, le proprietà chimico-fisiche e farmaceutiche, gli studi eseguiti con i primi metodi di screening in vitro, i risultati delle sperimentazioni sugli animali, i risultati delle sperimentazioni sull’uomo, gli effetti collaterali, la validità presunta o verificata del trattamento terapeutico, ecc.

Allegato alla Investigator’s Brochure c’è un contratto della stessa società che garantisce la copertura economica della sperimentazione sull’uomo.
In altre parole, la società che paga il tutto, nella Investigator’s Brochure, è definita “Sponsor”.
Ad esempio, un contratto tipico di una importante società che chiede di trovare e sperimentare su almeno 400-450 cavie già malate che si offrono gratis, offre in cambio circa 300 mila euro divisi tra versamenti subito, dopo l’arruolamento di un determinato numero di cavie e alla fine dello studio.
Quindi, in totale, più di 650 euro a cavia.

Le Investigator’s Brochure variano nel tempo all’aumentare delle informazioni.
Ad esempio una Brochure Versione 1 di una nuova molecola in prova è una documentazione di vari risultati, ottenuti principalmente su animali, e con nessuna informazione per l’uorno. Quindi è la più pericolosa perché qui le cavie umane dovranno testare una molecola di cui praticamente non si sa nulla rispetto alle reazione dell’organismo umano. E’ il massimo rischio possibile.
(…)

La prima Brochure di cui vi svelo il contenuto è una Versione 1, cioè una di quelle che ci arrivano per testate per la prima volta su un uomo una molecola nuova.
Sono poche pagine in quanto non esistono risultati validi da considerate.
Le prove su animali indicano che esistono reazioni avverse leggere e/o moderatamente gravi sia nei ratti che nelle scimmie soprattutto nei polmoni e nel fegato.
Già a pagina 2 dell’introduzione viene però specificato il nostro compito: cercare la Maximum Tolerate Dose (MTD), la dose massima tollerata (3).
In parole comprensibili anche ai non addetti ai lavori, quello che dovremo fare è:

1) trovare e convincere cavie umane a testare su di sé sostanze di cui non si sa praticamente nulla;

2) iniziare a sperimentare su di loro, aumentando la dose finché non si trova quella che uccide o fa rischiare la vita.

Prima ancora di addentrarci in studi specifici, dobbiamo capire fino a quanto possiamo “spingere” con le dosi, fino a quanto possiamo infierire. E per farlo non c ‘è altro, modo se non quello di aumentare le dosi fino ad arrivare al punto in cui si manifestano significativi o devastanti effetti collaterali utili per le nostre annotazioni statistiche.

Informazioni: nessuna.
Rischio: massimo.

Attenzione, il rischio non è massimo solo perché non esistono informazioni utili; il rischio è massimo perché, andando quasi alla cieca, dobbiamo continuamente aumentare le dosi dell’esperimento fino a trovare la massima dose tollerata.
Se un primo esperimento non dà grossi effetti né positivi né negativi, dobbiamo rifarlo aumentando le dosi e cercare di “trovare” il limite.

Note
1)      Moore T.J., Psaty B.M. & Furberg C.D. Time to act on drug safety. JAMA, 279: 1571-1573, 1998.
2)      Lazarou J, Pomeranz B.H., Corey PN. Incidence of adverse drug reactions in hospitalized patients. A meta-analysis ofprospective studies. JAMA, 279:1200-1205, 1998.
3)      The anticipated first-in-patient study will be a … parallel-arm escalation study designed to access safety and tolerability, and to determine wheter the maximum tolerated dose (MTD) of… is reached …

http://www.disinformazione.it

Israele attacca flottiglia di navi Ong diretta a Gaza, almeno 19 morti e 30 feriti

Posted in Uncategorized on 31/05/2010 by gattoselvaggio

Le imbarcazioni volevano forzare il blocco nella zona: assalto per impossessarsi dei natanti finito nel sangue

Assalto israeliano contro una flottiglia di navi appartenenti ad organizzazioni non governative in rotta verso Gaza nel tentativo di forzare il blocco imposto da Tel Aviv nella zona. Secondo alcuni canali televisivi israeliani e fonti dello stesso esercito israeliano almeno 19 attivisti filo-palestinesi che erano a bordo sono morti, mentre diversi altri, almeno una trentina, sarebbero rimasti feriti. Secondo i media israeliani le forze armate di Tel Aviv avrebbero cercato di impossessarsi delle navi, ma l’assalto è finito nel sangue.

