CIE di Gradisca: nuova rivolta

Postati in Uncategorized su 14/09/2010 da gattoselvaggio

Lunedì 13 settembre. Intorno alle 18 partono le telefonate da dentro il CIE: è scoppiata un’ennesima rivolta.

Tutto comincia con uno sciopero della fame. Nulla che i gestori del lager non sapessero: erano giorni che i reclusi protestavano perché, dopo le sommosse e le fughe dell’estate, era scattata la punizione collettiva. Chiusi in cella senza poter uscire all’aria, se non per un’ora al giorno.

La risposta è immediata e durissima. Una ventina di poliziotti in assetto antisommossa entra nella sezione intimando di smettere lo sciopero. Il tutto condito con un po’ di manganellate distribuite nella camerata ribelle.

È la scintilla per la rivolta: materassi e lenzuola vanno a fuoco. Gli immigrati telefonano agli antirazzisti della regione per avere sostegno e far sapere quello che accade.

In sottofondo alle chiamate le urla dei detenuti, ancora rinchiusi nella camerata. Il fumo riempie la stanza: gli immigrati non riescono a respirare, ma nemmeno questo basta. Le porte restano serrate. Nessuna pietà per chi non china il capo.

Parte rapido il tam tam antirazzista: le radio di movimento mandano in diretta la voce dei ribelli intrappolati, vengono contattati i giornalisti e i compagni più vicini.

Un consigliere regionale di Rifondazione chiama il questore per informarlo che ormai quello che sta succedendo al CIE è trapelato all’esterno.

La Prefettura di Gorizia – secondo quanto riferisce l’Ansa – diffonde prontamente una diversa versione dei fatti. L’incendio all’interno del CIE sarebbe stato appiccato per coprire il tentativo di fuga di una ventina di altri reclusi, sventato dall’intervento delle forze dell’ordine.

Un paio di attivisti vanno davanti al CIE. Purtroppo, come sempre, da fuori non si vede e sente nulla. Nemmeno il fumo, perché gli incendi nel frattempo erano stati spenti. All’interno delle celle l’aria resta irrespirabile e la situazione è molto tesa.

Forse – ma la notizia non è confermata – in tarda serata un numero imprecisato di reclusi viene portato in ospedale per un principio di soffocamento.

A breve nuovi aggiornamenti.

(da una corrispondenza di un compagno triestino)

La rassegna stampa del 14.0910

Un nuovo spettro si aggira per l’Europa: gli Zingari

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Il mainstream, oltre che la cultura tradizionale, ha ormai da tempo abituato all’idea che interi popoli siano costituiti da pericolosi criminali che rubano, rapiscono bambini esfruttano i loro figli e le loro donne.
I Rom , i sinti, insomma quelle etnie che la cultura dominante definisce sommariamente col termine di zingari, sono oggi più che mai privati della dignità di esseri umani e quindi discriminati, vessati, deportati, violentati.

In una Europa dove sempre più spira un vento destroide e xenofobo si rivedono degli scenari che possono appartenere solo alle dittature di stampo nazifascista, ma in effetti è proprio in regimi ad essi simili che si assiste alle deportazioni forzate di un intero popolo come recentemente è accaduto in Francia. Nel paese della rivoluzione illuminista, ai membri del popolo Rom presenti sul suolo francese, è stata data la possibilità di “scegliere” fra il rientro forzato nella loro terra di provenienza : la Romania, e un incentivo pecuniario per un loro “volontario” abbandono del suolo francese.

Altrettanto abberranti e fasciste sono le vere e proprie ronde anti rom, a cui si associano gli incendi nei campi, le persecuzioni e violenze di ogni genere come accade nella repubblica Magiara il fortissimo partito della locale destra dichiara apertamente di voler combattere i comunisti e i Rom e, infatti, le loro ronde (le guardie ungeresi che vestono camicie nere) spesso si rendono protagoniste di aggressioni e attentati anche mortali ai danni dei rom.

Nella repubblica guidata da cabarettisti e veline la vita per i Rom e i Sinti non appare affatto facile, anche nel bel paese ronde, violenze e persecuzioni sono all’ordine del giorno. un dato di fatto nuovo è però la presenza di numerosi rom e sinti nelle piazze. Il quatto settembre scorso in francia così come in Italia vi sono state numerose manifestazioni con le quali i rom e i sinti hanno inteso protestare, in particolare, contro quanto accaduto in francia ma in generale per rivendicare il loro diritto all’esistenza.

ROMA

A Roma la situazione rom/sinti si configura con il continuo spostamento dei campi oltre il raccordo. Si cerca di renderli meno visibili possibile, senza tenere conto di eventuali processi di integrazione già avviati da comunità stabili come quella di Testaccio (caratterizzate ad esempio per una alta scolarizzazione) né di eventuali situazioni di conflitti etnici.
I nuovi campi sono infatti più simili a lager che a strutture idonee alla vita e socialità, sono vastissimi e raccolgono numerosissime persone. Anche di fronte a tragedie come quella del bambino morto, il sindaco di “tutti” Alemanno ha pensato di dichiarare che la soluzione sono le ruspe sui campi illegali e la deportazione di chi li vive. VIDEO

LOMBARDIA

In Lombardia ed a Milano la situazione di rom/sinti e rifugiati politici è un adeguato termometro politico di vent’anni di xenofobia nazi-leghista. La galleria degli orrori sembra essere infinita, si va da “patti per la legalità” che disciplinano i “campi legali” con regole esplicitamente punitive, all’utilizzo dei fondi europei per i rifugiati politici per finanziare la famelica industria della sicurezza meneghina, per non parlare poi delle ronde effettuate dai “caschi bianchi” e delle deportazione dei rom di Lambrate nonostante l’inserimento scolastico dei bambini. La realtà è che rom e rifugiati sono una manna politica, un cranio rotto o uno sgombero, magari eseguito da patetici nuclei speciali dei vigili urbani, valgono centinaia di voti che assicurano la permanenza in potere della banda De Corato, nonostante scandali ed infiltrazioni.
Uno sgombero da ricordare per tutti è quello di via Triboniano, dove la polizia ha caricato i Rom che si stavano recando al palazzo municipale.
Allo stesso modo i rom diventano generatori automatici di quattrini nel momento in cui la caritatevole mano della curia si propone come intermediario per “risolvere il problema”: dietro lauto compenso distingueranno gli “onesti” dai “disonesti”, li alloggeranno in comode baracche di lamiera e provvederanno a domesticarli adeguatamente, cosi che il giorno che qualcuno deciderà di costruire uno svincolo per l expo sopra le loro teste possano essere comodamente rispediti in mezzo ad una strada.

COSENZA

Una intera comunità viene perseguitata: espulsioni di massa ossia tentativi di pulizia etnica e ordinanze di sgombero del campo da parte della locale Procura, il Comune tace pur avendo la responsabilità di quanto accade: da anni il Sindaco Perugini e il suo assessore Bozzo negano la fornitura di elettricità e acqua potabile al campo, di contro le associazioni antirazziste hanno fornito una lista di possibili terreni dove ubicare un campo sosta attrezzato (il comune sostiene che nell’area in cui sono ora stanziati i Rom non è possibile la loro permanenza) ma dall’amministrazione non giungono notizie: solo silenzio mentre il presidente nazionale di opera nomadi, il cosentino Massimo Converso, personaggio contestato anche all’interno stesso di Opera nomadi e che non ha mai messo piede nel campo denigra l’operato delle associazioni. Intanto i Rom a Cosenza ricevono le continue attenzioni delle forze dell’ordine, la paura e la precarietà più assoluta la fanno da padrone nel campo cosentino.

L’OPERA NOMADI

Eppure, diranno in molti, esiste da decenni l’Opera Nomadi che si dovrebbe occupare dell’integrazione di rom, sinti e gitani. Peccato che quest’ente sia l’ennesimo baraccone burocratico che non ha mai garantito un reale miglioramente qualitativo della vita delle comunità “nomadi”, che oramai sono in gran parte stanziali. L’Opera Nomadi ha sempre rappresentato l’ennesimo modo di spartirsi il potere e i soldi nel belpaese: gestita fin dalle origini dalla DC, ha garantito un serbatoio di voti per la stessa in cambio di piccoli favori per le comunità.
Con il crollo della DC questa forma di clientarismo è venuta a mancare,aggravando ancora di più una situazione di per se fortemente compromessa. La soluzione che molte comunità sinti e rom richiedono, smantellamento dei campi e creazione di microaree familiari in terreni comprati dalle comunità stesse, non vengono neanche prese in considerazione dalla maggior parte delle amministrazioni comunali e dalle istituzioni generali che preferiscono tenere migliaia di persone in condizioni di forte degrado per potersi garantire un facile capro espiatorio al momento buono.

http://italy.indymedia.org/

Blocco della didattica all’Alma Mater “Sostituiremo i ricercatori che aderiscono”

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Con metodi fascisti si elimina così il diritto allo sciopero…

La protesta contro la Gelmini costa caro: i ricercatori dell’Università di Bologna che non terranno lezione saranno rimpiazzati da docenti a contratto. Lo ha deciso il senato accademico inviando un ultimatum che scadrà venerdì alle dodici: “Non possiamo permetterci di bloccare corsi fondamentali”. La risposta: “E’ gravissimo”

La protesta contro la Gelmini costa caro: i ricercatori dell’Università di Bologna che aderiscono al blocco della didattica saranno sostituiti da docenti a contratto, almeno quelli dei corsi fondamentali. Lo ha deciso il Senato accademico all’unanimità. Sarà spedita una lettera a tutti i presidi di facoltà che a loro volta la gireranno ai ricercatori chiedendo se hanno intenzione di aderire al blocco della didattica o meno. La risposta dovrà arrivare entro venerdì alle 12 e chi non lo farà sarà considerato come non disponibile a fare lezione. Ogni facoltà spedirà i dati raccolti alla sede centrale che deciderà quanti e quali corsi coprire con bandi per docenti a contratto. La priorità è per i corsi fondamentali. I ricercatori: “Ci rimpiazzano, è gravissimo”.

La decisione. Tramite il prorettore alla didattica, Gianluca Fiorentini, l’Alma Mater fa sapere di avere fatto di tutto a sostegno dei ricercatori, a cui va “solidarietà politica e umana”. Insomma, “non c’è nessuna guerra”, ma chi si rifiuterà di fare lezione per protesta contro il Governo sarà rimpiazzato nella didattica. “Abbiamo il dovere di dare continuità all’attività formativa – giustifica Fiorentini – un conto è se diminuisce la qualità della didattica, un conto è il blocco totale delle lezioni. Il danno, non solo d’immagine per l’Ateneo ma anche sociale per le famiglie e la collettività, è enorme. Non possiamo creare questo danno in un momento così difficile”.

L’ultimatum. I tempi sono stretti. Alcune facoltà, come Architettura, iniziano i corsi già la prossima settimana e i bandi durano minimo 15 giorni. Anche per questo i vertici dell’Alma Mater hanno deciso di non fare slittare l’inizio dei corsi a ottobre, come chiedevano i ricercatori. “L’organizzazione della didattica è molto complessa – spiega Fiorentini – se si sposta in avanti, non si recupera più. Qualche corso può iniziare con una settimana di ritardo, ma gli insegnamenti che hanno già i docenti possono partire subito”. Insomma, afferma il prorettore, “adesso siamo arrivati a un punto che non possiamo più aspettare. A luglio il Senato aveva chiesto ai ricercatori di comunicare entro settembre quanti avevano deciso di aderire alla protesta. A inizio mese non erano ancora pronti, perchè era ancora in corso il dibattito interno e il rettore ha deciso di aspettare ancora, il che è un grande segnale d’attenzione”. Arrivati a metà settembre l’Ateneo ha deciso che non si poteva più andare oltre e ha accelerato i tempi.

I costi per i nuovi contratti. Il bando sarà per docenti interni ed esterni all’Alma Mater e sarà finanziato con fondi straordinari (ancora non è chiaro però se a carico delle casse centrali o delle singole facoltà). Di cifre nessuno ne parla e anzi Fiorentini smentisce i tre milioni di euro di cui si era vociferato nell’assemblea dei ricercatori.

