«Puttano domani vieni a lavorare». «Prima pagare». «Ah si? Allora vai a fare…»

Si cominciava a lavorare con le prime luci dell’alba e si finiva col buio…». Le paghe venivano date «da chi ci chiamava, non dagli italiani». A volte però «ci contavano meno cassette di quelle raccolte per pagarci meno». E se qualcuno si faceva male, magari cascando da un albero, «il rischio era di non lavorare più». Voci da Rosarno. Voci di schiavi che si sono ribellati e poi liberati. Quasi tutti ventenni ma qualcuno ha anche più di 40 anni; sono arrivati in Italia dalle terre a sud del deserto del Sahara dopo viaggi massacranti, sopravvivere è già stata una selezione naturale. Qualcuno di loro è invece in Italia da oltre dieci anni, prima regolare poi clandestino. Sono i testimoni dell’inchiesta Migrantes della procura di Palmi che ha portato in carcere 31 persone di cui 21 italiani proprietari di aziende agricole della piana di Gioia Tauro e dieci caporali, tutti stranieri, con l’accusa di associazione a delinquere finalizzata alla truffa (degli enti previdenziali) e allo sfruttamento del lavoro clandestino.

Le inchieste sul lavoro nero non sono certo una novità. Ma quella della squadra mobile di Reggio Calabria e della procura di Palmi ha la caratteristica di avere come testimoni chiave gli stessi schiavi abituati da sempre a subìre e che invece si sono ribellati. Le 421 pagine dell’ordinanza ruotano intorno a queste testimonianze poi riscontrare da appostamenti e intercettazioni telefoniche. «Di particolare significato – si legge nel documento – sono le dichiarazioni di alcuni extracomunitari dimoranti in condizioni di assoluto degrado e di miseria nella periferia di Rosarno in contrada Pomona, molti feriti durante gli incidenti di gennaio i quali hanno superato la paura nei confronti dei loro sfruttatori e hanno reso ampie dichiarazioni sulle modalità del loro sfruttamento».

Abdelaziz R. ha 43 anni e viene dal Marocco. «Dal 1997 – racconta a verbale i primi giorni di febbraio – sono in Italia con regolare permesso di soggiorno per motivi di lavoro. Tre anni fa però non l’ho potuto più rinnovare perchè in base alla legge Bossi-Fini non avevo più i requisiti. Da allora vivo in giro per l’Italia facendo lavori saltuari e stagionali». A fine novembre 2009 Abdelaziz arriva per la prima volta a Rosarno. «Ho trovato rifugio nella ex fabbrica Pomona (i ruderi abbandonati e infestati dai topi ndr) con un’altra ventina di stranieri, tutti alla ricerca di un lavoro giornaliero». Le giornate sono lunghissime e massacranti, racconta Abdelaziz, «dalle prime luci dell’alba al tramonto, praticamente si smetteva di lavorare quando non si vedeva più». Era l’intermediario straniero (il caporale) che «mi pagava a fine giornata. Ci veniva a prendere all’alba in un punto fuori Rosarno e ci riportava la sera»…continua su L’unità…

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