L’ASSALTO – Poco prima delle immagini mostrate dalla tv israeliana, il canale televisivo del movimento islamico Hamas aveva parlato di diversi feriti e aveva mostrato le immagini di membri di un commando scesi da un elicottero e di persone sdraiate sul ponte della nave. Una portavoce di Free Gaza Movement, una delle organizzazioni che ha organizzato il convoglio umanitario, ha detto che almeno due persone a bordo della nave turca sono state uccise, e una trentina ferite. Il pronto soccorso israeliano, Zaka, ha riferito che sette persone sono state ricoverate in un ospedale ad Haifa, la principale base navale israeliana, e una è in serie condizioni. Secondo l’esercito israeliano i militari di Tel Aviv sarebbero stati oggetto di un attacco da parte di armi da fuoco dalle persone presenti sulle navi. «Durante l’intercettazione – sottolinea un comunicato militare israeliano – i dimostranti a bordo hanno attaccato il personale navale dell’Idf con armi da fuoco e armi leggere, incluso coltelli e bastoni. Inoltre una delle armi usate era stata strappata a un soldato dell’Idf. I dimostranti avevano chiaramente preparato le proprie armi in anticipo per questo specifico scopo. Come risultato di questa attività violenta e pericolosa per la vita le forze navali hanno usato strumenti antisommossa, incluso armi da fuoco». Negli scontri secondo l’esercito israeliano più di 10 attivisti sarebbero morti, mentre almeno 4 militari sarebbero rimasti feriti.

FARNESINA – La Farnesina sta verificando se, nell’assalto israeliano siano stati coinvolti anche gli italiani che erano sul convoglio di navi. Lo si apprende da fonti diplomatiche che hanno sottolineato che l’ambasciata e il consolato italiani sono in stretto contatto con le autorità israeliane.

CHI C’ERA A BORDO – Le navi di Freedom Flotilla portavano più di 700 passeggeri di 40 nazionalità diverse (tra cui almeno 5 italiani) e volevano consegnare 10mila tonnellate di aiuti umanitari, tra cui cemento, medicine, generi alimentari, e altri beni fondamentali per la popolazione di Gaza. A bordo anche case prefabbricate, 500 sedie a rotelle elettriche e cinque parlamentari (di Irlanda, Italia, Svezia, Norvegia e Bulgaria) oltre a esponenti di ong, associazioni e semplici cittadini filo-palestinesi intenzionati a forzare il blocco di aiuti umanitari a Gaza. L’obiettivo della spedizione, salpata giovedì dalla Turchia, era rompere l’assedio a Gaza e introdurre materiale. Le autorità israeliane avevano minacciato di utilizzare la forza se i militanti avessero tentato di avvicinarsi alle coste della Striscia di Gaza.

PROTESTE IN TURCHIA – Alcune delle navi attaccate battevano bandiera turca. L’attacco israeliano ha così generato una protesta ad Istanbul dove manifestanti hanno lanciato pietre contro il consolato tentando di fare irruzione. Situazione critica anche ad Ankara, dove, oltre all’ambasciata, una folla inferocita si è piazzata anche davanti all’abitazione privata dell’ambasciatore di Tel Aviv ad Ankara Gabby Levy. Israele avrebbe quindi chiesto ai suoi concittadini di lasciare immediatamente la Turchia. Lo riferisce la tv panaraba al-Arabiya.

RAMMARICO DEL GOVERNO – Un ministro israeliano ha espresso il proprio «rammarico per tutte le vittime» dell’assalto della marina alla flotta di attivisti pro-palestinesi diretti a Gaza.