I ricercatori. Anna Maria Pisi, ricercatrice e rappresentante in Senato dell’area di Scienze biologiche, geologiche e agrarie, ha contestato già tra gli scranni dell’organo accademico la decisione avallata dal rettore Ivano Dionigi. Intervistata dall’agenzia Dire spiega: “Per me è una scelta molto grave significa che come ricercatori non valiamo niente per l’Ateneo”. Tra l’altro, sottolinea, “noi ricercatori non siamo obbligati ad assumere carichi didattici. Noi siamo assunti solo per fare ricerca e le lezioni le facciamo gratuitamente”. Non è però solo la prospettiva di essere sostituiti a far saltare sulla sedia i rappresentanti dei ricercatori. Anche aver accelerato i tempi da parte dell’Ateneo ha lasciato l’amaro in bocca. “Ho chiesto di spostare il termine della risposta alla lettera a lunedì anzichè venerdì – spiega Pisi – e mi ha sostenuto anche qualche preside. Mi è stato risposto che non si poteva fare perchè non ci sarebbe stato tempo a sufficienza per i bandi. Invece aspettare un giorno in più non sarebbe stata la fine del mondo”. Con questa mossa, la paura è che la protesta si possa sgonfiare. Anche se Pisi assicura che “andremo avanti comunque: è l’unica arma che abbiamo”.

La Repubblica

”Salvate i Mapuche!”

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Nella Giornata Mondiale del Detenuto “Desaparecido” i 33 minatori seppelliti vivi in Cile, ricordano al mondo la lotta per la giustizia del popolo Mapuche.
Scritto da
Martin Iglesias
selvasorg.blogspot.com
Certe notizie anche se in superficie sono più difficilmente visibili, rispetto ad altre che devono emergere da 700 metri di crosta terrestre. A ricordarci questa banale, ma non meno importante condizione mediatica, sono proprio i 33 minatori intrappolati nella miniera San José a Copiapó, in Cile diventati, loro malgrado, gli attori principali di un operazione di riscatto dalle viscere della terra che occupa le prime pagine di tutti i notiziari mondiali da quasi un mese. I loro messaggi sono stati largamente diffusi e confortano sulle loro condizioni di vita, proponendo agli spettatori televisivi globali drammatiche immagini di volti provati dal lavoro e dalla precarietà della condizione. Alcuni messaggi, prima che visivi, sono stati cartacei e proprio il neo presidente del governo cileno, Sebastián Piñera, gli ha esibiti davanti alle telecamere mondiali, appostate sulla bocca della miniera, per dimostrare la vicinanza del governo ad una classe lavoratrice che in Cile occupa oltre 800mila addetti, molti dei quali emigrati dal Perù o dalla Bolivia e comunque rappresentanti sociali delle classi più povere. Tra questi molti sono rappresentanti dei popoli originari del continente: Mapuche, Quechua o Aymarà.Scripta Manent

Tra le missive esibite davanti alle telecamere, avide di notizie sulla salute degli intrappolati del sottosuolo, pare non abbiano avuto modo di palesarsi alcune che, evidentemente, contestavano il governo. I minatori, in due fogli di carta inizialmente censurati, si mostrano solidali con la battaglia civile intrapresa, oramai da quasi cinquanta giorni, da alcuni prigionieri mapuche in sciopero della fame e contestano le parole del premier chiedendogli per iscritto di “Stare zitto!“.
Trentatrè minatori sotterrati hanno così la pretesa di rendere visibile una battaglia civile che prosegue dalla dittatura di Augusto Pinochet (1973-1990) e intrapresa a luglio da 32 prigionieri politici, vittime di una “legge speciale antiterrorista” che in Cile discrimina i popoli originari Mapuche e annienta le loro legittime richieste di riconoscimento. La lettera propone il parallelismo tra le due tragiche storie e riporta: “Liberate i Mapuche, da 41 giorni in sciopero della fame”.
Questo grande esempio di fratellanza scaturito da 700 metri di profondità dovrebbe fare arrossire chi, il 30 agosto, nella giornata internazionale del detenuto “desaparecido”, dimentica facilmente le ingiustizie ancora presenti nella “esemplare” democrazia cilena e rifiuta di confrontarsi con una storia, forse ancora troppo recente e addomesticata, intessuta di sparizioni (oltre 900 quelle denunciate nel solo 2009), violenze e detenzioni arbitrarie proprio a carico spesso dei rappresentanti del Popolo Mapuche, un tempo unica popolazione ad avere riconosciute le loro terre come uno Stato autonomo dalle corone spagnole, e ora bollati come terroristi e perseguitati a colpi di leggi speciali e violenza poliziesca.

Peace Reporter

Cile, il governo apre ai mapuche

Postati in Uncategorized su 05/09/2010 da gattoselvaggio
Dopo anni di indifferenza, il governo ha deciso di ‘attutire’ la Legge antiterrorista applicata sin dai tempi di Pinochet contro gli oppositori. E da sempre arma inumana contro gli indigeni e i loro diritti
La protesta di un gruppo di prigionieri politici indigeni mapuche in sciopero della fame dal 12 luglio, ricordata ieri anche dai minatori cileni sepolti vivi, ha sortito il primo effetto, andando a scuotere il governo, finora indifferente. La Moneda ha infatti deciso di modificare la legge antiterrorista e limitare il raggio d’azione della giustizia militare. Parola del ministro degli interni cileno, Rodrigo Hinzpeter.Al Parlamento sarà presto presentato un progetto di legge per “perfezionare” la Ley Antiterrorista e limitare il potere dei militari, finora pressoché illimitato. Altra pesante ennesima eredità della dittatura. Venne infatti varata dal generale Augusto Pinochet (1973-1990) per perseguire gli oppositori del regime, e in venti anni di governo di centro-sinistra, la cosiddetta Concertación, nessuno l’ha toccata e per alcuni crimini è stata usata senza batter ciglio. In particolare contro gli indigeni. E questo nonostante più volte le Nazioni Unite l’abbiano criticata perché discriminante.
“Il Governo è disposto a rivedere il nostro ordinamento giuridico”, ha scandido Hinzpeter, che si è anche impegnato a cercare dei mediatore per convincere i 32 mapuche in carcere a smettere lo sciopero. Si tratta di nativi arrestati durante alcuni scontri nella Región de Araucanía (centro), dove è in atto una lotta serrata per il riconoscimento delle terre ancestrale indigene. Dal 2009, la regione è militarizzata e questo è considerato un sopruso dai mapuche, che non accettano divise e fucili, simbolo di un potere prepotente che non rispetta i diritti atavici di un popolo che dalla notte dei tempi vive in quei luoghi. Per questo si sono dichiarati prigionieri politici e rigettano il fatto di dover essere giudicati da tribunali militari.
“Il progetto di legge tende a riformare e limitare l’applicazione della giustizia militare nel nostro paese. A abbiamo un sistema in cui la legge militare scatta molto più spesso rispetto ad altri sistemi democratici. E una riforma del genere era già presente nel nostro programma di governo. La invieremo alle Camere con la massima urgenza”, ha precisato Hinzpeter a ‘El Mercurio’. Ma il ministro ha ammesso anche che la Legge Antiterrorista include una eccessiva gamma di crimini, per questo il governo inizierà un giro di incontri con tutti i partiti in modo da discutere di eventuali modifiche. Precisando però che si impegnerà affinché la riforma non ammorbidisca troppo il quadro giuridico.
Si è quindi detto preoccupato per la sorte dei Mapuche in sciopero, e ha chiesto loro ufficialmente di tornare a mangiare, interrompendo una protesta che sta mettendo in serio pericolo la loro vita.

La comunità Mapuche rappresenta quasi il dieci percento della popolazione cilena e il suo principale insediamento si trova proprio nell’ Araucanía, a circa 600 chilometri a sud di Santiago, la regione occupata da centinaia di uomini in divisa pronti a tutto pur di non far vivere con dignità quella gente.

Peace Reporter

Milano, rivolta al Cie in via Corelli poliziotti feriti, in fuga un algerino

Postati in Uncategorized su 16/08/2010 da gattoselvaggio

Gli incidenti nella notte di Ferragosto. Aperta un’inchiesta su 18 ospiti del centro

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Un uomo di nazionalità algerina è scappato questa notte dal Cie (Centro di identificazione ed espulsione) in via Corelli a Milano nel corso di una rivolta che ha coinvolto in tutto 18 persone. Sei gli agenti del reparto mobile rimasti contusi nell’azione di contenimento e tre gli ospiti del centro trasportati in ospedale per contusioni agli arti inferiori.

I disordini sono cominciati intorno all’1.30 della notte, quando 18 persone, 17 delle quali nordafricane, sono salite sul tetto del Cie nel tentativo di fuggire. Nel corso della rivolta, tre reparti della struttura sono stati danneggiati. In frantumi i vetri delle finestre. Cinque in totale i nordafricani rimasti contusi nel corso dell’operazione di contenimento a opera degli agenti del reparto mobile della polizia, terminata intorno alle 2.15, tre dei quali trasportati in ospedale. Sempre per contusioni sono rimasti feriti anche sei poliziotti. Tutti e 18 gli ospiti sono stati denunciati per danneggiamento e resistenza a pubblico ufficiale.

L’ultima protesta risale a un meno di mese fa, lo scorso 18 luglio, quando una trentina di stranieri ospitati nel centro tentarono di fuggire e danneggiarono parti della struttura. Alla fine furono in tre, due marocchini e un tunisino, a guadagnare l’uscita e a dileguarsi.

La Repubblica

Storie di quotidiana repressione

Postati in Uncategorized su 06/08/2010 da gattoselvaggio

Sono passati nove anni dalla morte di Carlo Giuliani, rimangono il suo ricordo e la stessa rabbia di allora. Proprio oggi, la sentenza della Corte d’appello a Catanzaro ha assolto le tredici persone accusate di associazione sovversiva in relazione agli incidenti del G8 di Genova e del global forum di Napoli del 2001. Ci sono voluti nove anni, per capire che il fatto non sussisteva e che gli unici colpevoli sono come sempre le forze dell’”ordine”.

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Il regime Berlusconi affronta la questione terremotati d’Abruzzo nel solo modo che gli è possibile fare: ribalta cioè la situazione creando i nuovi mostri, ossia i terremotati no-global che vanno giustamente picchiati e repressi. Alla manifestazione del 7 luglio a Roma, in cui i terremotati chiedevano un impegno serio nella ricostruzione, così come garanzie per i lavoratori e le lavoratrici che hanno perso il lavoro col sisma, le forze dell’”ordine” hanno caricato le oltre 5000 persone che volevano raggiungere piazza Colonna. Così si completa un quadro repressivo iniziato col silenzio sulla questione Abruzzo, un silenzio fatto di passerelle di politici e grandi della terra, oblio, ipocrisia.

Nonostante questo, il territorio abruzzese, tra mille difficoltà, ha saputo esprimere in questi mesi la ferrea volontà di non morire dando vita ad articolate e numerose forme di protesta e di proposta, dall’esperienza dei comitati cittadini al movimento delle carriole, alle sperimentazioni di progettazione partecipata alle assemblee cittadine all’interno del Presidio Permanente di Piazza Duomo. Questo nonostante una gestione dell’emergenza inedita in Italia che ha escluso in ogni modo la partecipazione delle persone dalla definizione del loro futuro imponendo scelte che hanno ridefinito il territorio, favorendo lo spopolamento, la speculazione edilizia e lasciando tutti i problemi irrisolti, primo fra tutti la ricostruzione della nostra città, dei borghi e di quella dei 59 comuni colpiti, mai iniziata. In più quello che qui si è costruito lo si è fatto in stato di emergenza ma in maniera definitiva e a proprio piacimento edilizio, inibendo – anche con dosi di assistenzialismo esagerate e concentrate – la ricostruzione sociale e culturale della comunità senza rispettare la sua autonomia e la capacità di autodeterminarsi dal basso.

Per primi gli abruzzesi hanno denunciato la trasformazione in atto della Protezione Civile che qui a L’Aquila, come in Campania per i rifiuti, ha sperimentato un modus operandi fatto di grandi appalti, grandi eventi e di scarsa o nessuna trasparenza, poi resa evidente dalle inchieste in corso. Occorre soprattutto ricordare però che grazie alla rete messa in piedi assieme ad altre realtà italiane sono state organizzate le mobilitazioni contro la trasformazione della città capoluogo in una Società per Azioni.I cittadini richiedono il diritto all’autodeterminazione mentre ricevono dalle istituzioni repressione e odio.