TENSIONE IN ISRAELE – Intanto la polizia israeliana ha elevato lo stato di allerta nelle zona del Wadi Ara (60 chilometri a nord di Tel Aviv), dopo che nella città di Um el-Fahem si era sparsa la voce – finora non confermata – che nell’attacco della marina israeliana alla flotta di attivisti filo-palestinesi diretti a Gaza sia stato ferito dai militari lo sceicco Raed Sallah, leader del Movimento islamico nel Nord di Israele, che vive a Um el-Fahem. La radio militare aggiunge che i vertici della polizia israeliana hanno condotto stamane una seduta di emergenza e che continuano a seguire da vicino l’evolversi della situazione nella popolazione araba.

GRECIA – Il ministero degli Esteri greco ha attivato l’Unità di crisi. Della flottiglia per Gaza, facevano parte due unità battenti bandiera ellenica, il cargo «Libertà del Mediterraneo» e la passeggeri «Sfendoni», a bordo delle quali si trovavano cittadini greci e palestinesi. Atene ha indicato di non avere finora notizie ufficiali su quanto accaduto e sulla sorte dei propri concittadini. Secondo attivisti greci a bordo delle unità, citati dalla radio Skai, gli israeliani avrebbero dato l’arrembaggio con elicotteri e gommoni ed avrebbero fatto uso di «proiettili veri».

“Noti i problemi al pozzo Bp nascose il dossier segreto”

Posted in Uncategorized on 31/05/2010 by gattoselvaggio

Un rapporto degli ingegneri della società aveva messo in dubbio la sicurezza della piattaforma esplosa. Notati già un anno fa i difetti al rivestimento del tubo e alla valvola per prevenire fughe di gas

WASHINGTON – Da alcuni documenti interni alla BP risultano inequivocabili gravi problemi e molte preoccupazioni legate alla sicurezza della piattaforma di trivellazione Deepwater Horizon molto prima di quanto la società petrolifera stessa abbia riferito al Congresso la settimana scorsa.

I problemi interessavano il rivestimento della tubazione del pozzo e la valvola ausiliaria anti-esplosione, elementi rivelatisi ad alta criticità nella spirale di eventi che ha portato al disastro della piattaforma. Dai documenti risulta infatti che già a marzo, dopo varie settimane di problemi sulla piattaforma, BP era alle prese con grosse difficoltà e nello specifico con una perdita di “controllo del pozzo”. Ben undici mesi prima, per di più, già aveva coltivato preoccupazioni in merito al rivestimento del pozzo e alla valvola ausiliaria anti-esplosione.

Il 22 giugno 2009, per esempio, gli ingegneri della BP avevano espresso il timore che il rivestimento di metallo che la società intendeva adoperare avrebbe potuto cedere per l’alta pressione. In un rapporto interno all’azienda, Mark E. Hafle, ingegnere petrolifero della BP, aveva scritto: “Sicuramente questo sarebbe lo scenario peggiore, tuttavia avendolo visto con i miei occhi, so che cose del genere possono accadere”.

Sebbene il suo rapporto indichi che l’azienda fosse consapevole di alcuni rischi e di aver fatto un’eccezione alla regola, quando venerdì scorso ha testimoniato in Louisiana in relazione alle cause del disastro della piattaforma, Hafle ha ricusato l’idea che l’azienda avesse deciso di correre dei rischi e davanti a un gruppo di sei esperti ha affermato: “Nessuno pensava che ci fosse un problema di sicurezza. Si erano presi in considerazione e risolti tutti i rischi possibili e tutti i motivi di preoccupazione e si era arrivati a un modello operativo che lasciava intuire che, se gestito correttamente, ci avrebbe consentito di lavorare con successo”.

Le preoccupazioni di BP non si dissolsero dopo il rapporto di Hafle risalente al 2009. Ad aprile di quest’anno, gli ingegneri dell’azienda petrolifera sono giunti alla conclusione che il rivestimento “sarebbe stato verosimilmente inefficace come sigillante”, stando al documento, con riferimento al fatto che la tubazione doveva essere rivestita per evitare che dal pozzo fuoriuscissero dei gas.

Martedì scorso il Congresso ha reso noto un memorandum con gli accertamenti preliminari delle prime indagini interne effettuate dalla BP, che indicano che immediatamente prima dell’esplosione del 20 aprile c’erano stati alcuni inequivocabili segnali d’allarme, comprese alcuni rilevamenti delle apparecchiature dalle quali risultava che il gas all’interno del pozzo era in ebollizione, indice probabile di un’esplosione imminente. Un corteo di testimoni si è avvicendato la settimana scorsa alle udienze, riferendo di decisioni sbagliate e scorciatoie prese nei giorni e nelle ore immediatamente precedenti all’esplosione della piattaforma, ma i documenti interni della BP forniscono un quadro molto chiaro di quando l’azienda e le autorità federali hanno visto palesarsi i primi problemi.

Oltre al rivestimento del pozzo, gli inquirenti stanno concentrando la loro attenzione anche sulla valvola anti-esplosione, un dispositivo ausiliario di sicurezza che avrebbe dovuto essere inserito attraverso una conduttura di trivellazione, nel tentativo in extremis di chiudere il pozzo quando è avvenuto il disastro. La valvola anti-esplosione non ha funzionato, motivo per il quale il greggio ha continuato a fuoriuscire e a riversarsi nelle acque del Golfo del Messico, anche se le ragioni del suo mancato funzionamento restano poco chiare.  I documenti, in ogni caso, dimostrano che a marzo, dopo alcuni problemi riscontrati sulla piattaforma, i vertici di BP avevano informato gli enti federali preposti ai controlli che stavano incontrando difficoltà e andavano incontro a una “perdita di controllo” del pozzo.

“La cosa più importante in momenti del genere è fermare tutto, e mettere sotto controllo le operazioni” ha detto un esperto. Egli ha anche aggiunto di essersi molto stupito per il fatto che la compagnia petrolifera non abbia fatto un’analisi per valutare se le operazioni di estrazione del greggio dovessero continuare, una volta riportato il pozzo sotto controllo.

Armi, l’export che ignora la crisi Nell’ultimo biennio aumento del 74%

Posted in Uncategorized on 31/05/2010 by gattoselvaggio

C’è un export che non conosce crisi, quello delle armi. Tra il 2008 e il 2009, quando tutti i settori produttivi, senza eccezioni, ripiegavano su percentuali negative (dalle quali stentano a riprendersi) l’esportazione italiana di armamenti ha raggiunto un picco del +74 per cento. Il dato emerge dal rapporto “Finanza e armamenti: le connessioni di un mercato globale”, presentato stamane a “Terra Futura”, a Firenze, dall’Ires Toscana.

GUARDA IL GRAFICO SULL’EXPORT DI ARMI TRA IL 2000 E IL 2009

“E’ perché si tratta di un trend legato al terrorismo internazionale, sganciato quindi dalla crisi. I committenti sono Paesi che si trovano in aree critiche, che si sentono minacciati. Infatti negli ultimi due anni ci sono state grosse commesse alle imprese italiane da parte di Arabia Saudita, Turchia, Iraq e Libia”, spiega uno degli autori della ricerca, Giorgio Beretta, caporedattore di Unimondo.

Nell’ultimo decennio, attesta il rapporto, sono state autorizzate agli istituti di credito italiani operazioni relative a esportazioni di armamenti italiani per un valore di 15,5 miliardi di euro. Per l’esportazione, le imprese italiane si appoggiano in molti casi alle banche italiane. Nel solo 2009 gli istituti di credito del nostro Paese si sono ripartiti operazioni di incasso da vendite dell’industria italiana di prodotti per la “sicurezza e difesa” pari a 3,79 miliardi di euro, su un totale di commesse autorizzate alle aziende pari a 4,9 miliardi che, con una crescita del 61% rispetto al 2008, rappresentano il record ventennale dell’esportazione del settore.