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E’ necessario però ribadire che in Italia la repressione non passa solo per le cariche. In questa In questa prima metà dell’anno i movimenti sociali sono stati infatti colpiti a più livelli, con provvedimenti volti alla limitazione della libertà personale di attiviste e attivisti.

Recentemente, a Perugia, tre persone sono state condannate a otto mesi e il pagamento di 16.000 euro, per non aver fatto niente. Ciò si inserisce in un quadro di criminalizzazione generale in cui i giovani (considerati spacciatori e tossici) vengono allontanati dal centro storico.

La schedatura di massa di oppositori politici e sociali non ha risparmiato la Sardegna, con l’accusa di finalità eversive ad altre tre persone.

A Cosenza, invece, basta portare la propria solidarietà agli occupanti di uno stabile per ottenere una denuncia.

Il bilancio di luglio però non finisce qui: a Torino sono state attaccate occupazioni come radio libere, anche per la denuncia di quei lager contemporanei che sono i Centri di Identificazione ed Espulsione italiani, a Milano sono stati eseguiti arresti preventivi.

Tutto questo avviene mentre si attaccano il lavoro e gli ammortizzatori sociali, si preparano piani di austerità, ma solo per i soggetti deboli. Si blocca l’accesso alla pillola abortiva e si riformano in senso familistico e fascista i consultori. La parola d’ordine sembra così essere sempre e solo soffocamento delle spinte sociali, che ora vedrà anche la forte limitazione della libertà di parola, con la prossima approvazione della cosiddetta “legge bavaglio”.

Indymedia

Nasce in California il nuovo partito neonazi. Ora punta alle elezioni in New Hampshire

Postati in Uncategorized su 02/08/2010 da gattoselvaggio

L’American Third Position nasce a gennaio a Westminster. Deriva da partiti neo nazisti. Il suo programma: defendere la razza bianca e la legge anti immigrazione

L’American Third Position (A3P) è un partito politico di Westminster, California. Nato lo scorso 5 gennaio è cresciuto così tanto da potersi permettere il lusso di concorrere alle prossime elezioni nello stato del New Hampshire. L’A3P difende a spada tratta le prerogative sociali ed economiche dei bianchi, solo dei bianchi, che vivono negli Stati Uniti ignorando, di fatto, che proprio gli Stati Uniti sono la coniugazione massima della convivenza di razze differenti. Di questo dato a quelli dell’A3P sembra non importare un granché. Insomma un partito razzista anche se loro respingono tutte le accuse e continuano la loro crociata. Il loro programma però è chiaro: “nelle città dove si incontrano molte culture c’è un’atmosfera di ostilità” quindi appaoggiano in modo incondizionato la contestatissima legge anti-immigrazione in Arizona e invocanola chiusura delle frontiere federali.

“Non siamo razzisti”. Al netto di ogni presunzione d’innocenza riguardo le presunte ideologie razziste che inficiano il programma politico del partito ci sono diverse questioni piuttosto controverse all’interno dell’A3P. A partire dalla scelta del nome, Terza Posizione, che se da un lato avanza la pretesa di voler offrire un’alternativa nuova nel sistema bipartitico statunitense, dall’altro tradisce un legame profondo con quella dottrina politica di stampo nazionalista basata sulla divisione razziale. E il nome non è casuale. Dietro il partito ci sarebbero, infatti, figure affiliate al neo-nazismo “made in Usa”. Come la Freedom 14 organizzazione cofondatrice di A3P ispirata al gruppo terrorista The Order famoso negli anni ’80. Freedom 14 tentò per la prima volta di entrare in politica nel maggio del 2009 quando annunciò dalle pagine di Stormfront.org – sito web di estrema destra – la nascita del Golden State Party (Gsp) che rappresentò uno sforzo indipendente di costituire negli Stati Uniti un partito politico neo-nazista. L’esperimento ebbe vita breve e fu sciolto nel settembre dello stesso anno in seguito a una serie di condanne penali comminate contro il suo presidente Tyler Cole. Dopo lo scandalo, Freedom 14 ripartì da un piano nuovo che in sostanza fu una versione riveduta e corretta del Gsp: l’American Third Position, appunto. Come suo presidente fu eletto Willam D. Johnson, avvocato di Los Angeles noto per le sue posizioni estreme in difesa della razza bianca, mentre la direzione fu affidata a Kevin MacDonald professore di psicologia dell’Università di Long Beach. A loro spetta la missione di gestire un partito in forte e continua ascesa, più moderato rispetto al Gsp ma con le medesime infiltrazioni criminali. A partire dal tesoriere Sean Vaxmonsky latitante dallo scorso dicembre, dopo essere stato condannato a 3 anni di prigione per guida senza patente, furto e vendita d’alcool a minore.

Corsa al New Hampshire. La prima operazione politica ufficiale nell’agenda di A3P è quella di ottenere, alle elezioni di novembre, il suo primo scranno in un parlamento statale: quello del New Hampshire. L’uomo prescelto per il compito è Ryan J. Murdough, presidente del partito nel piccolo stato del New England. Rappresentante dell’ottavo distretto di Grafton County Murdough non è proprio quel che suol definirsi un politico lungimirante. Per il lancio della sua campagna elettorale ha pubblicato una lettera dai toni accesi in cui, tra l’altro, sostiene: “Per troppo tempo è stato detto agli americani bianchi che la diversità è qualcosa di vantaggioso per la loro esistenza. Le statistiche dimostrano che è vero il contrario. Noi residenti del New Hampshire dobbiamo cercare di preservare la nostra identità razziale se vogliamo che le generazioni future abbiano la possibilità di viver in questo grande Stato”. Dopo la pubblicazione della missiva, e le relative accuse di “razzismo”, lo stato maggiore repubblicano in New Hampshire, col simbolo del quale Murdough correrà alle elezioni, ha vietato al candidato di Ashland di accedere ai finanziamenti del partito per la sua campagna elettorale.

Alla “scomunica” dei repubblicani ha fatto seguito il soccorso della A3P che ha prontamente lanciato una raccolta fondi a favore del suo tesserato. Ma Murdough sembrerebbe aver perso un’altra occasione per non svelare la sua vera indole politica dichiarando: “In occasione del mese della Storia nera – ha detto – riconosco che la cosa migliore che loro [i neri]hanno fatto è stata quella di commettere crimini, portare l’Aids, incolpare i bianchi e piangersi addosso come vittime del razzismo”.

Il Fatto Quotidiano

Siracusa, detenuto si suicida è il trentanovesimo dell’anno

Postati in Uncategorized su 27/07/2010 da gattoselvaggio

L’uomo la settimana scorsa aveva già ingoiato lamette da barba. La Uilpa: “E’ il fallimento del sistema penitenziario sempre più abbandonato al proprio destino. Nostro malgrado siamo costretti ad alzare bandiera bianca”

SIRACUSA – Un detenuto si è tolto la vita la notte scorsa, impiccandosi. L’ennesimo suicidio in cella è avvenuto nel carcere di Siracusa. L’agente di sorveglianza non ha potuto fare nulla per salvare la vita al detenuto. Lo ha reso noto il segretario generale della Uilpa penitenziari Eugenio Sarno. La vittima, L.C., accusato di estorsione e rinchiuso nel reparto “isolati” della struttura, già la settimana scorsa aveva commesso atti di autolesionismo ingoiando lamette da barba.

Per il sindacalista, si tratta di “una strage senza fine che si consuma ogni giorno dietro le sbarre delle nostre degradate e sudice galere. Suicidi ed evasioni certificano il fallimento del sistema penitenziario sempre più abbandonato al proprio, ineluttabile, destino. Nell’indifferenza della politica, della società e della stampa. A questo punto il personale, allo stremo e prosciugato di tutte le residue energie psico-fisiche, nulla può opporre alle fughe. Siano esse dalle mura, piuttosto che dalle vite. Nostro malgrado siamo costretti ad alzare bandiera bianca, consapevoli che la nostra bandiera bianca è quella dello Stato. Altro che governo della sicurezza. Questo è il governo dei record abbattuti: evasioni e suicidi”.

Morire di carcere; L’Espresso

Messico: La città che uccide le donne

Dai reclusi di Ponte Galeria alla cosiddetta “società civile”

Postati in Uncategorized su 26/06/2010 da gattoselvaggio

A tutte le persone che vivono in questo paese
A tutti coloro che credono ai giornali e alla televisione

Qui dentro ci danno da mangiare il cibo scaduto, le celle dove dormiamo hanno materassi vecchi e quindi scegliamo di dormire per terra, tanti tra
di noi hanno la scabbia e la doccia e i bagni non funzionano.
La carta igenica viene distribuita solo 2 giorni a settimana, chi fa le pulizie non fa nulla e lascia sporchi i posti dove ci costrigono a vivere.
Il fiume vicino il parcheggio qui fuori è pieno di rane e zanzare  che danno molto fastidio tutto il giorno, ci promettono di risolvere questo problema ma continua ogni giorno.
Ci sono detenuti che vengono dai CIE e anche dal carcere che sono stati abituati a prendere la loro terapia ma qui ci danno sonniferi e tranquillanti per farci dormire tutto il giorno.
Quando chiediamo di andare in infermeria perchè stiamo male, l’Auxilium ci costringe ad aspettare e se insistiamo una banda di 8-9 poliziotti ci chiude in una stanza con le manette, s’infilano i guanti per non lasciare traccia e ci picchiano forte.
Per fare la barba devi fare una domandina e devi aspettare, 1 giorno a settimana la barba e 1 i capelli.
Non possiamo avere la lametta.

Ci chiamano ospiti ma siamo detenuti.
Quello che ci domandiamo è perchè dopo il carcere dobbiamo andare in questi centri e dopo che abbiamo scontato una pena dobbiamo stare 6 mesi in questi posti senza capire il perchè. Non ci hanno identificato in carcere? Perchè un’altra condanna di 6 mesi?
Tutti noi non siamo d’accordo per questa legge, 6 mesi sono tanti e non siamo mica animali per questo hanno fatto lo sciopero della fame tutti quelli che stanno dentro il centro e allora, la sera del 3 giugno, è cominciata così:
ci hanno detto: “se non mangi non prendi terapie” ma qui ci sono persone con malattie gravi come il diabete e se non mangiano e si curano muoiono.
Uno di noi è andato a parlare con loro e l’hanno portato dentro una stanza davanti l’infermeria dove non ci sono telecamere e l’hanno picchiato.
Così la gente ha iniziato ad urlare di lasciarlo stare.
In quel momento sono entrati quasi 50 poliziotti con il loro materiale e con un oggetto elettrico che quando tocca la gente, la gente cade per terra.
Le guardie si sono tutte spostate sopra il tetto vicino la caserma dei carabinieri qui dentro, dove sta il campo da calcio.
Dalla parte sinistra sono entrati altri 50 poliziotti.
Quando abbiamo visto poliziotti, militari, carabinieri, polizia, finanza e squadra mobile ufficio stranieri (che sono i più infami) sui tetti, uno di noi ha cercato di capire perchè stavano picchiando il ragazzo nella stanza. «Vattene via sporco » un poliziotto ha risposto così.
In quel momento siamo saliti tutti sopra le sbarre e qualcuno ha bruciato un materasso e quindi i poliziotti si sono spavenati e sono andati fuori le mura per prendere qualcuno che scappava.
Da quella notte non ci hanno fatto mangiare nè prendere medicine per due giorni.
Abbiamo preso un rubinetto vecchio e abbiamo spaccato la porta per uscire e quando la polizia ha visto che la porta era aperta hanno preso caschi e manganelli e hanno picchiato il più giovane del centro, uno egiziano. L’hanno fatto cadere per terra e ci hanno picchiati tutti anche con il gas, hanno rotto la gamba di un algerino e hanno portato via un vecchio che la sua famiglia e i sui figli sono cresciuti qui a Roma, hanno lanciato lacrimogeni e hanno detto che noi abbiamo fatto quel fumo per non  far vedere niente alle telecamere. Così hanno scritto sui giornali.

Eravamo 25 persone e alcune uscivano dalla moschea lontano dal casino, ma i giornali sabato hanno scritto che era stato organizzato tutto dentro la
moschea e ora vogliono chiuderla. La moschea non si può chiudere perchè altrimenti succederebbe un altro casino.
Veniamo da paesi poveri, paesi dove c’è la guerra e ad alcuni di noi hanno ammazzato le famiglie davanti gli occhi. Alcuni sono scappati per vedere il mondo e dimenticare tutto e hanno visto solo sbarre e cancelli.
Vogliamo lavorare per aiutare le nostre famiglie solo che la legge è un po’ dura e ci portano dentro questi centri.
Quando arriviamo per la prima volta non abbiamo neanche idea di come è l’Europa. Alcuni di noi dal mare sono stati portati direttamente qui e non hanno mai visto l’Italia.
La peggiore cosa è uscire dal carcere e finire nei centri per altri 6 mesi.
Non siamo venuti per creare problemi, soltanto per lavorare e avere una vita diversa, perchè non possiamo avere una vita come tutti?
Senza soldi non possiamo vivere e non abbiamo studiato perchè la povertà è il primo grande problema.
Ci sono persone che hanno paura delle pene e dei problemi nel proprio paese.
Per questi motivi veniamo in Europa.
La legge che hanno fatto non è giusta perchè sono queste cose che ti fanno odiare veramente l’Italia.
Se uno non ha mai fatto la galera nel paese suo, ha fatto la galera qua inItalia.
Vogliamo mettere apposto la nostra vita e aiutare le famiglie che ci aspettano.

Speriamo che potete capire queste cose che sono veramente una vergogna.

Un gruppo di detenuti del CIE di Ponte Galeria

Baruda

L’Italia è fuori dal mondiale …. ed i nostri ministri fuori dalla galera

Postati in Uncategorized su 26/06/2010 da gattoselvaggio

Se qualcuno aveva sollevato dubbi sulla necessità del nuovo ministero per il Federalismo è subito servito. Il primo atto del nuovo ministro, l’inquisito Aldo Brancher, è stato quello di sfuggire al processo sul tentativo di scalata ad Antonveneta facendo ricorso alla legge fortemente voluta dal suo capo, il legittimo impedimento. Il neo ministro non può presentarsi al processo in quanto è troppo impegnato ad organizzare il nuovo ministero e come dargli torto considerato che si tratta di un ministero completamente inventato dal dittatore di Arcore per salvare uno dei tanti suoi fedeli amici. Certo non si può dire che Berlusconi non tratti bene i propri amici, basta giurargli eterna fedeltà e non mettere in discussione mai le sue idee e le sue proposte e state certi che il cavaliere sarà sempre disponibile a tirarli fuori dalle grinfie di qualsiasi giudice. E’ così mentre l’Italia intera è davanti alla televisione a inveire contro i miliardari omuncoli vestiti di azzurro che si fanno fagocitare da undici ragazzoni vestiti di bianco che per la prima volta giocano un mondiale, e mentre la televisione pubblica da giorni ormai si occupa per ore ed ore di come gli ex eroi del calcio italiano si allenano, di come mangiano, di quanto respirano, di come vanno al cesso e di cosa fanno, ecco che nel silenzio generale si fa un ministro e in barba alla giustiza lo si tira fuori dalle pastoie di un processo nel quale probabilmente sarebbe stato condannato. Ma a noi italiani che ci importa ? Ora siamo qui a strapparci i capelli perchè dovremo vedere il resto del mondiale senza la nostra squadra, dovremo vedere vincere quella coppa chissà la Germania o l’Argentina e addirittura vedere il Ghana, squadra fatta di giocatori strappati da poco alla savana, arrivare in semifinale. Che cosa volete che sia un ministero inventato di sana pianta per sottrarre dalle grinfie della giustizia un poveraccio come Brancher. E l’opposizione che fa ? Non si scende in piazza per protestare ? Ah no era pronta la manifestazione per il passaggio del turno della nazionale di calcio ai mondiali con tanto di bandiere tricolori, era quelle bandiere non servono piu’ e quindi non si puo’ organizzare niente. Tanto il Partito Democratico sarà per metà favorevole al legittimo impedimento del ministro e per metà contrario. Povera Italia, sindacati divisi che non riescono nemmeno a difendere gli operai di Pomigliano da un accordo capestro con la Fiat, l’opposizione divisa su tutto, il paese in lutto per l’esclusione dal mondiale di calcio, i ministri ed il loro capo che si sottraggono ai processi, ed il popolo che fa ? Aspetta di sapere di che morte dovrà morire quando sarà passata la manovra di Tremonti. .

Lecco, denuncia contro i Carabinieri “Mi hanno preso a calci e torturato”

Postati in Uncategorized su 24/06/2010 da gattoselvaggio

Isidro Diaz, di origini argentine ma da 23 anni in Italia: timpani perforati e distacco della retina. Viene difeso dagli stessi legali delle famiglie Cucchi e Aldrovandi

ROMA – “Vengo dall’Argentina dove la mia generazione è stata massacrata. Qui pensavo di vivere in un paese civile. Invece mi sono ritrovato ammanettato, preso a calci e pugni in testa dai carabinieri, trascinato sull’asfalto, torturato e sbattuto contro i muri della caserma senza poter vedere un medico. Insultato, con i militari che mi puntavano la pistola addosso. E ancora non so perché”. Isidro Luciano Diaz ha 41 anni, dei quali 23 vissuti in Italia dove, nel lecchese, gestisce l’allevamento di cavalli “Dal Gaucho”. Da quando il 5 aprile dell’anno scorso è stato fermato dai carabinieri vicino a Voghera, è stato operato agli occhi 6 volte per distacco della retina e ha i timpani perforati. Ferite “compatibili” col suo racconto da incubo, scrive il medico legale nella relazione che riporta alla memoria le vicende di Federico Aldrovandi, di Giuseppe Uva, Stefano Cucchi. Di giovani morti dopo essere stati malmenati da uomini in divisa, entrati vivi in caserma o in carcere e mai usciti, tragedie di cui si è occupato lo stesso studio legale, Anselmo di Ferrara, che ora difende Diaz.

“Una storia assurda. Qualunque sia l’imputazione uno deve avere tutte le garanzie, pena la rinuncia dello Stato ad essere uno stato di diritto, perché la legittimità giuridica e morale dello stato è affidata alla capacità di garantire l’incolumità delle persone affidategli”, dice sociologo Luigi Manconi che con il suo lavoro come sottosegretario alla Giustizia e poi come presidente dell’associazione a Buon diritto ha avuto una parte importante nel far emergere tutte queste vicende.

Una storia inquietante, quella raccontata da Diaz, che rischia di finire nel nulla perché la sua denuncia contro i carabinieri è a pochi passi dall’archiviazione nonostante agli atti ci sia il riconoscimento fotografico da parte dell’argentino dei militari che l’hanno aggredito. Il giudice dovrà decidere in questi giorni. Diaz, infatti, condannato a un anno poi commutato in due di libertà controllata per resistenza a pubblico ufficiale e lesioni (8 giorni di prognosi ai militari), solo dopo aver patteggiato la pena ha presentato la denuncia per percosse, allegando le immagini del suo volto stravolto dalle botte, della schiena martoriata.

Ma andiamo con ordine. Il 5 aprile di ritorno da una gara di monta di vitelli mentre è alla guida della sua Mercedes, un suv nero, Diaz viene fermato dai carabinieri sulla Torino-Piacenza. Al termine di un lungo inseguimento a folle velocità, scrivono i militari. Senza motivo, ribatte l’argentino. “Vedo che hanno le pistole in pugno, ho in macchina il coltello che mi serve per i cavalli glielo mostro per consegnarglielo. Mi sono addosso, mi ammanettano e poi calci e pugni in testa, mi trascinano sull’asfalto”. Portato in caserma continua il pestaggio, “mi trattavano come un pallone, buttandomi contro il muro. Mi dicevano: devi morire. Provo a chiamare un amico, mi strappano il cellulare. Alla fine ho firmato qualsiasi carta anche perché non mi chiamavano un medico”.

La Repubblica

Un popolo di pazzi

Postati in Uncategorized su 23/06/2010 da gattoselvaggio

Così un quotidiano ha definito i greci, che sono scesi in piazza in massa per opporsi alle misure “lacrime e sangue” dei loro governanti (e delle istituzioni internazionali “accorse per salvare il Paese”). Peccato che…

“Atene in fiamme”. Così titolavano i principali quotidiani all’indomani dello sciopero generale e delle proteste con le quali i lavoratori greci hanno accolto il piano di austerità voluto dal premier socialista Papandreu per ottenere dall’Unione Europea (UE) e dal Fondo Monetario Internazionale (FMI) il prestito di 110 miliardi necessario ad evitare la bancarotta e, incidentalmente, il conseguente tracollo delle banche europee.
Non mi interessa qui discutere – e nemmeno lo saprei fare – di economia e finanza. Mi preme tuttavia rilevare come la crisi greca abbia riportato al centro del dibattito la questione sociale. Nascosta tra le pieghe di una sfera pubblica da decenni pacificata a forza, ridotta a mero rumore di fondo nelle rievocazioni dei Sessanta e dei Settanta, come una sorta di errore dal quale il “Paese” ha saputo emendarsi, ri-emerge nei discorsi grazie al potente detonatore greco.
Basta scavare nel linguaggio che ci governa per cogliere la potenza della lobotomia della quale siamo stati vittime, ben più grave del revisionismo che rilegge la Resistenza, il Sessantotto, piazza Fontana, il Settantasette.
Da quanto tempo chi ci governa blatera di interessi “comuni” tra lavoro e capitale, di difesa della “nazione” e simili sciocchezze? Da quanto tempo ci chiedono di pagare in parti uguali il conto dei padroni, degli imprenditori pubblici, dei politici, dei militari? Da quanto tempo i più pensano che tutto questo sia “normale”? O, comunque, ineluttabile? Da quanto tempo questo sistema sociale pare il migliore, l’unico possibile?
“Il Giornale” racconta la crisi greca. Il testo, nella sua brutale semplicità, è più chiaro dei pietosi corsivi di Repubblica. “Vediamo in poche parole di dire ciò che sta avvenendo. La Grecia è fallita. Ha contratto debiti superiori alla ricchezza che produce in un anno. Ma il problema è che ogni mese deve rifinanziare questo enorme mutuo, non avendo i quattrini per farlo. L’Europa, con qualche titubanza di troppo, le ha fatto un prestito a un tasso ridotto della metà rispetto a quello che oggi Atene spunta sul mercato. In cambio, ha preteso che il governo mettesse un po’ d’ordine nei suoi conti: un bel po’ di spese in meno e qualche entrata in più. E ieri un popolo di pazzi si è riversato sulle strade per dire che non ci stava.” (1)
“Un popolo di pazzi”. Così scrive il vicedirettore de “Il Giornale”, Nicola Porro.
Una pazzia che sono in molti a temere contagiosa.