“Più del 55% delle operazioni relative alle esportazioni – spiegano Beretta e Chiara Bonaiuti, l’altra autrice del rapporto – sono ripartite in maniera abbastamza uniforme fra tre gruppi bancari: il gruppo BNL-BNP Paribas, che ha assunto operazioni per oltre 3,3 miliardi di euro (cioè il 21,5% del totale); il gruppo Capitalia-Unicredit che – soprattutto per le operazioni autorizzate alla Banca di Roma – ne ha assunte per oltre 2,65 miliardi di euro, cioè il 17,2%, e infine il gruppo Intesa-SanPaolo, che ne ha svolte per oltre 2,62 miliardi di euro (16,91%)”.

Tuttavia, spiega Beretta, “negli ultimi tre anni Intesa-SanPaolo e Unicredit hanno limitato e contenuto le loro operazioni, soprattutto Intesa, mentre BNL-BNP ha comunque una policy piuttosto rigorosa, restringe le operazioni a Paesi Nato e dell’Unione Europea”. Dunque ultimamente sono altre le banche che si contendono le operazioni di appoggio all’esportazione delle imprese italiane. Quali, e in che misura, dice Beretta, è però complicato sapere dal momento che “da tre anni a questa parte è sparito “l’elenco di dettaglio degli istituti di credito” che dal 1990 veniva pubblicato a cura delle presidenza del Consiglio. E quindi i ricercatori devono accontentarsi dei dati sulle operazioni autorizzate e delle autocertificazioni delle banche.

Altro campo d’indagine del rapporto è quello dei fondi comuni d’investimento venduti ai risparmiatori dalle banche: il 70% contiene azioni di aziende a produzione militare. L’unica società d’intermediazione italiana che non ha alcun coinvolgimento in materia è Etica Sgr (Banca Etica). Al primo posto, emerge dal rapporto, si colloca Unicredit (478 milioni di euro investiti in aziende produttrici di armi), seguono Mediolanum (207 milioni di euro), Intesa SanPaolo (189 milioni di euro).

“I fondi più esposti sono quelli tematici con focus geografico o tecnologico – spiega Chiara Bonaiuti – ad esempio il cliente che abbia acquistato il fondo Pioneer SF US Equità Market Plus, ha investito in 13 delle prime 100 aziende a produzione militare, tra le quali Boeing, Lookheed Martin, General Dynamics, Textron, Rayteon, United Technologies, due delle quali producono armi nucleari e tre munizioni cluster. Altro fondo esposto è l’Eurizon Easy Fund di Equity Industrial”.

Se la stragrande maggioranza dei fondi comuni d’investimento contiene partecipazioni in aziende che producono armi, qualche investimento di questo tipo è stato rilevato dai ricercatori anche nell’ambito dei fondi pensione. “Si tratta di investimenti marginali rispetto a quelli dei grandi fondi pensione americani, ma sempre significativi da un punto di vista qualitativo”, dice Franco Bortolotti, coordinatore scientifico di Ires Toscana.

Ecoprofughi, è allarme

Posted in Uncategorized on 31/05/2010 by gattoselvaggio

A oggi le persone costrette ad abbandonare la propria nazione per i cambiamenti climatici sono state 50 milioni. Nel 2050 potrebbero arrivare a 250 milioni. A svelarlo l’ultimo rapporto di Legambiente.

Nel 2050 ci saranno 250milioni di ecoprofughi. Dove li mettiamo? Per il momento Europa e Stati Uniti fanno orecchie da mercante, l’argomento è tabù mentre in sede Onu gli Stati membri si guardano bene dal trovare una definizione giuridica che estenda il diritto di asilo a chi abbandona il proprio Paese a causa del global warming. La questione è ormai all’ordine del giorno, a chiedere maggiori tutele sono le nazioni che vivono sul cosiddetto fronte dei cambiamenti climatici. Un esempio per tutti il Bangladesh, uno degli stati più colpiti dalle inondazioni al mondo.

A oggi gli le persone costrette ad abbandonare la propria nazione per calamità naturali, o progressiva desertificazione, sono 50 milioni, ma secondo le stime dell’Alto commissariato per i rifugiati (Unhcr) delle Nazioni unite nel 2050 potrebbero arrivare a 250 milioni. A riaccendere i riflettori sul tema è il rapporto di Legambiente sugli ecoprofughi presentato ieri a Firenze nell’ambito della manifestazione annuale Terra Futura. Il dossier, poi, lancia un allarme anche sullo stato avanzato di desertificazione del nostro Paese.