Il cattivo esempio

Può essere interessante guardarla più da vicino, la follia greca.
I lavoratori greci si oppongono alla riduzione del salario, all’allungamento dell’orario di lavoro, all’innalzamento dell’età pensionabile, alla riduzione delle garanzie, all’aumento delle tasse sui beni al consumo e sui carburanti, alla fine della contrattazione collettiva. In altre parole si oppongono ad un pacchetto di misure destinate “a cambiare per sempre la (loro) vita” (2). Si rifiutano di stare peggio, si rifiutano di pagare la crisi dei padroni. Si rifiutano di considerare “privilegi” il poco che hanno. In Grecia un giovane su cinque vive al di sotto della soglia di povertà.
I nababbi che lavorano per la pubblica amministrazione guadagna(va)no intorno ai mille euro al mese: con il piano di austerità ne prenderanno 800. L’eliminazione di straordinari e bonus porterà ad una riduzione della retribuzione di quasi due stipendi. E, loro, egoisti, piantano casino, scioperano, assediano il parlamento, gridando “bruciamolo!”.
I “realisti” di turno sostengono che non vi sia via d’uscita, che la bancarotta è alle porte. Dimenticano, volutamente, di dire che la restituzione di un prestito dipende da quanto forte e grosso è chi lo esige. La Polonia e, poi, più recentemente, l’Argentina si sono limitate a dire “non pago”, o, meglio, pago il “giusto”. L’Argentina ha offerto 30 centesimi per dollaro dovuto e i creditori hanno incassato. Della serie: meglio pochi che niente.
Qui da noi i vari giornali suonano tutti la stessa litania, sperando, sotto sotto, che i greci, con le buone o con le cattive, la smettano di resistere. E di dare il cattivo esempio. Dalle nostre parti, come dappertutto in Europa, il boccone amaro che vogliono far inghiottire tutto intero ai greci, lo abbiamo mandato giù, pezzo dopo pezzo, ormai da tempo.
Ogni volta la logica dei “sacrifici” necessari per il “bene comune” ci ha portato via un po’ di reddito, qualche manciata di libertà, i margini di autonomia presi a forza da chi, nei posti di lavoro, come nelle strade, ha lottato contro un sistema che garantisce – a volte – la sopravvivenza a chi con il suo lavoro rende ricchi i ricchi.
Il governo italiano ha approvato il piano di sostegno alla Grecia proposto dall’UE: una roba che suona bene, benissimo ma nasconde una legalissima truffa ai danni di chi lavora. In Grecia come in Italia. I soldi prestati alla Grecia per il “salvataggio” vengono dalla finanza pubblica, ossia dalle nostre tasche, ma nemmeno un euro andrà a sostenere il reddito dei cittadini di uno dei paesi più poveri d’Europa, perché tutto il malloppo di cinque miliardi e mezzo stanziati dall’Italia è destinato agli istituti di credito con cui è indebitata la Grecia, che sono soprattutto in Germania e in Francia ma anche in Italia.
Tradotto in altri termini ognuno vedrà una parte del proprio salario, quella che ai dipendenti è sottratta alla fonte, destinata al “soccorso” della Grecia, finire nelle casse delle banche tedesche, francesi o italiane. In altri termini ancora: il governo ha deciso che ogni lavoratore italiano faccia un regalo alle banche europee che hanno crediti verso la pubblica amministrazione greca. Ai lavoratori greci, non resta che ringraziare e, in silenzio, pagare. E, per loro, niente cintura di salvataggio, niente giochi a tresette finanziari. Solo lacrime e sangue. La crisi, in Grecia come da noi, morde la vita di tanti, di troppi, chiamati a pagare senza nemmeno la promessa di una ciambella di gomma. Se non arrivo alla fine del mese e non pago la bolletta della luce, resto al buio, non riscaldo l’acqua con il boiler, non accendo il computer, non alimento la batteria del telefonino… poco male visto che non ho i soldi per ricaricarlo. Se non pago il mutuo o il fitto, resto senza casa, finisco in strada.

Nostalgia del futuro

Chi perde il lavoro, e sono sempre più, prima o poi resta senza tetto. A Torino, la mia città, nell’ultimo anno sono aumentati del 22% gli sfratti per morosità. Tradotto in cifre umane significa che i procedimenti di sfratto sono stati 3029. Calcolando una media di tre persone ad abitazione, significa circa 10.000 senza casa in più. Il comune ha tagliato i fondi per il sostegno alla famiglie in difficoltà, perché preferisce spendere in operazioni più remunerative sul piano dell’immagine, come la kermesse della Sindone. E le cose non vanno certo meglio altrove. Capita persino che qualcuno ce la faccia a mettere insieme i soldi per pagare gli arretrati ma non abbia i 1.500 euro per l’avvocato e venga quindi ugualmente sfrattato.
Da noi la polverizzazione di ogni futuro altro consegna ciascuno alla solitudine della propria condizione, all’irrilevanza sociale e politica di un mal vivere che è di tanti, alla retorica razzista della Lega Nord, che peraltro pronuncia senza troppi infingimenti il lessico comune di un’intera classe politica, un lessico velenoso che ammorba a fondo il corpo sociale, che obnubila la solidarietà, che annega la distinzione tra chi ha troppo e chi nulla.
La possibilità di rompere quest’ordine ingiusto, prevaricatore, che inghiotte le vite di tanti pare dimenticata, relegata in un passato con il quale si sono recisi i legami, spezzati i fili della memoria viva, quella memoria che, ricordava in occasione del 25 aprile Roberto Prato, è inesauribile nostalgia del futuro.
Al di là del canale di Otranto hanno deciso di resistere, di non pagare la crisi, di mandare al diavolo i piani dell’UE e del Fondo Monetario Internazionale. E tutti tremano. Tremano nei consigli di amministrazione delle banche e delle aziende, nei parlamenti, nei governi. Ma quello che li preoccupa non è certo l’indice Dow Jones o il Nasdaq. Quello che li inquieta è il riemergere della questione sociale.
La posta in gioco è alta, altissima. E non si misura certo in termini di mutui e prestiti, bancarotta o “sistema paese”. È il vecchio scontro tra sfruttati e sfruttatori, che si ripropone nella sua brutale semplicità e, con altrettanta semplicità, allude ad un mondo senza più sfruttati né sfruttatori.
Robe da pazzi. Un popolo di pazzi che in questo maggio lotta per sé e per tutti.

Maria Matteo – http://www.anarca-bolo.ch/a-rivista/354/6.htm

Note

1. Nicola Porro, in Il Giornale del 6 maggio.
2. Ettore Livini, “Grecia, il piano di austerity “lacrime e sangue” del governo”, in Repubblica del 30 aprile. http://www.repubblica.it/economia/2010/04/30/news/piano_austerity_grecia-3717105/

Antropologia dei movimenti sociali

Postati in Uncategorized su 23/06/2010 da gattoselvaggio

Un convegno all’Università degli studi Milano-Bicocca con la partecipazione di studiosi di area libertaria e interesanti riflessioni. Per esempio, sulle lotte indigene in Brasile…

“Antropologia dei movimenti sociali”è il nome delle giornate di studio che si sono tenute il 30 e 31 marzo all’università degli studi di Milano Bicocca, incontro organizzato dai ricercatori del dottorato di ricerca in antropologia della contemporaneità.
Ho deciso di parlarne su “A” perché sono stati due giorni particolarmente interessanti e perché penso che antropologia e pensiero libertario abbiano parecchie cose in comune. Non è molto che gli antropologi hanno iniziato a riflettere sull’anarchismo, da molto tempo però anarchismo e antropologia si muovono sulla stessa traiettoria, le loro teorie tendono a rimbalzare l’una su l’altra, mentre è evidente che sin dall’inizio del pensiero antropologico esiste un’ affinità con l’anarchismo, in particolare nel riconoscere la varietà dei modi di pensare propri agli esseri umani (1).
Il pensiero libertario ha occupato, al contrario di altri sistemi di pensiero, un posto marginale dentro gli ambiti scientifici e accademici.
Negli ultimi anni nell’ambito dell’antropologia alcune cose stanno cambiando, vari studiosi che si sentono libertari, si sono avvicinati all’antropologia in cerca di studi specifici, sulla possibile esistenza di società senza lo stato, senza potere e dominio, società senza il patriarcato o hanno cercato di applicare il metodo antropologico per costruire una vera e propria etnografia dei movimenti sociali.
Con un’esperienza inversa, molti antropologi si sono avvicinati alle idee libertarie sulla base di ricerche sul campo, attraverso lo studio di culture “altre”, di sistemi e modi diversi di organizzare la vita sociale e di vivere lo spazio della politica.
Definire l’antropologia non è semplice, ci sono diverse correnti e tradizioni antropologiche. Per esempio le definizioni; antropologia culturale è di derivazione statunitense, antropologia sociale di provenienza britannica, ed etnologia, tipico della scuola francese.

Il posto dell’anarchismo

In generale possiamo dire che l’antropologia è un campo di sapere scientifico che studia i sistemi socio-culturali, cioè le società e le culture, prestando uno sguardo particolare per il diverso. L’antropologia è la scienza che studia l’uomo dal punto di vista sociale, culturale, fisico e dei suoi comportamenti nella società (2).
Altra cosa che distingue l’antropologia è il suo metodo di studio, reputa fondamentale la ricerca sul campo. Tradizionalmente, fondamentale per la ricerca etnografica era considerato l’incontro con l’“altro”, in un’esperienza di “campo” nella quale l’etnografo doveva oltrepassare un confine più o meno immaginario ed entrare in contatto con la realtà socio-culturale che intendeva descrivere (3).
L’anarchismo, il pensiero libertario in generale è definito come un sistema filosofico che vuole costruire una società senza dominio, più precisamente:
L’anarchismo non è una teoria omnicomprensiva e compiutamente chiusa in sé, pur essendo auto referente nel nucleo duro delle sue coordinate di riferimento. Esso postula una teoria della massima libertà individuale e insieme collettiva, scommettendo sulla coniugabilità non paradossale (seppur densa di conflitti) della libertà singolare e della libertà pubblica.
In tal senso l’anarchismo è innanzitutto una filosofia politica figlia del disincanto moderno: crede finalmente nel fatto e non solo nella pensabilità che ciascun individuo possa credere e scegliere di gestire l’organizzazione autonoma della propria vita, eletta tra altre disponibili nello spazio –tempo storico-materiale in cui si trova a vivere secondo liberi criteri personalissimi, in piena responsabilità verso l’eguale opportunità data all’altro da sé, che poi è il ciascuno a lui vicino. Ma l’anarchismo non è solo la filosofia dell’unico: è anche teoria di una forma organizzativa della società, cioè progettazione sperimentale di un assetto collettivo che regola una delle possibilità in cui si attiva il legame sociale “inventato” quotidianamente; e precisamente quella fondata sul più ampio esercizio di libertà, sull’accettazione critica e responsabile delle differenze singolari sull’eguaglianza di opzioni di forme di vita, sull’orizzontalità dei processi relazionali, specialmente quelli determinanti la formazione decisionale
(4).

Il presupposto indirettamente gerarchico

Confrontiamo le parole di Salvo Vaccaro con quelle di Clifford Geertz e troviamo uno dei motivi che mi spinge a parlare di questi possibili rapporti tra libertari e studi antropologici: Vedere noi stessi come ci vedono gli altri può essere rivelatore. Vedere che gli altri condividono con noi la medesima natura è il minimo della decenza. Ma è dalla conquista assai più difficile di vedere noi stessi tra gli altri, come un esempio locale delle forme che la vita umana ha assunto localmente, un caso tra i casi, un mondo tra i mondi, che deriva quell’apertura mentale senza la quale l’oggettività è autoincensamento e la tolleranza mistificazione (5).
Quindi ci parla di un’antropologia dialogica che cerca di annullare il presupposto indirettamente gerarchico secondo cui “noi” studiamo “loro” perché noi diversamente da loro, siamo emancipati dalle “stranezze” della cultura (6).
Tornando alla due giorni che si è tenuta all’Università degli studi di Milano Bicocca, i seminari sono stati molti, particolarmente interessante è stata la relazione di Stefano Boni, dal titolo “La politica della prassi sovversiva. L’attivismo quotidiano nato dalla frammentazione dei movimenti di critica alla globalizzazione”. Nel suo intervento Stefano Boni ci ha parlato di come dal basso si ripensa la politica oggi, di come i nuovi movimenti sociali non cercano un riconoscimento governativo ma sociale, ha rilevato la differenza che passa tra la vecchia politica retorica e le reali relazioni sociopolitiche di oggi che intercorrono tra individui nel quotidiano delle loro vite.
Viviamo un’epoca di restringimento delle storiche pratiche sovversive dei movimenti politici, sempre meno usuali sono scontri diretti e barricate, pratiche usuali invece nel conflitto tra 800\900. La società civile è sempre più passiva e impotente, l’azione diretta è sempre più criminalizzata e i movimenti radicali sempre più repressi. Quindi l’azione movimentista perde forza. Privi di scontri nel “gioco del potere” la protesta diventa sempre più telematica, irreale e impotente si vive nell’impossibilità di imporre la “volontà popolare”. Per questo cambiano i modi della lotta, secondo Boni dobbiamo rivoluzionare il vissuto quotidiano, trasformare le nostre vite prima di tutto.
Durante la sua relazione ci ha parlato di una sua ricerca sul campo nel Senese (Vivere senza padroni, elèuthera, 2006) dove ha affrontato la rimessa in discussione dell’organizzazione sociale. Ha sottolineato l’importanza di provare a vivere al di fuori degli schemi istituzionali, la necessità di trovare una forma comune, una prassi collettiva del vivere sociale.
È nel vissuto che si costruisce l’antagonismo, non nei grandi eventi mediatici del movimento. Perciò questa ricerca sul campo si sofferma sulle prassi di vita di un frammento di umanità ribelle, al di là degli stereotipi mediatici. Il movimento è la sua cultura, una cultura che è fatta di valori specifici, di un immaginario comune e comunitario, di emozioni e idiosincrasie condivise, ma anche del loro tradursi e manifestarsi in uno stile di vita. In queste modalità peculiari e distintive di fare le cose e di pensare il mondo si genera l’identità comune, il “noi” descritto in questa ricerca.
Dopo svariati mesi a contatto diretto con questi gruppi del Senese, ha descritto nella sua relazione i punti fondamentali di questo metodo di lottare cambiando la quotidianità delle nostre vite. Fondamentale il superamento dei paradigmi identitari, vivere un continuo confronto nella messa in discussione delle pratiche utilizzate, cercare di realizzare dei paradigmi identitari includenti. Indispensabile in queste pratiche una gestione delle risorse in modo libertario ed egualitario. Si riformula il modo di fare politica, diventa una lotta per la “mutazione” culturale.