Negli ultimi 20 anni, infatti, in Italia si è triplicato l’inaridimento del suolo, l’associazione ambientalista stima che il 27 per cento del territorio nazionale rischia di trasformarsi in deserto. Ad essere interessate sono soprattutto le regioni meridionali, dove l’avanzata del fenomeno rappresenta già da un decennio un’emergenza ambientale. La Puglia è la regione più esposta seguita da Basilicata, Sicilia e Sardegna senza dimenticare le piccole isole. Certo è che quando un lampedusano migrerà un giorno a Roma non rischierà certo di essere respinto.

Chi invece oggi raggiunge le nostre coste fuggendo da Paesi dell’Africa australe, dove l’accesso al cibo è ridotto drasticamente dalle condizioni climatiche, si vede rimandato indietro. «Se non viene riconosciuto lo staus di rifugiati agli ecoprofughi – spiega Maurizio Gubbiotti, coordinatore della segreteria nazionale di Legambiente- non possono godere della protezione accordata a profughi e richiedenti asilo. Senza il riconoscimento non possono usufruire dei fondi destinati ai rifugiati».

Lo studio esclude dai suoi numeri, ottenuti principalmente da dati Fao e Unhcr, le vittime di altre catastrofi naturali, come i terremoti, che non sono direttamente collegate ai cambiamenti climatici. Ma da cosa fuggono allora gli ecoprofughi? «Nello Stato sudamericano della Guyana ad esempio – continua  Gubbiotti – ci sono  almeno 600mila profughi ambientali colpiti dal degrado del territorio e dalle inondazioni. La Namibia, poi, quest’anno ha avuto 4 mesi di piogge torrenziali che hanno provocato la distruzione di oltre il 70 per cento dei raccolti, oltre 350mila persone si sono già dirette altrove, principalmente verso l’Egitto.

Le migrazioni spesso creano situazioni di conflittualità. «L’India ha già lamentato di avere oltre 5 milioni di bengalesi entrati irregolarmente». Anche per questo il dossier sottolinea come ormai non siano più le guerre a creare i maggiori flussi migratori, bensì i cambiamenti climatici, senza escludere però che quest’ultimi possano generare nuovi conflitti.

Italia, carceri nel mirino

Posted in Uncategorized on 29/05/2010 by gattoselvaggio
Nei giorni scorsi sono scesi in piazza anche gli agenti penitenziari del Sappe, il Sindacato autonomo di Polizia Penitenziaria, che hanno manifestato davanti a Montecitorio “per richiamare l’attenzione del mondo politico sulle criticità penitenziarie”
Suicidi, tentativi di rivolte e scioperi dei detenuti costituiscono ormai la quotidianità delle carceri italiane. Tutti problemi riconducibili a un’unica grande questione irrisolta: il sovraffollamento. Carcerati, associazioni di settore e agenti penitenziari hanno lanciato l’allarme diversi anni fa, ma questo non sembra scalfire la maggioranza di governo, occupata nella stesura della nuova Finanziaria. La crisi, come spesso accade, colpisce i più deboli che cadono nel dimenticatoio. Nonostante il ministro della Giustizia Alfano abbia dichiarato lo stato d’emergenza per far fronte all’aggravarsi della situazione carceraria, l’approvazione del Piano carceri sembra essere stata cancellata dall’agenda delle priorità governative.Nei giorni scorsi sono scesi in piazza gli agenti penitenziari del Sappe, il Sindacato autonomo di Polizia Penitenziaria, che hanno manifestato davanti a Montecitorio “per richiamare l’attenzione del mondo politico sulle criticità penitenziarie”. Al sit in hanno partecipato soprattutto agenti provenienti dalla Campania e dal Lazio, due delle regioni maggiormente colpite dal problema del sovraffollamento. Stando ai dati forniti dal Dap, il Dipartimento di amministrazione penitenziaria, al 31 dicembre 2009 a fronte di una capienza regolamentare di 5.311 detenuti, nelle 17 carceri campane erano presenti 7.594 prigionieri. Nei 14 istituti penitenziari del Lazio, invece, si trovavano 5.891 detenuti, a fronte di una capienza regolamentare di 4.619. Numeri al ribasso che non tengono conto dei nuovi ingressi del 2010. “Chiediamo al governo risposte concrete – ha detto Donato Capece, segretario generale del Sappe -. Allo stato attuale il ‘famoso’ Piano carceri non esiste: fino a quando non entrerà in vigore, resterà un’entità astratta. Noi agenti non possiamo più sostenere questa situazione drammatica. I detenuti superano le 68 mila unità e noi agenti abbiamo un sotto organico di 6.500 unità. Se il Piano carceri venisse approvato, verranno assunti 1.500 carabinieri e altrettanti poliziotti per controllare i detenuti che, usufruendo delle nuove misure cautelari, usciranno dal carcere. Saranno all’incirca tremila i carcerati che avranno accesso alle misure, quindi il rapporto sarebbe di un agente per detenuto ai domiciliari. Troppo. Vorremmo che questi agenti entrassero in servizio nei penitenziari, perché abbiamo bisogno di aiuto all’interno. La tensione e il nervosismo sono alle stelle e ogni giorno si rischia di esplodere, come dimostra la crescita dei suicidi tanto dei detenuti che degli agenti”.