Una resistenza legata alla terra

Un’altra relazione molto interessante è stata quella di Alfredo Wagner Berno De Almeida dell’Universidade Federal dos Amazonas de Brasile, il titolo della sua relazione “Nuove forme organizzative dei movimenti sociali della Pan amazzonia”. Ci ha parlato dei movimenti indigeni nella Pan amazzonia, di più di tremila gruppi che lottano per la tutela del loro territorio.
Secondo De Almeida cambiano le forme della lotta, i numeri sono sempre più grandi e di pari passo mutano anche gli strumenti antropologici per analizzare società e movimenti di lotta. A cambiare non sono soltanto i movimenti ma anche il capitalismo, sempre più confliggono due diversi tipi di capitalismo quello devastante e quello verde. Il ruolo degli antropologi e biologi deve essere la difesa del patrimonio genetico e delle culture tradizionali.
Nella Pan amazzonia assistiamo a un processo di territorializzazione forte, con lotte che si avviano sempre più in modo radicale con occupazioni di terre, scioperi generali che contrastano il capitalismo che sia verde o devastante perché hanno compreso che non cambia la sostanza della sua arroganza. Il capitalismo possiede uno stock di crescite, di tutti i colori: crescita blu con la destra e i padroni, crescita rossa con la sinistra e i sindacati, crescita verde con Borloo e il suo compagno Cohn-Bendit. Non diremo mai che tutte queste politiche si equivalgono… ma la crescita blu, verde, rossa, verde, conducono tutte allo stesso muro, tutte alimentano la macchina dell’ineguaglianza sociale e al lavaggio del cervello della popolazione (7).
In queste lotte si mobilitano donne, uomini, bambini e sciamani, la cosa veramente peculiare è che appartengono alle etnie più diverse, hanno trovato un punto di unione con la lotta per la difesa del territorio, una lotta di riappropriazione ecologista. Mettono in gioco la loro vita, il loro impegno contro le deforestazioni, luoghi sacri per loro, dove da sempre trovano erbe medicinali.
De Almeida ci ha parlato di una resistenza e forme politiche legate alla terra una sorta di politicizzazione della natura e questo ha aperto nuovi scenari importanti. Terminando ha fatto una critica alle ONG che incidono negativamente su i gruppi di lotta autonoma e autoctona, producono populismo e supporto al capitalismo verde, invece ci vuole una rottura con la politica della tutela.
Molti altri sono stati gli interventi interessanti ma non basterebbe la rivista intera per sviscerarli tutti. Concludo ringraziando tutti\e gli organizzatori e i relatori delle due giornate.

Andrea Staid

Note

  1. David Graeber, Frammenti di antropologia anarchica, Elèuthera, Milano, 2006.
  2. Ugo Fabietti, Francesco Remotti (a cura di), Dizionario di antropologia, Zanichelli, Bologna, 1997.
  3. Paolo Corbetta, Metodologia e tecniche della ricerca sociale, Il Mulino, Bologna, 1999.
  4. Salvo Vaccaro, Cruciverba, Lessico per i libertari del XXI secolo, Zero in Condotta, Milano, 2001.
  5. Clifford Geertz, Interpretazione di culture, il Mulino, Bologna, 1988.
  6. Andrea Staid, Quel potere senza dominio, Libertaria, anno II, n. 4, 2010.
  7. Paul Ariès, La simplicitè volontarie contre le mithe de l’abondance, La Decouverte, Paris, 2010.

A Rivista Anarchica

Da leggere: Per una pedagogia della ricostruzione sociale

Cronache dai popoli-spazzatura

Postati in Uncategorized su 23/06/2010 da gattoselvaggio

Papua Nuova Guinea, Polo Nord, Haiti, India: molte sono le facce dello sfruttamento e del disprezzo delle popolazioni indigene, unico il volto del Potere e dell’arroganza.

1. Papua Nuova Guinea


Colonialismo cinese contro gli aborigeni

All’epoca ne aveva parlato solo qualche esponente dell’ecologia radicale (v. gli articoli su “Terra selvaggia”), ma la ribellione degli abitanti dell’isola di Bougainville negli anni novanta era costata circa 15mila morti.
Dai primi sabotaggi contro la realizzazione di una devastante miniera di rame a cielo aperto, proprietà di una società anglo-australiana, gli indigeni erano passati alla guerriglia secessionista contro Port Moresby, capitale della Papua Nuova Guinea. Su richiesta del governo, le truppe mercenarie di una società privata inglese avrebbero dovuto “bonificare” le foreste dove si nascondevano i ribelli. Fortunatamente, pochi giorni prima dalla spedizione, la società venne incriminata per aver organizzato un golpe in uno stato africano. I mercenari restarono in Gran Bretagna e la miniera da allora è rimasta chiusa.
Ma un altro colonialismo è da tempo sbarcato in Melanesia per aprire miniere (di nichel e cobalto) e distruggere foreste, minacciando i diritti e la cultura tradizionale degli indigeni. Sulla costa nord orientale di Papua Nuova Guinea è in costruzione una raffineria della Ramu NiCo per la lavorazione del nichel. Il contratto per l’estrazione del minerale era stato siglato nel 2004 dal primo ministro papuano Michael Somare a Pechino. Nel 2007 la società, controllata dal China Metallurgical Group, ha inviato squadre di operai cinesi nella foresta per costruire strade, impianti di lavorazione, uffici e dormitori per i lavoratori.
Gli abitanti dell’area, una delle regioni più arretrate ma anche più integre della Papua Nuova Guinea, si sono immediatamente ribellati armati di fionde e di machete. I pochi autoctoni assunti per lavorare nella miniera parlano di condizioni indegne di sfruttamento, mentre alcune organizzazioni locali per la difesa dell’ambiente e dei diritti delle comunità indigene hanno denunciato il sistematico “saccheggio delle nostre risorse naturali da parte dei cinesi”. L’australiano Mineral policy institute ha definito “totalmente infondati” i rassicuranti dati forniti dall’azienda mineraria in merito all’inquinamento da scorie nelle acque della baia di Basamuk.
Nel luglio 2009 la miniera è stata chiusa, anche se solo provvisoriamente, per ragioni di sicurezza.
La presenza delle State companies cinesi in Papua Nuova Guinea rientra nel grande rilancio di investimenti globali che Pechino sta effettuando in Asia, Africa e America latina. Una presenza gradita a molti governi anche perché non implica particolari richieste nel rispetto dei diritti umani, sindacali e ambientali. Come aveva documentato Parag Khanna (“I tre Imperi – Nuovi equilibri globali nel XXI secolo”) in Cina la conversione di terre arabili in spazi edificabili destinati all’industria ha impresso una forte “spinta verso l’outsourging agricolo e verso la produzione agricola offshore”. Come in Indonesia e nelle Filippine che stanno diventando una grande “risaia cinese”. Il “secondo anello della strategia di reperimento di risorse” è rappresentato dall’Oceania, in particolare dalla Melanesia, tradizionalmente legata all’Australia.
Nella Papua Nuova Guinea la penetrazione cinese ha causato una drastica accelerazione della deforestazione.
Mantenendo i ritmi di saccheggio attuali la foresta vergine dovrebbe essere completamente scomparsa entro il 2030. In cambio delle risorse naturali (minerali, legname, terreni agricoli…) il governo cinese fornisce finanziamenti per strade, ferrovie, stadi e palazzi governativi. Gran parte delle infrastrutture vengono però realizzate con mano d’opera cinese. Al seguito degli operai arrivano anche le loro famiglie che aprono bar e negozi di merci cinesi a basso costo mandando in crisi l’economia locale. Una possibile spiegazione per le recenti rivolte anticinesi scoppiate sia in Asia che in Africa e in Oceania (dal Lesotho alle isole Salomone, Tonga, India e Zambia).

2. Polo Nord


Petrolio e belle parole

Nella regione polare artica le popolazioni indigene costituiscono il 10% della popolazione. Una possibile complicazione per le compagnie interessate alle risorse naturali (gas, petrolio…), anche se non sempre gli autoctoni si mostrano ostili. Intervenendo alla fine di gennaio ad una conferenza in Norvegia, un esponente dell’Associazione russa delle popolazioni indigene del Nord, ha prospettato una “buona cooperazione tra autoctoni e compagnie”. Anche gli inuit della Groenlandia sembrano aspettarsi un futuro di benessere dalla presenza del petrolio. E stranamente quelli che oggi negoziano con i petrolieri “sono gli stessi che negli anni settanta sembravano i più radicali oppositori allo sfruttamento delle risorse da parte delle compagnie”. La Shell starebbe affidandosi a “consiglieri e intermediari autoctoni per fare in modo che le esigenze delle popolazioni siano rispettate”. Un modo per far dimenticare all’opinione pubblica le responsabilità della compagnia anglo-olandese per l’impiccagione di nove militanti Ogoni in Nigeria nel 1995. Ma non tutto fila liscio. La Exxon è accusata di aver intenzionalmente escluso alcuni leader indigeni, ritenuti ostili, per firmare accordi con altri.
Anche l’Eni (presente nella regione artica sia in Canada che in Russia) si sforza di apparire “politicamente corretta”.
La sua ultima campagna pubblicitaria si basava su alcune parole chiave: Internazionalità (forse una via di mezzo tra l’obsoleto internazionalismo e l’abusata mondialità), ricerca e rispetto. Chiarissimo il riferimento alla ricerca, ovviamente di giacimenti. Qualche perplessità sul “rispetto” pensando al Delta del Niger o alla “fascia dell’Orinoco”, le cui scisti bituminose costituiscono uno dei più grandi depositi di idrocarburi del mondo. Si tratta di ecosistemi fragili e preziosi, abitati da popolazioni indigene i cui diritti vengono spesso calpestati dalle multinazionali.
Non molto rispettose nei confronti delle popolazioni locali sono apparse le recenti dichiarazioni dell’amministratore delegato del gruppo petrolifero, Paolo Scaroni. Intervistato sulla guerra in Iraq, ha dichiarato che “dal punto di vista della geografia petrolifera è stata una mossa decisiva, ha consentito agli americani e ai loro alleati di installarsi in uno dei paesi con maggiori potenzialità produttive e di dimostrare ai cittadini di tutto quel mondo che gli Stati Uniti e le grandi democrazie occidentali sono in grado di giocarsi queste partite”.
Chissà se i ribelli del Mend (Movimento per l’emancipazione del Delta del Niger), che il 29 gennaio hanno annunciato l’interruzione della tregua, erano a conoscenza dell’intervista pubblicata pochi giorni prima (25 gennaio 2010) su Affari & Finanza.
Tutte le compagnie legate all’industria petrolifera nel Delta del Niger –si leggeva nel comunicato – dovranno prepararsi ad un attacco generalizzato”. Il portavoce del Mend, Jomo Gbono, aveva poi richiesto alle compagnie petrolifere di sospendere ogni attività, minacciando di “radere al suolo” le loro installazioni. Nel luglio dell’anno scorso il Mend aveva fatto esplodere un oleodotto dell’Agip (Eni) e un altro della Shell. Minacce e attacchi anche contro altre compagnie presenti nel Delta (Total, Exxon-Mobil…) fino al “cessate il fuoco” del 29 ottobre 2009, concordato tra i guerriglieri e Umaru Yar’Adua. Ma da novembre il presidente della Nigeria è ricoverato in un ospedale dell’Arabia saudita e non sembra in grado di riprendere a governare. Invano un folto gruppo di esponenti politici nigeriani tenta da settimane di convincerlo a dimettersi e, con il prolungarsi dell’assenza di Umaru Yar’Adua, si va diffondendo il timore di un intervento dei militari. A quindici anni dalla morte per impiccagione di Ken Saro-Wiwa e degli altri militanti del Mosop (Movement for the Survival of the Ogoni People) il petrolio nigeriano resta ancora fonte di conflitto e di ingiustizia.
Nel frattempo sono svaniti nel nulla gli ambiziosi progetti dell’Eni sui giacimenti ugandesi, intorno al Lago Alberto, di cui la compagnia aveva rilevato il 50%. Probabilmente finiranno sotto il controllo cinese lasciando inalterate le preoccupazioni per l’ambiente e le popolazioni locali.

3. Haiti


Amputazioni made in USA

Inizialmente la polemica stava assumendo i toni dell’ennesimo scontro tra Parigi e Washington. Un episodio della rincorsa per l’egemonia (culturale e politica) sull’ex colonia francese.
L’allarme era stato dato da Annick Cojean, inviata di Le Monde, in un articolo pubblicato sul quotidiano francese il 30 gennaio.
Una cosa “mai vista. Amputazioni a migliaia. Come alla catena di montaggio. Braccia, mani, dita, gambe. Senza una radiografia. Talvolta senza anestesia”. Una scelta quella di molti medici, soprattutto statunitensi, dettata dal timore di cancrena e setticemia e dalle prevedibili difficoltà di seguire i feriti dopo un intervento. E allora “nel caos e nell’improvvisazione dei primi giorni, senza quasi il tempo per riflettere, si è deciso che per salvare la vita si poteva sacrificare un arto”. Ma poi, tra medici, infermieri e altri operatori, sono sorti i primi dubbi. Tra le testimonianze raccolte, quella di un pompiere francese che ha parlato di una equipe di medici texani che avrebbe lavorato in maniera devastante (“a causé des ravages”) praticando una “medicina di guerra”.
L’amputazione viene considerata una scelta estrema, da utilizzare quando un arto è frantumato o c’è il rischio concreto di setticemia, ma “gli americani lo hanno fatto in maniera sistematica, senza fermarsi a pensare ad un’altra soluzione”. Anche senza nominare i responsabili, il chirurgo ortopedico Francois-Xavier Verdot, arriva a conclusioni simili. Racconta di aver visto “fratture semplici alle braccia trattate con l’amputazione anche quando si sarebbero potute curare”. Ha poi espresso tutte le sue perplessità per gli effetti della “guillotine amputation”. Un metodo, definito “anglo-saxonne”, che aumenterebbe sensibilmente il rischio di infezioni perché l’osso rimane scoperto. Ancora più grave, denuncia il medico giunto nell’isola di Haiti dall’ospedale di Saint-Etienne, che “non si sia prevista una chirurgia secondaria per modellare un moncherino su cui poter fissare una protesi”. Per molti pazienti si renderà così necessaria una seconda amputazione.
Dall’incontro con un altro chirurgo ortopedico, Sophie Grosclaude, emerge una possibile spiegazione, un retroterra culturale impregnato di una certa dose di “razzismo sociale”. La dottoressa francese ha riferito dell’accesa discussione con un chirurgo statunitense in una clinica di Petionville, periferia di Port-au Prince.
“Gli ho raccontato – ha spiegato Grosclaude – che per riparare le fratture, facevo esattamente come in Francia, inserendo dei chiodi e dei fissatori esterni di cui si dispone ormai in grande quantità”. Ma l’americano ha definito i suoi metodi “folli”. E avrebbe aggiunto: “A che scopo? Questo paese è troppo povero. Non ci saranno cure serie per i vostri pazienti. È molto più semplice amputare. È pulito, definitivo…”. Allibita la dottoressa francese si è resa conto che “mi stava parlando di una sotto-popolazione! Di un popolo troppo poco evoluto per meritare la medicina degli occidentali…”

4. India


Lingue e popolazioni
minacciate dal “progresso”

Ancora negli anni ottanta alcuni studiosi baschi avevano sottolineato come la trasformazione del paesaggio tradizionale in Euskal Herria coincidesse con la perdita dell’euskara, la lingua più antica d’Europa.
Un fenomeno analogo viene oggi analizzato in molte regioni dell’India. Lo storico Rozenn Milin, fondatore del progetto Sorosoro (“soffio, parola, lingua” in araki) sostenuto dalla Fondation Chirac, è rimasto molto colpito osservando “fino a che punto le carte della biodiversità linguistica si sovrappongono a quelle della biodiversità della fauna e della flora”. E come entrambe siano minacciate nella loro sopravvivenza.
Il 4 febbraio, all’età di 85 anni, è scomparsa Boa senior, l’ultima persona in grado di parlare la lingua Bo, un tempo diffusa nell’arcipelago delle Andaman e delle Nicobar. Se le parole rappresentano una visione del mondo, questo linguaggio, in grado di indicare dozzine di varietà di bambù e centinaia di specie di uccelli, esprimeva il profondo legame delle popolazioni indigene con la natura. Ogni mattino Boa senior si rivolgeva agli uccelli e agli animali sperando in questo modo di farsi comprendere dagli spiriti degli antenati.
In India, secondo un rapporto dell’Unesco pubblicato in febbraio, le lingue minacciate sarebbero 196 su un totale di 1635. Tra queste 37 sono attualmente parlate da meno di mille persone. Nella maggior parte dei casi si tratta di lingue unicamente orali che non dispongono di dizionario e grammatica. In India il multilinguismo è un elemento fondante dell’identità nazionale, ma soltanto l’hindi, l’inglese e altre 22 lingue regionali, riconosciute dalla Costituzione, vengono utilizzate per l’insegnamento. Quindi le popolazioni con un maggiore tasso di alfabetizzazione rischiano di perdere la lingua tradizionale. Da quando il 77% dei Deori, una tribù dell’Arunachal Pradesh, è in grado di leggere e scrivere, la loro lingua viene considerata “seriamente minacciata” dall’Unesco. Un fattore decisivo, più ancora del calo demografico e della diffusione della televisione, sarebbe rappresentato dalla “diluizione sociale” provocata dalla costruzione di strade (come quelle della National mineral development corporation nelle foreste del Dantewada) che irrompono nei territori delle comunità indigene. Contemporaneamente si starebbero diffondendo nuove “lingue da contatto” come l’halbi o il chakesang, ma questo non può compensare la scomparsa delle lingue tradizionali. Da parte delle autorità indiane esisterebbe il fondato timore che una politica in difesa delle lingue minoritarie possa alimentare richieste autonomiste e separatiste.

Adivasi in resistenza

Gli Adivasi, le popolazioni indigene della “cintura delle foreste” dell’India centrale (detta anche “cintura tribale”) non rischiano di perdere soltanto linguaggio e identità.
In gioco è la loro stessa sopravvivenza.
Su questi territori si è posata la cupidigia delle multinazionali, desiderose di impossessarsi dei ricchi giacimenti di minerali grazie ai Memorandun d’intesa (Mou) stipulati con il governo. Tra i casi più drammatici, le colline dell’Orissa abitate dai kondh e ricche di bauxite. E, come per la biodiversità e le lingue ancestrali, altre due mappe coincidono. Quella della “cintura tribale” si sovrappone al “corridoio rosso”. Da decenni la resistenza degli adivasi opera in sintonia con i guerriglieri maoisti del Pci-m, conosciuti come “naxaliti” dal nome di un villaggio dove negli anni sessanta iniziò la rivolta contadina. Recentemente il loro leader, Koteswar Rao ha chiesto alla scrittrice Arundhati Roy, molto attiva in difesa degli oppressi e delle minoranze, di svolgere un ruolo di mediatrice con il governo.
Contro i naxaliti e i tribali, dal dicembre scorso è stata avviata una campagna militare denominata “Caccia Verde” con l’impiego di più di 75mila soldati.

Gianni Sartori

A – Rivista Anarchica

Sudafrica / non solo Mondiali di calcio

Postati in Uncategorized su 23/06/2010 da gattoselvaggio

Tra i ventimila giovani che a Soweto, nel 1976, protestavano contro l’insegnamento obbligatorio dell’afrikaans c’era anche una giovanissima Theresa Machabane. Qualche anno dopo sarebbe stata conosciuta come l’unica donna dei “sei di Sharpeville”, torturati e condannati a morte dal regime dell’apartheid. Sedici anni prima, ancora nel grembo materno, Theresa era sfuggita al piombo della polizia che a Sharpeville, il 21 marzo1960, sparò sui manifestanti uccidendo deliberatamente decine di donne, uomini e bambini. Sessantanove secondo i dati ufficiali. “Ma – spiega Theresa – tutti sanno che i morti furono di più”. Lei nacque quattro mesi dopo “con una manifestazione di protesta stampata nel dna e segnata nel destino”. Nel 1976 era andata a vivere con la zia a Soweto per poter studiare. Aveva sedici anni quando, insieme agli altri studenti, scese in piazza per bruciare i libri scolastici scritti in afrikaans, una lingua simile all’olandese del 1600, quando i primi colonizzatori erano sbarcati in Sudafrica. E anche stavolta la polizia sparò e uccise. Il primo a morire si chiamava Hector Peterson. La foto che lo ritrae in braccio al fratello che cerca di portarlo in salvo diventò famosa, ma Hector era già morente. Theresa si salvò perché riuscì a nascondersi in un giardino. “Gli spari –racconta – durarono per tutta la mattinata”.
I ragazzi di Soweto si rifacevano ai principi della Black Consciousness, il movimento fondato nel 1973 da Steve Biko. “Consapevolezza Nera” proponeva agli africani una rinnovata dignità, un nuovo atteggiamento per rompere con un passato di “schiavi che fanno supinamente il gioco dell’oppressore impauriti come pecore”. Arrestato a Port Elizabeth il 19 agosto 1977, Biko subì l’interrogatorio il 6 settembre. Il giorno dopo era ridotto in stato di incoscienza per le percosse e le torture. Costretto a rimanere in piedi “per piegare ogni sua resistenza”, come dichiarò uno dei carnefici davanti alla TCR (Truth and Reconciliation Commission), aveva osato sedersi. Una sfida intollerabile per i suoi carcerieri. In quelle condizioni, praticamente in coma,venne caricato su una camionetta della polizia e trasferito a Pretoria con un viaggio di oltre mille chilometri. Cinque giorni dopo era morto senza aver ripreso conoscenza. Ai suoi funerali parteciparono più di quindicimila persone e Desmond Tutu pronunciò l’orazione funebre.