Al centro delle critiche anche la decisione del ministro Alfano di dare il via libera alla costruzione di nuovi istituti penitenziari. Una decisione che richiede molto tempo, troppo, rispetto a quello che l’emergenza della situazione carceraria impone nell’immediato. “Ci vogliono 5 o 6 anni per costruire ex novo un carcere – continua Donato Capece – e nel frattempo i detenuti aumentano. Quando era ministro della Giustizia Mastella si era scelto di ampliare alcuni padiglioni. La gara d’appalto, che ammontava a 64,5 milioni di euro, prevedeva per la costruzione di ciascun fabbricato 600 giorni. Abbiamo già superato i mille. I luoghi scelti per l’ampliamento sono: Avellino, 200 posti, base d’asta otto milioni e 500mila euro, aggiudicato alla Igit Spa di Bruno Ciolfi, socio di Diego Anemone, l’imprenditore coinvolto negli ultimi scandali edilizi. Stesse cifre per Velletri, aggiudicato alla Gestecos Srl e per Cuneo, dove a imporsi è stata l’Eleca Spa. Trecento posti e 13 milioni di base d’asta per i padiglioni di Catanzaro, dove la gara d’appalto è stata vinta dalla Frasa Srl, di Santa Maria Capua Vetere, dove ha trionfato ancora la Igit Spa, e quello di Palermo, aggiudicata alla Gestecos Srl. Questo giro di affari spiega perché non sono nemmeno stati presi in considerazione i moduli prefabbricati che costano tre volte meno e, non essendo in cemento, sarebbero pronti molto prima”.

Quattro morti sul lavoro solo oggi e altri cinque negli ultimi tre giorni

Posted in Uncategorized on 28/05/2010 by gattoselvaggio

Una media quotidiana di 3,1 decessi, ma c’è un’inversione di tendenza

ROMA – Con quattro persone morte sul lavoro, oggi è un’altra giornata da annoverare fra quelle che mantengono stabile la media delle cosiddette “morti bianche”, che è di 3,1 al giorno. Le sciagure sono avvenute in diverse città, e si vanno ad aggiungere ad altri cinque decessi avvenuti da tre giorni a questa parte. Nel 2008 ci furono 1120 vittime, una media di 3,1 al giorno. Nel 2009 e nei primi 5 mesi di quest’anno, l’Inail sta registrando un calo degli infortuni e dei decessi. Ecco dunque, qui di seguito, le sciagure di oggi.