Una società profondamente divisa

Dopo gli ultimi colpi di coda (stragi di manifestanti, esecuzioni capitali, squadre della morte per eliminare i dissidenti…) anche il regime dell’apartheid, dello “sviluppo separato”, finì. Con la Truth and reconcilation Commission, torturatori e vittime, miliziani degli squadroni della morte e guerriglieri, membri dei servizi segreti e parenti degli scomparsi, hanno avuto la possibilità di raccontare, parlare delle infamie commesse o subite. Non tutti ci riuscirono. Talvolta i ricordi apparivano intollerabili, ma in qualche modo il nuovo Sudafrica sembrava essersi liberato della propria storia insanguinata. Forse non completamente.
I vecchi simboli dell’odio razziale sono riapparsi il 9 aprile a Ventersdorp. Era il giorno dei funerali di Eugène Terreblanche, assassinato il 3 aprile da due neri suoi dipendenti che non erano stati pagati per il lavoro svolto. Le bandiere del Movimento di resistenza afrikaner (AWB), fondato nel 1973, si richiamano esplicitamente al nazismo, sia per i colori bianco e rosso che per la variante a tre braccia della svastica. Da molto tempo i nostalgici dell’apartheid non radunavano più di diecimila persone. Per onorare questo discendente degli ugonotti francesi si sono mobilitati non solo gli esponenti della galassia dei gruppuscoli di estrema destra, ma anche molti simpatizzanti. Forse un campanello d’allarme, una conferma che, dopo un lungo periodo di defezioni, le possibilità di reclutamento si stanno nuovamente allargando. Venute meno le speranze di poter invertire il corso della storia e di creare uno stato riservato al volk (“popolo”) afrikaner, l’estrema destra sembra trarre alimento da quella che è sempre stata una delle sue risorse principali: la paura. L’uccisione del leader razzista non sarebbe un caso isolato.
Dal 1994, anno delle prime elezioni multirazziali, numerosi altri proprietari di fattorie sono morti in circostanze analoghe. Molti di più, naturalmente, i salariati agricoli che hanno subito maltrattamenti dai proprietari bianchi. Anche Eugène Terreblanche, accusato di aver picchiato e ridotto in fin di vita un suo dipendente, era stato condannato a cinque anni di carcere. Tornato in libertà nel 2004, si definiva “born again” per aver ritrovato la fede dietro le sbarre.
Mentre Andre Visagie, segretario generale dell’AWB dichiarava che “questa morte è una dichiarazione di guerra della comunità nera del Sudafrica alla comunità bianca”, Andrew Ford, leader del BNW, non ha perso l’occasione per dirsi “in guerra con i bastardi neri”. Entrambi hanno poi invitato i paesi partecipanti ai Mondiali di calcio del 2010 a “non inviare le loro squadre”. Da Visagie altre minacce e appelli alla vendetta nei confronti di Julius Malema, leader della Lega della gioventù dell’African national congress (Anc) considerato “responsabile dell’omicidio”. Recentemente, davanti agli studenti universitari di Johannesburg, Malema avrebbe intonato una vecchia canzone della lotta antiapartheid, Dubula Amabhunu baya raypha, in cui si chiede di “uccidere i Boeri”.
L’attuale Sudafrica rimane una società profondamente divisa, con milioni di poveri (in stragrande maggioranza neri) e una minoranza, bianca e nera, di benestanti. Situazione che alimenta il diffondersi della criminalità e della violenza. Uno spiraglio potrebbe venire dalla realizzazione di quella riforma agraria che era nei programmi dell’Anc, ma che procede con estrema lentezza.
Al funerale non sono mancati aspetti folcloristici. Decine di Hell’s Angels, in fila indiana con le loro rombanti motociclette e l’enorme bandiera dell’AWB, dalle dimensioni di campo da calcio, distesa sui prati intorno alla chiesa dove si svolgeva la cerimonia. Le vicine township erano state poste sotto stretta sorveglianza per impedire spedizioni punitive da parte dei militanti razzisti.
Nello stesso giorno il Sudafrica veniva turbato dai minacciosi comunicati del ramo maghrebino di Al Qaeda. L’organizzazione di Bin Laden ha preannunciato attentati negli stadi durante i mondiali di calcio che si svolgeranno fra giugno e luglio. Il messaggio, diffuso in un sito islamico e ripreso dalla tv Usa Cbs, sembra provenire dallo stesso gruppo responsabile del sequestro di Sergio Canale e Filomena Kaboree.
Nel macabro comunicato si legge che i campionati “saranno trasmessi da decine di emittenti e attraverso i nostri attentati, in un solo momento, tutto il mondo potrà venire a conoscenza delle sofferenze dei bambini musulmani e delle nostre donne”. Cinque nazioni (Usa, Gran Bretagna, Germania, Francia, Italia) vengono segnalate in modo particolare in quanto “partecipanti alla guerra crociata contro l’Islam”. Il governo sudafricano conferma di essere già intervenuto per sventare altri piani terroristici di cui i servizi segreti erano venuti a conoscenza.
Nel frattempo proseguiva la discussione in merito al progetto di una centrale a carbone di Medupi che potrebbe avere il sostegno finanziario della Banca mondiale, in contraddizione con le intenzioni dichiarate di voler sviluppare le energie rinnovabili. A usufruire dei finanziamenti (3,7 miliardi di dollari per un costo totale di 17,3 miliardi) sarebbe la compagnia sudafricana Eskom, ma la scelta del carbone viene contestata sia dai paesi finanziatori che da molte Ong. Appare evidente l’ambiguità di alcune istituzioni internazionali come la Banca mondiale che, mentre sostengono di voler combattere il riscaldamento globale, forniscono aiuto ai progetti a base di energie fossili. Le sei unità della centrale, la quarta al mondo per dimensioni, dovrebbero raggiungere una potenza di 4800 megawatt (MW) e far aumentare del 12% il potenziale elettrico del Paese. Una giustificazione, secondo la Banca mondiale, verrebbe dalla scarsità di elettricità che grava sullo sviluppo dell’intera regione.

Anche in Cina, Brasile, India…

Il Sud Africa infatti rimane il maggior fornitore di energia verso i paesi confinanti. Secondo i responsabili del progetto “non esisterebbero alternative al carbone a breve termine”. L’anno scorso gli Stati Uniti si erano astenuti al momento di votare il progetto Medupi al consiglio dell’African Development Bank che sta già finanziandone la costruzione. Sarkozy, in un incontro dell’ottobre 2009 con Les Amis de la Terre, aveva assicurato che la Francia avrebbe vigilato affinché “i finanziamenti pubblici siano coerenti con gli obiettivi di lotta contro il cambiamento climatico”. Le associazioni ambientaliste hanno espresso ulteriore preoccupazione per l’apertura di nuove miniere che dovranno rifornire l’impianto di almeno 14,6 milioni di tonnellate annue di carbone, la quantità necessaria per far funzionare l’impianto.
Inoltre, sostengono Les Amis de la Terre “dell’elettricità prodotta da Medupi beneficeranno soprattutto le industrie minerarie e metallurgiche”. Ma il problema non è soltanto sudafricano. Secondo l’Agenzia internazionale dell’energia, in paesi come la Cina, la Russia, l’India e il Brasile, l’aumento delle capacità energetiche a base di carbone tra il 2010 e il 2020 dovrebbe arrivare a duecentocinquantamila MW.

Gianni Sartori

Fonte: A Rivista Anarchica

Un appello – Per il Cile

Postati in Uncategorized su 23/06/2010 da gattoselvaggio

Il Comitato Lavoratori Cileni Esiliati ha prodotto questo appello per la campagna di solidarietà per il popolo mapuche e per il popolo cileno colpito dal terremoto.

Vogliamo precisare alcune cose che possono aiutare i compagni e tutti quelli che sostengono questa campagna a capire i fatti che si sono verificati in Cile prima e dopo il terremoto.
Come voi sapete il nostro Comitato si è sempre distinto per essere sempre dalla parte dei più deboli. In Cile prima del terremoto c’erano già 100 detenuti che si battevano per recuperare la terra, tutti condannati attraverso processi farsa e addirittura con testimoni incappucciati che testimoniavano contro i Mapuche. Tutto questo è stato documentato e denunciato dalle Associazioni che si occupano della difesa dei diritti Umani e per questo motivo all’interno delle Nazioni Unite i governi Cileni sono stati chiamati e ammoniti a rispettare i diritti umani del popolo Mapuche. Oggi ci sono in attesa di processo più di 500 Mapuche, lo stato non li riconosce come prigionieri politici e neanche come rappresentanti di questa etnia. Il popolo Mapuche, sono anni che lotta per la restituzione della propria terra che lo Stato Cileno tiene occupata e colonizzata ancora prima dell’800, infatti, queste terre sono state sottratte e occupate militarmente nel 1880 e da allora questo popolo vive in pochissime porzioni di territorio nonostante essi siano 2 milioni. Un milione vive sul territorio e l’altro milione è stato costretto ad emigrare nelle grandi metropoli del Cile per andare a fare i lavori più umili e gli tocca subire il razzismo dei Cileni, dei cattolici e della borghesia benpensante che li ritengono degli ubriaconi e buoni a nulla. Con questa scusa lo Stato Cileno sostiene la tesi che essi si trovano in queste condizioni per colpa di loro stessi.
La borghesia, i capitalisti, i latifondisti proprio quelli che oggi si arricchiscono sfruttando il territorio e depredando le migliori risorse naturali come l’acqua, i giacimenti minerari e milioni di ettari che sono utilizzati dell’industria della cellulosa. (…) Ora il terremoto ha messo in evidenza di nuovo tutte le contraddizioni dei governi della concertazione che in 20 anni non ha fatto niente per restituire la terra ai Mapuche, anzi lo Stato ha messo a disposizione dei latifondisti e delle imprese multinazionali che depredano questo territorio una grande forza armata che ha come obbiettivo quello di difendere l’usurpazione fatta con la forza incarcerando, ammazzando e facendo delle perquisizioni continue in tutte le comunità Mapuche, distruggendo tutto, con la scusa di cercare armi, cosa che non hanno mai trovato e con questo si è arrogato il diritto di militarizzare il territorio. Nei 20 anni di concertazione il Cile è stato governato con la costituzione del 1980 dal genocida Pinochet.Le leggi sul lavoro e quelle sindacali sono quelli della dittatura pertanto non c’è contrattazione collettiva, il livello sindacale è molto basso, perché i lavoratori Cileni la stragrande maggioranza vivono con contratti a termine; l’istruzione va avanti con la legge organica della dittatura quindi privatizzata, gli stessi dicasi sulla sanità Cilena.
Inoltre in Cile ci sono ancora dei detenuti politici incarcerati nel periodo della dittatura: La concertazione nei suoi 20 anni non li ha liberati; solo alcuni sono stati liberati e condannati allo esilio a vita lontano dal proprio paese e dai loro famigliari e se per caso vorrebbero tornare oggi indietro sarebbero messi in prigione perché l’accordo era quello per rimanere liberi e dopo tutti questi anni è rimasto lo stesso.

L’11/3/2010 in Cile si è insediato nel governo Sebastian Pinera sostenuto dall’Unione Democratica Indipendente (UDI), dagli industriali, dai latifondisti, dai commercianti, dal ceto-medio e dal dipartimento di Stato Americano. Allora tutti questi insieme, sono quelli che si sono opposti con tutti i mezzi che disponevano per evitare che il genocida Pinochet fosse processato per i crimini commessi dall’esercito contro il popolo Cileno e contro il popolo Mapuche. Il 10/12/2006 il dittatore è morto senza essere stato processato e né condannato. Le vittime della dittatura sono più di 20mila compagni assassinati, 5mila scomparsi e centinaia di migliaia di Cileni Esiliati. Ora i criminali sono i responsabili del genocidio, la stragrande maggioranza di loro hanno vissuto liberi in Cile senza mai pagare per questi crimini tutto questo grazie all’accordo fatto dalla concertazione nel 90 con il primo governo civile di Patricio Arwin. È arrivato il governo Pinera tutti questi criminali finiranno la loro vita nell’impunità totale perchè l’UDI era il partito di Pinochet e dei militari e oggi loro sono di nuovo al potere e si prevede un futuro nero per i Cileni e per i Mapuche che dovranno trovare per forza una strada nuova di liberazione e uguaglianza che lascia definitivamente il luccichio dei partiti della concertazione che ha riportato al Cile allo stesso punto che si trovava nell’89, quando la questione era la continuazione della dittatura o la democrazia.
I Cileni hanno sostenuto la scelta della democrazia sostenuta dalla concertazione, ma sono stati traditi di nuovo come nell’11/9/73 dove la sinistra Cilena e il governo dell’Unità Popolare hanno portato alla più grande sconfitta dei lavoratori lasciandoli da soli e disarmati contro un esercito genocida eppure le armi il governo dell’Unità popolare c’è l’aveva, il popolo è andato al massacro disarmato e abbiamo avuto 17 anni di dittatura. Questo insegna che la cosiddetta sinistra Cilena o concertazione come voglia chiamarsi non ha mai avuto in mente né nei suoi progetti la liberazione dal capitalismo cileno e internazionale dei lavoratori che ha preteso di rappresentare.
Ora per noi è importante che questa campagna a favore dei terremotati sia sostenuta ampiamente da tutti, perché non solo dobbiamo soccorrere a tutti quelli che hanno bisogno, ma dobbiamo far sì che il nostro sostegno può servire a tutte le organizzazioni di base che oggi propongono di cambiare la realtà alla quale sono stati costretti a vivere e a cercare con un grande sforzo di dare vita a un progetto per liberare il popolo Cileno dall’eredità Pinochetista e dalla concertazione che non era altro che la continuazione economica neoliberista dei militari.
Questo è il motivo per il quale il nostro Comitato fa questo appello per sostenere il popolo Mapuche, i libertari e le organizzazioni di base che oggi sono presenti sul territorio.
Chi vuole aiutarci può farlo prendendo contatto con l’associazione Comitato lavatori cileni esiliati cell. 320 6784640 –33 56990774 – 0144 372860 oppure versando direttamente sul c/c: comitato lavoratori cileni esiliati – Cassa di risparmio di Rivalta Bormid, Iban IT 20 U 06075 4855 0000 0000 15604.

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