Su Gologone, Sardegna. Paolo Costa, medico di 60 anni si era immerso per fare delle riprese che sarebbero servite per un servizio da mandare in onda durante la popolare trasmissione pomeridiana di Rai3 “Geo & Geo”. Il subacqueo, originario di Iglesias, che lavorava come freelance, si era tuffato nei pressi della sorgente carsica di Su Gologone, nel comune di Oliena (Nuoro).

L’immersione è avvenuta fino a 107 metri di profondità, dove – stando ad una prima ricostruzione – Costa avrebbe avuto un malore durante la risalita, ma sarebbe stato sostenuto da una sua compagna di immersione durante l’indispensabile fase di decompressione.

Secondo il primo esame dei medici del 118, la morte sarebbe stata provocata da un infarto. Per la donna, che nel tentativo di aiutare il collega ha abbreviato i propri tempi di decompressione, è stata allertata la camera iperbarica dell’ospedale di La Maddalena.

Giovane folgorato a Teramo. Si chiamava Andrea Karem, aveva 22 anni ed abitava a Faraone di Sant’Egidio alla Vibrata, in provincia di Teramo ed era d’origine romena. E’ morto folgorato – stando ad alcune testimonianze – mentre il suo futuro suocero armeggiava con una saldatrice mentre lui reggeva un palo di ferro, che ha fatto da conduttore di una scarica elettrica da 200 volts, che lo ha fulminato all’istante. Oltre alla presa elettrica non a norma, pare che la saldatrice non fosse dotata dello scarico a terra. Andrea Kasem, era nato a Teramo e risiedeva nella vicina Villa Lempa di Civitella del Tronto

Inutili sono risultati tutti i tentativi di rianimarlo, da parte dell’equipaggio di un’ambulanza del 118. La saldatrice e il contatore elettrico sono stati posti sotto sequestro, mentre non si sa ancora se la Procura disporrà l’autopsia sul corpo del ventiduenne, che resta a disposizione nel reparto di anatomia patologica dell’ospedale di Sant’Omero.

Cuneo. E’ accaduto stamattina a Festiona, lungo la statale per il Colle della Maddalena, poco prima di Demonte, nella cava di via 1° Maggio. La vittima si chiamava Gianluigi Laugero, di 53 anni di Perdioni, frazione di Demonte. Secondo le prime verifiche dei carabinieri, l’uomo sarebbe stato travolto da un camion che stava facendo manovra, restando ucciso sul colpo. Il collega che era alla guida del mezzo pesante non si sarebbe infatti accorto che dietro il camion stava passando l’operaio. Immediato l’intervento del 118, dei carabinieri e dei vigili del fuoco, che con una autogrù hanno sollevato il mezzo pesante, nel vano tentativo di soccorrere l’uomo.

Udine. Un giovane operaio, Rudi De Infanti, 24 anni, è morto in un bosco a Ravascletto (Udine) dopo essere stato colpito da un tronco precipitato da una teleferica. Il giovane stava caricando alcuni tronchi d’abete sulla teleferica a verricello quando – per cause ancora non chiare – uno di essi si è sfilato dal carico colpendolo in pieno. Il corpo di De Infanti è stato notato da un passante che ha avvertito il 118, ma gli operatori sanitari non hanno potuto far altro che constatarne il decesso.
La vittima era il figlio di uno dei titolari della segheria “De Infanti” di Ravascletto. Il tronco di abete che lo ha ucciso pesava circa 10 quintali, e doveva essere trasportato verso la strada a monte di un pendio scosceso, dove altri due operai della ditta lo avevano da poco segato.

I Carabinieri di Comeglians (Udine) stanno compiendo accertamenti per chiarire le cause dell’improvvisa caduta del tronco. Secondo le prime ipotesi potrebbe essersi staccato dal verricello che lo sosteneva, perchè vi era stato agganciato male, per uno sfilacciamento del cavo o per un’eccessiva velocità della manovra.

Altre 5 vittime in tre giorni . Negli ultimi due giorni, altre cinque persone sono state vittime di incidenti mortali mentre lavoravano. E’ accaduto a Siracusa, Carrara, Mantova, Padova e Pavia.